Ragionamento per Default: Oltre il Senso Comune

Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate (Terza Parte)

Mada Alfinito 15/05/2020 0

 

Eccoci giunti al gran finale di questo articolo pubblicato in tre parti. Prima di proseguire, vi consiglio la lettura delle precedenti in quanto propedeutiche alla comprensione di quest'ultima:

Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate (Prima Parte)

Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa (Seconda Parte)

 

 

"Stasera la logica non è sincera,

chissà se amare è una cosa vera."[1]


Negli articoli indicati ho spiegato che cosa siano la fallacia induttiva e quella abduttiva e ho mostrato quanto la nostra capacità di valutare persone e situazioni sia influenzata dal modo in cui organizziamo le conoscenze che abbiamo dei fatti per trarre una conclusione.

Oggi vi parlerò del ragionamento per default. La caratteristica peculiare della struttura formale di questo ragionamento è il "trarre conclusioni relative a un singolo individuo o a un caso particolare" a partire "da una conoscenza di carattere generale."[2] Ciò vuol dire che, quando esprimiamo un’opinione su un elemento specifico, il nostro giudizio deriva dalle informazioni che possediamo sulla categoria di individui da cui il soggetto proviene.

Esempio:

I liguri sono avari

Carlo è ligure

Carlo è avaro

 

Questo esempio[3] mostra che il ragionamento per default, proprio come quello abduttivo e induttivo, se utilizzato impropriamente favorisce la formazione di pregiudizi. La disciplina della logica formale definisce, infatti, il default come il ragionamento del senso comune, ovvero "un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano."[4] Sostenere che tutti i liguri siano avari è una supposizione che non deriva dall’osservazione della totalità del campione della popolazione ligure, ma è una generalizzazione probabilmente frutto di un retaggio culturale. In base a questa inferenza, per conoscere l’indole caratteriale di Carlo in relazione al denaro sarà sufficiente aver precedentemente sviluppato un’opinione su come si comportano generalmente tutti gli altri membri della comunità da cui proviene, ovvero i liguri.

In tal modo, questa struttura formale può indurci in grossi errori di valutazione. Infatti, solo perché un gruppo di individui viene ritenuto avaro da altri, ciò non implica che Carlo sia come loro. Se vogliamo costruire con Carlo una relazione sana, priva di stereotipi e proiezioni di problematiche personali, allora dovremo valutare il ragazzo in base al comportamento che dimostra con noi e con le persone che con lui interagiscono e non sulla base del sentito dire.

Il default presenta una somiglianza con il metodo induttivo in quanto entrambi mettono in rapporto il singolo con il suo contesto di appartenenza. La sostanziale differenza tra loro sta nel fatto che l’ordine delle proposizioni è invertito: mentre il ragionamento induttivo valuta le caratteristiche di uno solo o pochi elementi e conclude che tutti gli individui della stessa categoria siano come il prototipo, nel ragionamento per default le caratteristiche tipiche (o presunte tali) di un gruppo vengono attribuite anche al singolo elemento che gli appartiene ed esso viene così giudicato in base ad un’opinione generale espressa a priori e non per le qualità che possiede realmente.

Proprio come i ragionamenti di cui ho precedentemente parlato, la struttura formale del default svolge un ruolo fondamentale nell’elaborare soluzioni in situazioni difficili da gestire. Esso viene utilizzato in particolar modo quando desideriamo fare una nuova esperienza ma allo stesso tempo vorremmo tirarci indietro per paura di affrontarla finendo così in un’impasse. Un esempio tipico è quello delle relazioni interpersonali e della ricerca di un/una partner che ci faccia sentire appagati.

Ciascuno di noi ha un’immagine di donna o di uomo che ritiene idealmente desiderabile in base al proprio vissuto emotivo, al carattere e ai meccanismi biologici che ci determinano, eppure, a volte può accadere che proprio quella persona da cui ci sentiamo tanto attratti emotivamente e fisicamente possieda una caratteristica che riteniamo incompatibile con i canoni inconsapevolmente stabiliti a priori dalla parte razionale del nostro cervello. Questa persona potrebbe essere per noi troppo grande o troppo piccola, avere molti soldi o non averne abbastanza, vivere in un luogo distante, amare delle attività antitetiche alle nostre, aver vissuto esperienze per noi ignote e difficili da comprendere, vestirsi in un modo che non ci aggrada, avere delle abitudini molto diverse dalle nostre, e così via. Una situazione del genere può essere abbastanza destabilizzante, soprattutto per quelle persone che tendono a scegliere un partner dando prevalentemente ascolto alla propria parte razionale rispetto a quella emotiva. Infatti, è proprio nel momento in cui desideriamo conoscere più intimamente qualcuno che esula dai nostri canoni ideali di compatibilità che ci rendiamo conto di quanto proseguire in quella direzione significherà per noi uscire dalla nostra comfort zone.

Un uomo che conosco, che chiameremo Giovanni per riservatezza, mi ha raccontato che quando era studente universitario seguiva le lezioni con una ragazza di nome Giulia. Lui era invaghito di lei e quando la incontrava sentiva il desiderio di poterla frequentare anche al di fuori del contesto universitario. Eppure, ogni qualvolta stava per riuscire a superare la sua timidezza per farsi avanti, la sua attenzione cadeva sul modo di vestire di lei. Giulia amava indossare capi che sembravano all’apparenza identificarla come appartenente ad una subcultura.[5] Giovanni riteneva che la ragazza si vestisse in modo troppo particolare per lui che si percepiva come un tipo sobrio e regolare, sia nella sostanza che nella forma. Il modo di vestire di Giulia lo metteva a disagio perché rappresentava qualcosa di inesplorato e troppo fuori dagli schemi per uno impostato come lui. A causa di ciò, decise di non chiederle mai di uscire e terminati gli studi non si videro più. Qualche anno dopo, Giulia e Giovanni si incontrarono casualmente nella loro città di origine. Lei aveva cambiato radicalmente modo di vestire. Lui stentava a crederci. Parlandole, si rendeva conto di quanto la ragazza continuasse a piacergli ancora molto e si domandò come mai fosse stato così stupido da non fare sua Giulia qualche anno prima. Nel frattempo, si era fidanzato con un’altra ragazza che aderiva perfettamente al dress code da lui tanto ricercato ma con cui non si sentiva pienamente appagato a causa di incompatibilità caratteriali. Giulia aveva ormai voltato pagina e non si sarebbe più interessata a lui.

Giovanni mi ha raccontato di aver ragionato in base ad un luogo comune molto frequente, il quale giudica poco inclini a seguire le regole della propria comunità di appartenenza le persone che vestono in maniera eccentrica e fuori dagli schemi. Lui, al contrario, si riteneva un tipo profondamente istituzionale e quell’immagine di lei così trasgressiva lo eccitava e intimoriva allo stesso tempo perché vedeva in quella donna la possibilità di mettersi in discussione e superare le sue eccessive rigidità. Se Giovanni l’avesse frequentata avrebbe scoperto con il tempo che, malgrado le apparenze, Giulia era una ragazza così ben adattata al suo contesto di riferimento al punto di rivestire un ruolo di grande responsabilità nel suo ambiente di lavoro.

Ecco la struttura del ragionamento per default emersa da questa situazione:

Le persone che vestono in modo eccentrico sono trasgressive e non amano il rispetto delle regole (luogo comune riferito ad un gruppo sociale di nicchia)

Giulia veste in modo eccentrico (osservazione del fenomeno)

Giulia è trasgressiva e non ama il rispetto delle regole (conclusione)

Ma la forma quasi mai è sostanza e il nostro amico lo ha imparato a proprie spese. L’errore di Giovanni, in realtà, non è stato quello di aver rifiutato Giulia per i suoi gusti personali. Questi, infatti, sono estremamente soggettivi, variano da persona a persona e ciascuno ha il diritto di scegliere un partner verso cui prova affinità e attrazione in base a ciò che percepisce maggiormente desiderabile. Quando incontriamo qualcuno che possiede degli aspetti che ci sembrano davvero troppo distanti dal nostro mondo è giusto riflettere su quale sia la strada da intraprendere perché costruire una relazione con qualcuno significa accettarlo nella sua totalità senza fargli continuamente pesare la sua naturale diversità. Se le differenze tra i partner, qualunque esse siano, sono eccessive al punto da sentirsi entrambi a disagio, allora separarsi può essere la soluzione migliore per il benessere di tutti e due, a meno che non ci si venga incontro adattandosi l’uno all’altra senza che ne risulti, però, una castrazione delle personalità coinvolte.

In questo esempio, l’errore di ragionamento su cui è opportuno soffermarci, non è la riflessione sulla relazione che è scaturita in Giovanni in seguito ai suoi timori, ma il fatto di aver giudicato Giulia sulla base di un luogo comune che considera le persone estrose poco adatte a prendersi delle responsabilità. Piuttosto che dedicarle del tempo e conoscerla meglio, anche solo in amicizia, per capire se le idee di Giulia fossero davvero quelle simboleggiate dai suoi abiti oppure la ragazza stesse semplicemente seguendo una moda che le piaceva, il nostro ha deciso di troncare la relazione sul nascere.

Chi utilizza il default per prendere decisioni importanti dovrebbe tener presente che la parola chiave alla base di questa fallacia è svalutazione: infatti, per rifiutare di vivere un evento che potrebbe dimostrarsi potenzialmente appagante senza dover incorrere nel senso di colpa e nella percezione della propria inadeguatezza nel fronteggiare la percentuale fisiologica di rischio insito in ogni situazione nuova, la soluzione è decidere di farsi guidare dal senso comune svalutando il potenziale dell’evento prima ancora di averne fatto esperienza.

Il caso di Giovanni mi fa venire in mente il film '…e alla fine arriva Polly' (2004)[6] in cui il protagonista, interpretato da Ben Stiller, è alle prese con Polly (Jennifer Aniston): una ragazza sopra le righe che vive una vita molto diversa dalla sua. Ben Stiller interpreta un uomo rigido, a tratti ossessivo-compulsivo, che ha difficoltà a lasciarsi andare ma che, innamorato di lei, dovrà decidere se ricucire il rapporto con una ex-moglie ordinaria, che però l’ha tradito, oppure rivedere i suoi schemi di vita e costruire un futuro con Polly.

Fortunatamente, la struttura formale del ragionamento per default, come quella induttiva e abduttiva, se usata nel modo giusto può apportare grossi benefici alla nostra vita e alle nostre relazioni. Vediamo come.

Nella logica formale il default è definito non monotòno. Un ragionamento si dice monotòno quando, aggiungendo nuove premesse ad una inferenza, la conclusione non cambia. Per ottenere tale risultato, però, le nuove premesse non devono escludere e contraddire quelle che sono già in nostro possesso, altrimenti anche la conclusione che avevamo inizialmente verrà di conseguenza modificata. In altre parole, se aggiungo informazioni che non annullino la validità di quelle di cui sono già in possesso, allora la mia conclusione resta invariata perché esse vanno a convalidare ciò che già ritenevo vero.

Il fatto che la struttura del default sia non monotòna vuol dire invece che, se ad un’inferenza aggiungiamo delle premesse che annullino quelle di cui eravamo già in possesso, la conclusione sarà diversa. Questo è molto importante per la nostra funzione di valutazione, in quanto implica che i nostri ragionamenti sono sempre rivedibili e che è possibile cambiare idea su cose e situazioni utilizzando semplicemente un po’ di senso critico. Alcuni luoghi comuni sembrano all’apparenza così sensati da non lasciare dubbi sulla loro veridicità eppure, applicando la proprietà di non monotonia del ragionamento per default, è possibile riflettere su ciò che abbiamo assunto in precedenza come vero ed eventualmente modificare le nostre azioni prima che danneggino le nostre relazioni.

Per concludere, alla luce di questi tre articoli sul rapporto tra la struttura logica formale dei nostri ragionamenti e le nostre scelte, possiamo renderci conto di quanto il dubbio e l’incertezza siano qualcosa che farà sempre parte dell’uomo. La persona capace di compiere scelte che migliorino la qualità della sua vita, però, non è quella che non mette mai in discussione le proprie valutazioni, ma chi, proprio nel momento di instabilità, è capace di riflettere consapevolmente sul suo vissuto ed è disposto a riconoscere l’errore.

Non vi nascondo la mia commozione per aver terminato la terza parte di questo lungo articolo. Era davvero da molto tempo che desideravo fare un lavoro ben articolato sul rapporto tra la logica e i nostri ragionamenti. Tante cose ci sarebbero ancora da dire, ma chissà che io non torni nuovamente a parlarvene…

Grazie del tempo che avete dedicato a queste letture e, mi raccomando, condividetele sui vostri social preferiti così che anche altre persone abbiano la possibilità di conoscere ciò che per voi è utile e interessante.

 

Note:

[1] Cesare Cremonini, Logico #1 (2014);

[2] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 27, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;

[3] Ibidem;

[4] Giambattista Vico (1725), Degnità della Scienza Nuova, XII;

[5] "Una subcultura può accomunare un insieme di persone con caratteristiche simili come per esempio l'età, l'etnia, la classe sociale o il credo religioso o politico, l'abbigliamento. Ogni subcultura è espressione di particolari conoscenze, pratiche o preferenze (estetiche, religiose, politiche, sessuali, ecc.) e a volte è definita nell'ambito di una classe sociale, di una minoranza (linguistica, etnica, politica, religiosa) o di un'organizzazione. Le subculture sono spesso definite in contrapposizione ai valori delle culture più grandi in cui sono come immerse, sebbene su ciò non tutti i sociologi siano d'accordo" (fonte Wikipedia );

[6] Along came Polly, di John Hamburg (2004).

 

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Mada Alfinito 30/09/2018

Da Aristotele ai Neuroni Specchio

 

"C'è stato un momento, un istante di estrema calma

in cui lei ha guardato verso di me ed ha detto:

'I see you'. Io ti vedo. L'ultima cosa che mi ha detto.

'Ti vedo.' Non una frase di critica o di disappunto,

solo accettazione e semplice consapevolezza della presenza di un'altra persona.

Heilà, tu sei una persona e io ti vedo."

(Bojack Horseman)[1]

 

So quel che fai non è l’esclamazione intimidatoria di chi ha scoperto il proprio partner a scambiare messaggini con un’altra, ma il titolo del libro scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia[2] in cui viene spiegata quella che è una delle più interessanti scoperte neuroscientifiche contemporanee.

Se nel diciassettesimo secolo galeotta fu la mela che cadendo da un albero fu di ispirazione a Newton per formulare la teoria della gravitazione universale[3], nel ventesimo secolo grande protagonista e musa ispiratrice di alcuni scienziati è stata invece una banana. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, un gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Rizzolatti stava conducendo degli studi sperimentali sulla corteccia motoria, quando si trovò d’improvviso ad assistere ad un curioso fenomeno. Il memorabile giorno della scoperta, nella stanza in cui il team era riunito, c’era un cesto di frutta preparato appositamente per lo svolgimento degli esperimenti mediante la partecipazione di un macaco. Quando uno dei ricercatori estrasse dal cesto una banana, la scimmia osservò l’uomo afferrare l’oggetto e in quel momento, pur non essendosi mossa, alcuni dei suoi neuroni motori, monitorati mediante appositi macchinari, reagirono a quello stimolo visivo. La reazione cerebrale del macaco stupì molto i ricercatori in quanto, fino ad allora, era opinione accettata e condivisa in ambito neuroscientifico che i neuroni motori si attivassero solo e soltanto quando il corpo umano (o in questo caso, del macaco) compiva un qualche tipo di movimento. Alcuni neuroni motori del macaco invece avevano risposto alla stimolo senza che l’animale si muovesse, semplicemente osservando l’uomo prendere il frutto. Data l’incongruenza di questo fenomeno con gli assunti precedenti, i ricercatori credettero che gli strumenti tecnici utilizzati fossero guasti e provvidero ad un’accurata verifica. Poco dopo scoprirono con grande sorpresa che tutto funzionava correttamente e che ciò a cui avevano assistito non era stato un errore tecnico ma qualcosa di più. L’esperimento fu ripetuto diverse volte e sempre con lo stesso esito. Si decise di provare allora a farne uno simile monitorando l’attività cerebrale degli esseri umani e così, dinanzi ad ulteriori evidenze positive, fu dato un nome a ciò che oggi chiamiamo neuroni specchio[4].

Ma cosa sono i neuroni specchio e in che modo hanno cambiato la conoscenza che fino agli Novanta avevamo della mente umana? Una prima e dettagliata risposta ci viene offerta dal libro di Rizzolatti e Sinigaglia menzionato poc’anzi e che ritengo fondamentale in quanto è l’autore della scoperta a parlare dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Il testo è stato scritto con linearità e precisione per accompagnare il lettore passo dopo passo verso l’esplorazione dei meccanismi cerebrali. Nonostante gli argomenti vengano trattati rendendo scorrevole l’accurata spiegazione dei fondamenti della conoscenza del cervello e la funzione dei mirror neurons, i contenuti sono necessariamente esposti in maniera molto tecnica e ciò rende questo libro piacevolmente fruibile per coloro che si occupano di studi cognitivi, e in particolare di neuroscienze, ma difficile e a tratti faticoso da capire per i non addetti ai lavori.

La portata di tale scoperta scientifica non sfuggì a due ragazzi che quasi dieci anni or sono vennero a conoscenza degli studi del professore e del suo team e che leggendo con grande interesse il testo di riferimento ne furono talmente impressionati che decisero di orientare una parte dei loro studi in direzione di quegli argomenti. Quando Davide Donelli contattò il dr. Matteo Rizzato, era all’epoca uno studente della facoltà di medicina. I due avevano discusso delle loro impressioni riguardo i neuroni specchio e furono concordi sul fatto che questa scoperta, se adeguatamente approfondita e utilizzata, avrebbe potuto avere un impatto altamente positivo nella vita delle persone. Donelli si presentò allora dal professor Rizzolatti comunicandogli l’intenzione di scrivere insieme a Rizzato un libro in cui avrebbero spiegato i neuroni specchio ad un pubblico che di questo argomento conosceva nulla o molto poco analizzandoli “nel loro agire quotidiano” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3) e fornendo “a chiunque uno strumento facile e diretto per iniziare da subito ad osservare, riconoscere e gestire le funzionalità basilari di questa scoperta nell’ambito delle relazioni interpersonali” (ivi, p. 6). Il professore si dimostrò inizialmente perplesso dinnanzi al tentativo di due non neuroscienziati di scrivere un testo sulla materia in oggetto, ma diede loro il proprio supporto decidendo di revisionarlo ed eventualmente correggerlo una volta che lo avessero completato. Venne così pubblicato per la prima volta nel 2011 il libro 'Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia' con il beneplacito e la firma in prefazione del professor Rizzolatti[5].

“Esiste in noi un sistema specchio” -scrivono gli autori- “capace di associare l’immagine che vediamo degli altri alle emozioni che stanno provando” (ivi, p. 4). “Esso consente di rivivere le azioni e le emozioni osservate negli altri all’interno del proprio corpo” (Attili 2017, p. 85)[6]. Ciò vuol dire che “quando vediamo un altro compiere un’azione, dentro di noi si attivano i neuroni specchio che ci fanno 'vivere' l’azione osservata proprio come se fossimo noi ad eseguirla” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3).  “Guardando quello che un’altra persona fa, o assistendo a quello che prova, si attivano nell’osservatore le stesse aree cerebrali che nell’altro sono correlate alle sue azioni ed emozioni. Chi guarda reagisce come se fosse lui stesso a eseguire quell’azione o a esperire quell’emozione. Questa classe di neuroni fa sì che, quando un individuo vede un’azione compiuta da un altro, è in grado di comprenderla 'empaticamente' ed è addirittura portato a imitarla” (Attili 2017, pp. 85, 87).

Avete presente la sensazione di sentirvi completamente partecipi delle vicende di un personaggio di un film? Vi sarà certamente capitato innumerevoli volte di guardare un attore o un’attrice assumere dei comportamenti in cui vi siete spontaneamente identificati. Può succedere con qualsiasi tipo di film, dal comico al drammatico ma anche a teatro e ogni qualvolta fruite un media che vi rimanda immagini visive. Osservando il comportamento di uno degli interpreti, ciascuno di noi può rivedere in lui/lei parte del proprio modo di agire, atteggiamenti che riconosce come familiari. Nella nostra mente inizia quindi un processo di identificazione di noi stessi con quel personaggio. Questo fenomeno ben descrive la funzione dei neuroni specchio: quando vediamo un altro compiere un gesto che ci è familiare, riconosciamo ciò che sta facendo e ci immedesimiamo al punto di sentire sulla nostra pelle le emozioni che sta esprimendo.

Ma la scoperta di questo fenomeno è davvero così recente?

Del riconoscimento delle azioni appartenenti al proprio background esperienziale e dell’identificazione con i comportamenti altrui ne parlava già un illustre filosofo secoli or sono. Aristotele (383 a.C.-322 a.C) è uno dei primi a descrivere il concetto di mimesi, ovvero di imitazione. “Imitare è conforme a natura” (4.1448b, 20), sostiene l’autore nella sua Poetica.In primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive a imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione” (4.1448b, 5-8). Tra le forme di imitazione che l’uomo può produrre egli afferma l’importanza del teatro e in particolar modo della tragedia. Secondo il filosofo, infatti, “la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza” (6.1450a, 15). Essa è “imitazione di una azione nobile e compiuta […] di persone che agiscono […], la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni” (6.1449b, 25-28). L’essere umano osservando gli attori svolgere determinate azioni le riconosce come sue, empatizza con i personaggi, si sente vicino alle loro esperienze, le introietta e il suo umore cambia allineandosi a quello veicolato dell’azione messa in scena. L’osservazione del comportamento degli attori durante lo svolgimento della tragedia genera ciò che Aristotele ha definito catarsi: lo spettatore che rivive in sé stesso quelle azioni ne capisce l’intenzione e la finalità e se queste gli hanno scaturito turbamenti dovute al ricordo di eventi che hanno su di lui un impatto psicologico profondo, le rielabora e, infine, se ne sente liberato.

È grazie alle sofisticate moderne tecniche di brain imaging[7] se oggi abbiamo la possibilità di provare o confutare scientificamente ciò che anticamente era soltanto un assunto teorico nell’ambito degli studi sulla cognizione. La scoperta dell’esistenza di un sistema specchio ha permesso alla scienza, alla filosofia e alle scienze cognitive di avvicinarsi ancora di più e convergere su dei punti essenziali per il progresso della conoscenza del cervello umano e delle sue funzioni. Mediante i passi in avanti compiuti dalle neuroscienze, l’empatia ha cessato di essere una capacità che si manifesta dentro di noi in modo misterioso e inspiegabile ed ha iniziato ad essere osservabile in alcuni dei meccanismi che le danno origine. Le conoscenze attuali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che i pensieri e le emozioni non sono evanescenti movimenti di una mente inafferrabile ma nascono nel nostro cervello, lo plasmano, guidano e modellano la nostra vita e i nostri comportamenti.

In quanto filosofa della scienza ho a cuore la divulgazione scientifica e prima di concludere questo articolo mi soffermo brevemente sui motivi per cui consiglio il libro di Davide Donelli e Matteo Rizzato come primo passo per iniziare a conoscere i neuroni specchio in caso non siate esperti del settore:

•     'Io sono il tuo specchio' è stato revisionato e corretto dall’autore della scoperta in persona, il prof. Giacomo Rizzolatti, e questo è per tutti un forte indicatore che i contenuti trattati sono fedeli a quanto già precedentemente era stato enunciato dal ricercatore e dal suo team riguardo i mirror neurons;
    L’estrema chiarezza nell’esposizione. Nei primi due capitoli del libro gli autori sono riusciti a spiegare con periodi semplici e parole essenziali alcuni meccanismi cerebrali molto complessi ma basilari per apprendere cosa sono i neuroni specchio. Non è da tutti riuscire a far questo e mi complimento con loro;
•    Questo testo non ha come unica finalità la semplice spiegazione di una scoperta scientifica, ma si propone come strumento per fornirci la consapevolezza di cosa c’è veramente in gioco quando interagiamo con gli altri. Dal secondo e terzo capitolo si evince che la comunicazione interpersonale è in grado di veicolare stati d’animo che sono capaci davvero di cambiare le nostre giornate, nel bene e nel male. In un mondo in cui chi comunica le sue emozioni in maniera più forte ed incisiva inevitabilmente trascina con sé coloro che si sentono in un dato momento più vulnerabili ed influenzabili, 'Io sono il tuo specchio' è un utile alleato per iniziare a comprendere quanto sia importante gestire le nostre emozioni per non farci sopraffare da quelle degli altri. Perché se è vero che quando siamo in compagnia di persone di cui ci fidiamo e che ci fanno stare bene, affidarci emotivamente ai loro gesti e ai loro discorsi è fonte di scambio profondo di emozioni positive che producono in noi un vero e proprio benessere psicofisico, è altrettanto vero che nel mondo lì fuori ci sono tantissime persone tristi, arrabbiate, frustrate e incattivite con le quali spesso è inevitabile doverci avere a che fare e che costantemente ci influenzano negativamente provando a vincere con la forza battaglie a colpi di atteggiamenti svalutanti esplicitati mediante parole inopportune, ricatti emotivi, comportamenti passivo aggressivi e silenzi indecifrabili ed è proprio in momenti delicati come questi che la ricerca scientifica può venire in soccorso della nostra umana fragilità.

Recentemente ho avuto modo di fare due chiacchiere con il dr. Rizzato. Ci siamo confrontati a lungo su quanto discusso nel suo libro e di lì si è creato uno scambio di opinioni sul modo in cui intendiamo e viviamo i processi comunicativi. L’idea personale che mi sono formata sull’autore in seguito alle nostre chiacchierate è di un uomo che esprime il suo sistema di credenze con incisività e risponde con prontezza alle istanze del suo interlocutore. Aperto e disposto a conoscere il parere dei suoi lettori, accoglie i commenti esterni come un’opportunità per migliorare il suo lavoro. La soddisfazione più grande che un lettore possa ricevere è quella di sapere che il libro che sta leggendo è stato scritto con una sincera passione per gli argomenti trattati. Questo libro ha, a mio parere, anche questo requisito e vi saluto invitandovi ancora una volta alla sua lettura e a quella delle prossime pubblicazioni dei suoi due autori a cui porgo i miei sinceri auguri per gli studi e le ricerche future.

 

NOTE:

[1] Bojack Horseman, stagione 5, epsiodo 5, Netflix.

[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello agisce e i neuroni specchio (2006), Raffaello Cortina Editore.

[3] La mela cadde davvero sulla testa di Newton o è soltanto una leggenda? Scopritelo a questo link:

https://www.corriere.it/scienze/10_gennaio_18/mela-newton-non-leggenda_b6153f6a-0428-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

[4] Il racconto della vicenda della scoperta dei neuroni specchio è descritta in dettaglio su Wikipedia. Vi lascio il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio Quando ho scritto l'articolo, però, volevo essere certa che l'aneddoto fosse vero in quanto non potevo verificarne io stessa la fonte. Ho chiesto allora a Matteo Rizzato se potesse darmi una risposta e lui ha affermato che il racconto "leggendario" della scoperta dei neuroni specchio è vero.

[5] Donelli D., Rizzato M., Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia, Edizioni Amrita, 2011.

[6] Attili G., Il cervello in amore. Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, Il Mulino Bologna, 2017.

[7] Le tecniche di brain imaging (o mental scanning) sono strumenti che permettono di ottenere delle immagini riguardanti l'attività cerebrale di un soggetto durante lo svolgimento di un compito cognitivo, motorio e persino immaginativo.

[8] Il quadro esposto tra le immagini sopra è un particolare della 'Scuola di Atene' dipinta da Raffaello Sanzio tra il 1509 e il 1511. Gli uomini dipinti al centro della scena sono Aristotele e Platone.

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Mada Alfinito 07/05/2018

Chi è il Maker Digitale e Cosa Fa?

Premessa: ho scritto questo articolo nel 2015 per l'associazione Open Makers Italy presso cui ho dato il mio contributo per alcuni anni come filosofa della scienza, addetta alla comunicazione, alle pubbliche relazioni e all'organizzazione di eventi.[1] Lo definisco il manifesto dell'artigianato 2.0 ed è stato apprezzato e pubblicato anche su siti esperti che trattano di tecnologia.

Le mani sono uno strumento fondamentale per entrare in contatto con il mondo che ci circonda. Le mani toccano, le mani percepiscono. Mediante il tatto, quello che tocchiamo acquista un volto, un’identità. Le superfici delle cose ci raccontano come è fatto il mondo. I recettori presenti sulla nostra pelle mandano impulsi al cervello ogni qualvolta tocchiamo qualcosa e in esso vengono elaborate innumerevoli informazioni riguardo ciò che abbiamo toccato. Non appena questi impulsi vengono elaborati sorgono in noi emozioni, sensazioni, pensieri, idee e valutazioni su come è fatto il mondo, categorizzazioni e desideri che appartengono solo a noi e a nessun altro.

Un artigiano è colui che crea con le mani, è un esteta: dal greco aisthetés, ovvero colui che percepisce. E per i greci, percepire, era arrivare dritto al cuore. Ma l’esteta è in epoca moderna, più che nella Grecia antica, anche colui che è alla ricerca del bello e di esso ne fa un vero e proprio culto.

Makers è un neologismo con il quale si indica una categoria di persone che amano creare nell’ambito delle nuove tecnologie: gli artigiani digitali. Essi realizzano strumenti e apparecchiature tecnologiche di qualsiasi tipo.

Qualcuno potrebbe domandarsi: "non è improprio definire queste persone artigiani?"

I makers realizzano progetti utilizzando le mani proprio come le altre categorie di artigiani. Che sia un software o una macchina o un robot, l’uso delle mani è fondamentale. Alcune volte, quando il prodotto finale che essi realizzano è digitale, è concettualmente difficile inquadrare queste persone come creatori di qualcosa che sia paragonabile ad un prodotto fatto a mano. Eppure lo è perché, quando un maker crea, le sue mani lavorano abbinando la materia a circuiti, elettricità, numeri ed espressioni algoritmiche. Essi lavorano ad un livello che potremmo definire quasi completamente astratto in quanto gli elementi appena citati, pur essendo per la maggior parte immateriali, produrranno alla fine risultati applicabili concretamente nella vita quotidiana.

Inoltre, se un artigiano è anche un esteta, deve privilegiare nella sua opera la ricerca del bello. Il più delle volte constatiamo, invece, che i prodotti tecnologici fai da te raramente soddisfano l’esigenza degli occhi di trovare la bellezza. Ciò non accade per noncuranza o assenza di ricercatezza nel gusto. Al contrario, data l’abilità delle mani e dell’intelletto di un maker di lavorare ad un livello quasi del tutto astratto, la bellezza suscitata dalla sua opera non si manifesterà nella visione immediata dell’applicazione ma su un piano altrettanto immateriale.

Il motivo che spinse gli antichi greci ad iniziare le loro speculazioni filosofiche fu la meraviglia che provavano, nel bene e nel male, davanti alle cose che li circondavano e di cui non sapevano dare una spiegazione. Ebbene, quando si è davanti ad una esposizione di prodotti tecnologici, ognuno di noi resta sempre stupito di fronte a quello che l’uomo può creare. Ciò che un artigiano digitale produce suscita meraviglia perché ognuno di noi si domanda in segreto come sia stato possibile produrre un qualcosa di così complesso e creativo allo stesso tempo. Osservare queste realizzazioni fa sperare e credere che nell’uomo ci sia qualcosa di grande perché partendo dal quasi immateriale è riuscito a creare strumenti concreti che favoriscono il progresso collettivo. Ci si sente forse un po’ dèi, nel senso di creatori, che dal nulla producono qualcosa che avrà importanti effetti pratici nella vita delle persone. È qui, quindi, che incontriamo il bello. Il bello ricercato dai makers è lo stupore. I makers rendono possibile la contemplazione delle idee. Ancora una volta le mani producono qualcosa e suscitano emozioni. L’artigianato digitale arriva dritto al cuore.

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Note

[1] http://www.openmakersitaly.org/

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Mada Alfinito 02/05/2020

Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa

 

Premessa: questo è il proseguimento di un articolo pubblicato in precedenza. Prima di iniziare, leggi la prima parte cliccando qui: Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate , così che l'argomento possa esserti completamente chiaro.

 

"Ci sono volte in cui tutto il mondo dorme,

e i dubbi corrono troppo profondi

per una persona così semplice."[1]

 

Nel precedente articolo ho parlato della definizione di trauma e di come la nostra mente provi a difendersi dalle esperienze dolorose dando vita a pensieri apparentenmente coerenti nella loro struttura di senso ma logicamente scorretti. Le fallacie, ovvero gli errori di ragionamento e di argomentazione, lungi dall'aiutarci ad elaborare i nostri traumi in modo sano e costruttivo, ci inducono a trarre conclusioni affrettate ed errate su fatti, sentimenti e comportamenti, nostri e altrui.

Come detto in precedenza, la logica formale può esserci di grande aiuto sia nello smascherare eventuali errori di valutazione prima di compierli, sia nel rivedere scelte del passato e, perché no, qualora fosse possibile, chiedere scusa e riconciliarci con persone che abbiamo mal giudicato e ferito.

Oggi ci occuperemo di comprendere il ragionamento abduttivo.

Per ragionamento abduttivo si intende un tipo di inferenza composta da una prima premessa vera, detta maggiore, e una seconda premessa minore di cui non siamo certi (dubbia) alle quali segue una conclusione probabile. Come esempio pratico provate ad immedesimarvi nella situazione seguente:

State mettendo in moto la vostra automobile ma non ci riuscite perché non parte. Questa è la premessa maggiore: è un dato di fatto che la macchina non si accenda e la proposizione è, dunque, vera.

Nel vostro bagaglio soggettivo di conoscenze riguardo il funzionamento di un'auto è contenuta l'informazione che una delle cause possibili per cui una macchina non si accende è il fatto che la batteria sia scarica. Questa è la premessa minore: una possibilità che potrebbe aver determinato la non accensione del mezzo ma non ancora una certezza.

Siccome il fatto che la batteria scarica determini la non accensione dell'auto è la prima spiegazione intuitiva che vi viene in mente, arrivate alla conclusione che la macchina sia spenta perché la batteria è scarica.

Adesso, poniamo che chiamiate un elettrauto per far sostituire la batteria. Questo signore avrà probabilmente molte più conoscenze di voi riguardo a ciò che permette ad un'auto di funzionare e cosa no, di conseguenza nella sua testa si apriranno diversi scenari possibili a proposito del guasto. Nonostante egli abbia probabilmente già una o più ipotesi a riguardo, non vi riferirà la causa del problema fino a quando non se ne sarà sincerato. Una volta che il vostro elettrauto avrà fatto i controlli di routine, potrà dire con certezza se le ipotesi che aveva formulato erano giuste oppure no.

Provate a pensare alle volte che vi siete trovati in una situazione come questa o simile in cui si è verificato un fatto improvviso che vi ha generato turbamento. Come vi siete comportati? Avete fornito immediatamente a voi stessi la spiegazione per voi più intuitiva, plausibile e coerente con il vostro sistema di credenze oppure vi siete accertati di come si sono svolti i fatti prima di esprimere un giudizio?

Se vi siete identificati nel primo personaggio, benvenuti nel mondo della fallacia abduttiva. Se invece vi siete identificati maggiormente nel secondo, benvenuti nel ragionamento abduttivo utilizzato dalle scienze sperimentali.

L'abduzione fu individuata per la prima volta da Aristotele, ma fu Charles Sanders Peirce[2] a considerarla parte del metodo sperimentale usato nelle scienze. L'obiettivo del metodo scientifico è quello di trovare la spiegazione ad un fenomeno dapprima osservandolo e poi formulando delle ipotesi (teorie). Una volta formulate le ipotesi, occorre verificarle mediante degli esperimenti che andranno a confermare o smentire la loro validità.

Il metodo abduttivo è considerato metodologicamente parte di quello scientifico proprio perché consiste nell'ipotizzare le possibili cause di un evento che cattura la nostra attenzione. Esso può svelarci letteralmente la realtà nella quale ci troviamo in quanto la sua struttura logica non consente di fissarci sui soliti giudizi e convinzioni ma ci spinge a cercare nuovi percorsi e soluzioni al di fuori del nostro punto di vista, spesso superficiale e pieno di luoghi comuni.

Un'ipotesi, per essere definita vera, deve essere confermata dai fatti; occorrono, cioè, delle prove. Il desiderio di ricercare queste prove fa sì che non restiamo passivi di fronte agli eventi ma assumiamo un atteggiamento attivo e propositivo rivolto alla ricerca di una conoscenza che dà pace perché libera dal dubbio che attanaglia e permette di trasformare e rivalutare le nostre opinioni e decisioni.

L'abduzione diventa una fallacia quando, tra tutte le ipotesi possibili per la spiegazione di un fatto, stabiliamo tout-court quella che è vera (o vorremmo che lo fosse) in base al nostro pre-giudizio, senza averne avuto la certezza. Infatti: "Eseguiamo spesso ragionamenti abduttivi per cercare una giustificazione di un determinato fatto e sovente siamo disposti a 'difendere' la nostra giustificazione fino a quando non ne troviamo un'altra che ci sembra più convincente."[3] Ma convincente non vuol dire vera e le ipotesi devono essere per noi un punto di partenza e non di arrivo nel cercare di comprendere un avvenimento.

Questo errore è molto limitante soprattutto quando si verificano situazioni emotivamente problematiche: il voler gestire e controllare il problema nel più breve tempo possibile per difenderci dal disagio che comporta induce a scegliere la soluzione, e quindi il colpevole, sbagliato. La fallacia abduttiva ha infatti, nell'ambito del trauma, un forte legame con il senso di colpa. Vediamo in che modo tramite alcuni casi tratti da discorsi realmente avvenuti:

"Oggi Marco era inquieto e a stento mi ha rivolto la parola. è sicuramente arrabbiato con me!"

In questo esempio, il soggetto x che ha asserito questa frase si è accorto che Marco, un uomo con cui ha un legame affettivo di qualsiasi tipo, è stato scostante e cupo tutto il giorno. X non comprende il motivo del suo comportamento e si sente a disagio. Potrebbe chiederglielo, ma non lo fa: nel suo sistema di credenze, quando una persona è arrabbiata con un'altra, l'unico modo di manifestare il suo disappunto è quello di ignorarla automaticamente. Va da sé che: "Se Marco non mi parla, allora è arrabbiato con me." Nella realtà dei fatti, quando una persona è inquieta e scostante potrebbe esserelo per centinaia di ragioni e il fatto di essere in collera con un'altra è solo una delle tantissime possibilità, a meno che non glielo dica apertamente. In questo caso, però, x è andato/a in ansia perché preoccupato/a di perdere l'affetto di Marco e l'unica ipotesi a cui riesce a dar credito si basa sulla sua esperienza di vivere le relazioni affettive, la quale si fonda a sua volta sul senso di colpa. "È vero per tutti che, di fronte a un dispiacere, se diciamo che è colpa nostra, in realtà stiamo dicendo che abbiamo la possibilità di controllare la situazione: se noi cambiamo, la sofferenza cesserà."[4]

Il prossimo esempio riprende l'argomento dei pregiudizi di genere di cui ho parlato precedentemente. Questo è un tipo di dialogo molto frequente quando si parla di abusi sessuali.

A: "Hai sentito la notizia? Ieri sera una ragazza è stata violentata."

B: "È una cosa davvero orribile! Certe cose non dovrebbero mai accadere. Come si è svolta la vicenda?"

A: "Pare che la ragazza stesse tornando da sola da una festa alle due di notte e indossasse un abitino molto corto."

B: "Se la ragazza si fosse vestita in modo più decoroso non avrebbe attirato l'attenzione di quell'uomo e questo non sarebbe mai accaduto."

Questo dialogo apparentemente anacronistico è realtà.[5] Per quanto sembri incredibile, è proprio quando si verificano situazioni dolorose e traumatiche che i pregiudizi emergono con maggiore forza. Come ho già detto nella prima parte di questo articolo, è compito della psicologia comprendere gli stati emotivi disfunzionali che inducono le persone a fare gravi errori di valutazione come questo. La logica, invece, rivela la struttura formale del tipo di ragionamento messo in atto dal nostro cervello, ovvero in che modo esso associa tra loro diverse proposizioni (fatti) per giungere ad una conclusione.

La struttura logica abduttiva soggiacente alla situazione descritta è la seguente:

La sera che è stata violentata, la ragazza camminava da sola per strada e indossava un abito corto: premessa maggiore, vera;

Quando gli uomini vedono una ragazza vestita in modo sexy o provocante provano un'eccitazione tale da diventare impulsivi e irruenti: premessa minore, dubbia;

La ragazza è sata vittima di violenza sessuale perché indossava una minigonna succinta che ha provocato quell'uomo: conclusione.

Non occorre un genio per capire che una donna che subisce abusi non ha alcuna colpa dell'accaduto. La violazione del corpo di un soggetto è un grave reato e il sesso della vittima non cambia lo stato di colpevolezza dell'aggressore.

Come nell'esempio precedente, il passaggio chiave dal ragionamento abduttivo alla fallacia abduttiva è lo slittamento dal concetto di causa a quello di colpa. Nel primo, infatti, si ricercano le motivazioni di un fenomeno a prescindere dagli stati emotivi e dalle aspettative di chi formula le ipotesi, nel secondo caso invece si dà maggiore importanza a come noi crediamo che il mondo sia e non a quello che è davvero. Ciò comporta che, quando ci confrontiamo con qualcuno, dietro l'alibi di voler capire le cause del suo comportamento nascondiamo inconsapevolmente il bisogno di trovare un colpevole su cui scaricare la responsabilità della nostra frustrazione. Poco importa se ai nostri occhi il colpevole di una situazione problematica siamo noi (primo esempio) o altri (secondo esempio), la fallacia abduttiva consente di attribuire rapidamente colpe e meriti a cose, persone e situazioni deresponsabilizzandoci del nostro diritto-dovere di conoscere la realtà (o, almeno, provarci) al fine di compiere scelte che non invischino gli altri nel nostro vissuto emotivo problematico.

Piuttosto che fare il possibile per maturare interiormente e darci da fare attivamente per fornire il nostro contributo, anche minimo, alla costruzione di una società più attenta alle esigenze umane, preferiamo colpevolizzare quelli che, nel nostro soggettivo modo di vedere le cose, percepiamo più deboli così da evitare quel tanto temuto confronto con noi stessi e con gli altri, il quale ci mostrerebbe inesorabilmente la nostra fragilità e impotenza di fronte a tutte quelle piccole e grandi questioni emotivamente così dolorose che coinvolgono la collettività.

 

La seconda parte dell'articolo termina qui. Tra alcuni giorni verrà pubblicata la terza ed ultima parte in cui vi parlerò della fallacia del ragionamento per default. Se l'articolo vi è piaciuto, condividetelo sui vostri social preferiti. ^_^

 

Note

[1] Supertramp, The Logical Song , 1979;

[2] Charles Sanders Peirce (1901), On the Logic of Drawing History from Ancient Documents Especially for Testimonies;

[3] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 26, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;

[4] Robin Norwood (1985), Donne che Amano Troppo, p. 28, 2014, Giangiacomo Feltrinelli Ediotore, Milano;

[5] Una indagine Istat del 2019 ci spiega cosa pensa un campione della popolazione italiana riguardo la responsabilità dell'uomo e della donna negli abusi sessuali: Gli Stereotipi dei Ruoli di Genere e l'Immagine Sociale della Violenza Sessuale .

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