Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa

Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate (Seconda Parte)

Mada Alfinito 02/05/2020 0

 

Premessa: questo è il proseguimento di un articolo pubblicato in precedenza. Prima di iniziare, leggi la prima parte cliccando qui: Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate , così che l'argomento possa esserti completamente chiaro.

 

"Ci sono volte in cui tutto il mondo dorme,

e i dubbi corrono troppo profondi

per una persona così semplice."[1]

 

Nel precedente articolo ho parlato della definizione di trauma e di come la nostra mente provi a difendersi dalle esperienze dolorose dando vita a pensieri apparentenmente coerenti nella loro struttura di senso ma logicamente scorretti. Le fallacie, ovvero gli errori di ragionamento e di argomentazione, lungi dall'aiutarci ad elaborare i nostri traumi in modo sano e costruttivo, ci inducono a trarre conclusioni affrettate ed errate su fatti, sentimenti e comportamenti, nostri e altrui.

Come detto in precedenza, la logica formale può esserci di grande aiuto sia nello smascherare eventuali errori di valutazione prima di compierli, sia nel rivedere scelte del passato e, perché no, qualora fosse possibile, chiedere scusa e riconciliarci con persone che abbiamo mal giudicato e ferito.

Oggi ci occuperemo di comprendere il ragionamento abduttivo.

Per ragionamento abduttivo si intende un tipo di inferenza composta da una prima premessa vera, detta maggiore, e una seconda premessa minore di cui non siamo certi (dubbia) alle quali segue una conclusione probabile. Come esempio pratico provate ad immedesimarvi nella situazione seguente:

State mettendo in moto la vostra automobile ma non ci riuscite perché non parte. Questa è la premessa maggiore: è un dato di fatto che la macchina non si accenda e la proposizione è, dunque, vera.

Nel vostro bagaglio soggettivo di conoscenze riguardo il funzionamento di un'auto è contenuta l'informazione che una delle cause possibili per cui una macchina non si accende è il fatto che la batteria sia scarica. Questa è la premessa minore: una possibilità che potrebbe aver determinato la non accensione del mezzo ma non ancora una certezza.

Siccome il fatto che la batteria scarica determini la non accensione dell'auto è la prima spiegazione intuitiva che vi viene in mente, arrivate alla conclusione che la macchina sia spenta perché la batteria è scarica.

Adesso, poniamo che chiamiate un elettrauto per far sostituire la batteria. Questo signore avrà probabilmente molte più conoscenze di voi riguardo a ciò che permette ad un'auto di funzionare e cosa no, di conseguenza nella sua testa si apriranno diversi scenari possibili a proposito del guasto. Nonostante egli abbia probabilmente già una o più ipotesi a riguardo, non vi riferirà la causa del problema fino a quando non se ne sarà sincerato. Una volta che il vostro elettrauto avrà fatto i controlli di routine, potrà dire con certezza se le ipotesi che aveva formulato erano giuste oppure no.

Provate a pensare alle volte che vi siete trovati in una situazione come questa o simile in cui si è verificato un fatto improvviso che vi ha generato turbamento. Come vi siete comportati? Avete fornito immediatamente a voi stessi la spiegazione per voi più intuitiva, plausibile e coerente con il vostro sistema di credenze oppure vi siete accertati di come si sono svolti i fatti prima di esprimere un giudizio?

Se vi siete identificati nel primo personaggio, benvenuti nel mondo della fallacia abduttiva. Se invece vi siete identificati maggiormente nel secondo, benvenuti nel ragionamento abduttivo utilizzato dalle scienze sperimentali.

L'abduzione fu individuata per la prima volta da Aristotele, ma fu Charles Sanders Peirce[2] a considerarla parte del metodo sperimentale usato nelle scienze. L'obiettivo del metodo scientifico è quello di trovare la spiegazione ad un fenomeno dapprima osservandolo e poi formulando delle ipotesi (teorie). Una volta formulate le ipotesi, occorre verificarle mediante degli esperimenti che andranno a confermare o smentire la loro validità.

Il metodo abduttivo è considerato metodologicamente parte di quello scientifico proprio perché consiste nell'ipotizzare le possibili cause di un evento che cattura la nostra attenzione. Esso può svelarci letteralmente la realtà nella quale ci troviamo in quanto la sua struttura logica non consente di fissarci sui soliti giudizi e convinzioni ma ci spinge a cercare nuovi percorsi e soluzioni al di fuori del nostro punto di vista, spesso superficiale e pieno di luoghi comuni.

Un'ipotesi, per essere definita vera, deve essere confermata dai fatti; occorrono, cioè, delle prove. Il desiderio di ricercare queste prove fa sì che non restiamo passivi di fronte agli eventi ma assumiamo un atteggiamento attivo e propositivo rivolto alla ricerca di una conoscenza che dà pace perché libera dal dubbio che attanaglia e permette di trasformare e rivalutare le nostre opinioni e decisioni.

L'abduzione diventa una fallacia quando, tra tutte le ipotesi possibili per la spiegazione di un fatto, stabiliamo tout-court quella che è vera (o vorremmo che lo fosse) in base al nostro pre-giudizio, senza averne avuto la certezza. Infatti: "Eseguiamo spesso ragionamenti abduttivi per cercare una giustificazione di un determinato fatto e sovente siamo disposti a 'difendere' la nostra giustificazione fino a quando non ne troviamo un'altra che ci sembra più convincente."[3] Ma convincente non vuol dire vera e le ipotesi devono essere per noi un punto di partenza e non di arrivo nel cercare di comprendere un avvenimento.

Questo errore è molto limitante soprattutto quando si verificano situazioni emotivamente problematiche: il voler gestire e controllare il problema nel più breve tempo possibile per difenderci dal disagio che comporta induce a scegliere la soluzione, e quindi il colpevole, sbagliato. La fallacia abduttiva ha infatti, nell'ambito del trauma, un forte legame con il senso di colpa. Vediamo in che modo tramite alcuni casi tratti da discorsi realmente avvenuti:

"Oggi Marco era inquieto e a stento mi ha rivolto la parola. è sicuramente arrabbiato con me!"

In questo esempio, il soggetto x che ha asserito questa frase si è accorto che Marco, un uomo con cui ha un legame affettivo di qualsiasi tipo, è stato scostante e cupo tutto il giorno. X non comprende il motivo del suo comportamento e si sente a disagio. Potrebbe chiederglielo, ma non lo fa: nel suo sistema di credenze, quando una persona è arrabbiata con un'altra, l'unico modo di manifestare il suo disappunto è quello di ignorarla automaticamente. Va da sé che: "Se Marco non mi parla, allora è arrabbiato con me." Nella realtà dei fatti, quando una persona è inquieta e scostante potrebbe esserelo per centinaia di ragioni e il fatto di essere in collera con un'altra è solo una delle tantissime possibilità, a meno che non glielo dica apertamente. In questo caso, però, x è andato/a in ansia perché preoccupato/a di perdere l'affetto di Marco e l'unica ipotesi a cui riesce a dar credito si basa sulla sua esperienza di vivere le relazioni affettive, la quale si fonda a sua volta sul senso di colpa. "È vero per tutti che, di fronte a un dispiacere, se diciamo che è colpa nostra, in realtà stiamo dicendo che abbiamo la possibilità di controllare la situazione: se noi cambiamo, la sofferenza cesserà."[4]

Il prossimo esempio riprende l'argomento dei pregiudizi di genere di cui ho parlato precedentemente. Questo è un tipo di dialogo molto frequente quando si parla di abusi sessuali.

A: "Hai sentito la notizia? Ieri sera una ragazza è stata violentata."

B: "È una cosa davvero orribile! Certe cose non dovrebbero mai accadere. Come si è svolta la vicenda?"

A: "Pare che la ragazza stesse tornando da sola da una festa alle due di notte e indossasse un abitino molto corto."

B: "Se la ragazza si fosse vestita in modo più decoroso non avrebbe attirato l'attenzione di quell'uomo e questo non sarebbe mai accaduto."

Questo dialogo apparentemente anacronistico è realtà.[5] Per quanto sembri incredibile, è proprio quando si verificano situazioni dolorose e traumatiche che i pregiudizi emergono con maggiore forza. Come ho già detto nella prima parte di questo articolo, è compito della psicologia comprendere gli stati emotivi disfunzionali che inducono le persone a fare gravi errori di valutazione come questo. La logica, invece, rivela la struttura formale del tipo di ragionamento messo in atto dal nostro cervello, ovvero in che modo esso associa tra loro diverse proposizioni (fatti) per giungere ad una conclusione.

La struttura logica abduttiva soggiacente alla situazione descritta è la seguente:

La sera che è stata violentata, la ragazza camminava da sola per strada e indossava un abito corto: premessa maggiore, vera;

Quando gli uomini vedono una ragazza vestita in modo sexy o provocante provano un'eccitazione tale da diventare impulsivi e irruenti: premessa minore, dubbia;

La ragazza è sata vittima di violenza sessuale perché indossava una minigonna succinta che ha provocato quell'uomo: conclusione.

Non occorre un genio per capire che una donna che subisce abusi non ha alcuna colpa dell'accaduto. La violazione del corpo di un soggetto è un grave reato e il sesso della vittima non cambia lo stato di colpevolezza dell'aggressore.

Come nell'esempio precedente, il passaggio chiave dal ragionamento abduttivo alla fallacia abduttiva è lo slittamento dal concetto di causa a quello di colpa. Nel primo, infatti, si ricercano le motivazioni di un fenomeno a prescindere dagli stati emotivi e dalle aspettative di chi formula le ipotesi, nel secondo caso invece si dà maggiore importanza a come noi crediamo che il mondo sia e non a quello che è davvero. Ciò comporta che, quando ci confrontiamo con qualcuno, dietro l'alibi di voler capire le cause del suo comportamento nascondiamo inconsapevolmente il bisogno di trovare un colpevole su cui scaricare la responsabilità della nostra frustrazione. Poco importa se ai nostri occhi il colpevole di una situazione problematica siamo noi (primo esempio) o altri (secondo esempio), la fallacia abduttiva consente di attribuire rapidamente colpe e meriti a cose, persone e situazioni deresponsabilizzandoci del nostro diritto-dovere di conoscere la realtà (o, almeno, provarci) al fine di compiere scelte che non invischino gli altri nel nostro vissuto emotivo problematico.

Piuttosto che fare il possibile per maturare interiormente e darci da fare attivamente per fornire il nostro contributo, anche minimo, alla costruzione di una società più attenta alle esigenze umane, preferiamo colpevolizzare quelli che, nel nostro soggettivo modo di vedere le cose, percepiamo più deboli così da evitare quel tanto temuto confronto con noi stessi e con gli altri, il quale ci mostrerebbe inesorabilmente la nostra fragilità e impotenza di fronte a tutte quelle piccole e grandi questioni emotivamente così dolorose che coinvolgono la collettività.

 

La seconda parte dell'articolo termina qui. Tra alcuni giorni verrà pubblicata la terza ed ultima parte in cui vi parlerò della fallacia del ragionamento per default. Se l'articolo vi è piaciuto, condividetelo sui vostri social preferiti. ^_^

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Note

[1] Supertramp, The Logical Song , 1979;

[2] Charles Sanders Peirce (1901), On the Logic of Drawing History from Ancient Documents Especially for Testimonies;

[3] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 26, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;

[4] Robin Norwood (1985), Donne che Amano Troppo, p. 28, 2014, Giangiacomo Feltrinelli Ediotore, Milano;

[5] Una indagine Istat del 2019 ci spiega cosa pensa un campione della popolazione italiana riguardo la responsabilità dell'uomo e della donna negli abusi sessuali: Gli Stereotipi dei Ruoli di Genere e l'Immagine Sociale della Violenza Sessuale .

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Mada Alfinito 25/04/2020

Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate

 

Premessa: questo articolo è stato divisto in tre parti per via della lunghezza dei contenuti. Dedico questa serie di scritti a tutti i miei docenti di logica e di filosofia della scienza, i quali sono stati capaci di comunicarmi tutta la loro passione per questa disciplina magnifica.

 

"Per strade secondarie e tortuose sfreccia la mia voglia di evasione,

Non prima di aver messo in discussione il senso generale delle cose."[1]

 

Secondo una definizione di Antonello Correale citando Freud, "il trauma è qualunque stimolazione non riesca a trovare adeguato contenimento ed elaborazione mentale [...] È qualcosa di troppo forte [...] eccede la possibilità di essere pensato" e trascende la nostra immaginazione[2].

Inoltre, il trauma è una possibilità a cui siamo tutti potenzialmente esposti: in ogni momento e in ogni luogo possono verificarsi eventi che sfuggono totalmente al nostro controllo e la percezione di essere impreparati e inadeguati ad affrontarli fa aumentare il senso di angoscia che generano.

È in momenti come questi che ci appelliamo più che mai alla ragione: cercare di capire in tutti i modi il perché si sia verificato un avvenimento non lenisce il dolore ma ci aiuta a minimizzare il trauma e a farlo rientrare nella sfera del pensiero acquisendo la certezza interiore di essere in grado di poterlo gestire emotivamente e controllarlo razionalmente. Dove precedentemente era sconosciuto, il trauma diventa un'immagine pregnante e la sua presenza nella nostra mente ci consente di ricondurre la questione su un piano metafisico e filosofico, ovvero produce la riflessione sul senso delle cose e della vita avviando così un processo cognitivo del tipo causa-effetto (ivi). "L'uomo si trova nel bel mezzo degli effetti e non può astenersi dal ricercarne le cause" scrisse Goethe[3]. "Da quell'essere comodo che è, si appiglia alla prima cosa che trova come alla migliore e così si tranquillizza".

Questo nostro atteggiamento non si manifesta soltanto quando ci troviamo in situazioni ad alto impatto emotivo. Ogni qualvolta una situazione attira la nostra attenzione, iniziamo spontaneamente a ragionare in questi termini: data una condizione x, una condizione y e così via, allora accadrà z. Negli studi di logica formale questa sequenza di proposizioni viene chiamata inferenza: a partire da un insieme di premesse considerate vere seguirà una conclusione altrettanto vera, la quale è detta conseguenza logica delle precedenti ed è proprio dalla struttura così semplice di questo ragionamento che siamo in grado di crearne altri complessi.

La sopracitata logica formale è una disciplina antica e si sviluppa intorno al concetto che un ragionamento non possa essere ritenuto corretto in virtù del suo significato, ma per il modo in cui il ragionamento viene formulato. "Usualmente un ragionamento ha lo scopo di convincere della verità della conclusione [...] Dal punto di vista logico [...] non è rilevante la verità della conclusione, quanto se l'eventuale verità della conclusione è garantita dalla verità delle premesse, indipendentemente dalla maggiore o minore plausibilità di quest'ultima (Palladino, 2014)[4]." Essa quindi, non studia i contenuti delle proposizioni ma la loro struttura formale, ovvero il modo in cui concateniamo tra loro premesse e conclusioni a prescindere da come sia lo stato di cose della realtà. Questa disciplina, inoltre, si è occupata di enunciare delle regole universali per compiere dei ragionamenti corretti e ci insegna che, nonostante il più delle volte ci ostiniamo a portare avanti le nostre considerazioni personali, questi pensieri potrebbero nascondere delle fallacie strutturali che rendono il ragionamento apparentemente coerente nella sua struttura di senso ma incorretto dal punto di vista logico traendoci in inganno nelle nostre scelte, decisioni e valutazioni di persone e situazioni. Scrive infatti Schopenhauer a questo proposito: "Falsi giudizi sono frequenti, falsi sillogismi estremamete rari[5]."

Sono tantissime le fallacie, ovvero gli errori di ragionamento e di argomentazione, che commettiamo ogni giorno senza esserne consapevoli. La logica ha attribuito un nome a ciascuna tipologia mostrando in che modo possiamo rivedere le nostre posizioni in modo costruttivo. Proprio perché le fallacie classificate sono tantissime, è impossibile in questa sede mostrarvele e spiegarvele una ad una. Ho individuato, quindi, quelle più usate per trarre conclusioni. Esse sono: il ragionamento induttivo, abduttivo e per default. Rintracciare gli errori più comuni che compiamo attraverso queste strutture ci sarà molto utile non solo per migliorare le nostre scelte personali ma anche per riflettere, mediante un punto di vista nuovo, sulle situazioni traumatiche. Infatti, quando si verificano episodi impattanti dal punto di vista emotivo, le tre fallacie che sto per descrivervi sono quelle che maggiormente ci impediscono di utilizzare sani parametri valutativi per elaborare il vissuto problematico influenzandoci nelle scelte di vita che avvengono dopo il trauma, quando bisogna affrontare il quotidiano alla luce degli eventi accaduti e le relative conseguenze. Iniziamo.

Ragionamento induttivo:

Una fallacia induttiva si verifica quando attribuiamo una proprietà osservata in uno o pochi individui a tutti quelli appartenenti alla stessa categoria. È un tipo di ragionamento che ci porta ad estendere i nostri giudizi dal particolare al generale senza effettivamente osservare se quel che si attribuisce ad alcuni membri di un insieme sia vero sempre e per tutti.
Il metodo induttivo è molto usato nelle scienze sperimentali quando si evidenziano delle regolarità nella natura.  Ad esempio: la luna compie un intero ciclo ogni 28 giorni, l'acqua bolle a 100 gradi, tutti i corpi terrestri sono attirati verso il basso.

Nel ragionamento comune utilizziamo l'induzione quando vogliamo creare una distanza tra diverse categorie di persone. La sua struttura formale favorisce la creazione dei pregiudizi portanti a cui si ispirano i movimenti sociali che denigrano la diversità e discriminano gruppi di individui. Tra queste discriminazioni abbiamo: l'appartenenza ad una etnia o luogo geografico (razzismo), la comparazione di genere (sessismo), lo status sociale, le idee religiose, le preferenze sessuali, la disabilità motoria e intellettiva, le opinioni politiche. Utilizzato in questo modo, il metodo induttivo è molto pericoloso perché genera odio, indifferenza e disordini tra le masse impedendo la cooperazione per il benessere della società. Facciamo degli esempi:

Una persona ha appreso la notizia che alcuni individui appartenenti ad una certa etnia o luogo geografico hanno commesso un reato, di conseguenza essa inizia ad affermare che tutte le persone appartenenti a quella razza o provenienti da quella località sono dei criminali. Ciò viene affermato per screditare i membri che vivono in un dato luogo o hanno delle particolari origini e favorirne altre. Queste affermazioni non hanno alcuna attinenza con la realtà e non sono né osservabili né replicabili: esistono esclusivamente nella mente di chi formula tali accuse. Infatti, qualora fosse vero che alcune persone appartenenti ad uno specifico gruppo avessero commesso delle gravi azioni, non sarebbe in alcun modo vero che tutti i membri di quella categoria sono dei criminali.

Un altro esempio ci viene fornito da ciò che chiamiamo sessismo. Il sessismo è qualcosa che si manifesta spesso in modo subdolo, nascosto dietro a pregiudizi radicati in secoli di patriarcato ed enunciati il più delle volte con un velo di ironia, cosa che non rende assolutamente un'affermazione meno offensiva. Un esempio tra tanti: a chi non è mai capitato sentir dire da un uomo dopo aver visto un numero x di donne in difficoltà al volante che tutte le donne sono una frana alla guida? Di contro, ci sono tantissime donne che sarebbero disposte a giurare di essere uscite con uomo ed aver avuto i brividi a causa della sua scarsa capacità di fare manovra, parcheggiare e persino tenere la stabilità della macchina (no, questi uomini non erano diciottenni neopatentati). Eppure, non sentirete mai qualcuno dire che tutti gli uomini sono incapaci di guidare solo perché esistono alcuni uomini che non hanno questa attitudine. Del resto, basterebbe dare un'occhiata alle statistiche degli incidenti stradali[6] per comprendere che essi vengono causati sia dagli uomini che dalle donne e che la capacità di guidare l'auto o di essere attenti alla guida non è questione di genere.

Questi sono soltanto due dei tantissimi esempi di induzione in ambito di discrimanzioni sociali. È bene precisare che il ragionamento induttivo, così come quello abduttivo e per default che spiegherò successivamente, sono delle strutture astratte che comprendono un insieme di regole utilizzate dal nostro cervello per fare dei ragionamenti, ma esse non agiscono mai da sole nella costruzione dei pregiudizi. Questi ultimi traggono origine e forza dagli stati emotivi interni disfunzionali delle persone che li creano e di cui si occupa nello specifico la psicologia. La logica, invece, serve a mostrarci in che modo costruiamo i nostri ragionamenti e ci suggerisce come riflettere e rivedere, evenutalmente, le nostre posizioni.

Gli effetti della stretta collaborazione tra i fattori psicologici e quelli cognitivi sulla nostra condotta di vita è ancora più evidente nelle situazioni dette post-traumatiche. Tra i tanti esempi possibili, è molto frequente che una persona incorsa in un incidente su un mezzo di trasporto oppure mentre praticava uno sport resti così scioccato e impaurito da non essere più in grado di ripetere l'azione che prima che svolgeva normalmente. Il ragionamento induttivo ci spinge irrazionalmente a credere che ora che si è verificato qualosa di spiacevole, si ripeterà tutte le volte che rifaremo quell'azione. Questo modo di ragionare, oltre ad essere logicamente scorretto, è insidioso per la nostra serenità psicolgica. Infatti, in questo caso l'induzione pone una barriera tra noi e gli eventi, rendendoci passivi in balìa della nostra emotività. Inoltre, essa ci impedisce di assumerci la responsabilità delle nostre azioni e di migliorare il nostro comportamento in modo da essere più accorti in futuro. Molte volte, infatti, certe cose accadono perché non le abbiamo affrontate nel modo giusto (magari per inesperienza o perché abbiamo sottovalutato la situazione) ma quando è la nostra responsabilità individuale il motivo che ci spinge a compiere qualcosa che ci mette in difficoltà, affermare che ciò che è accaduto una volta capiterà sempre è un modo per non prendere in mano le redini della nostra vita e sviluppare le nostre capacità. Si può cadere da cavallo per mancanza di padronanza e di esercizio oppure si possono vivere relazioni particolarmente difficili a causa del fatto che non siamo consapevoli delle nostre dinamiche interiori, ma questo non è un valido motivo per fermarsi e buttare all'aria ciò che si è fatto fino a quel momento, le proprie aspirazioni e desideri.

Quanto detto vale anche per tutti quei traumi su cui non si è potuto avere nessun controllo e responsabilità. Ragionare in modo induttivo comporta credere che le cose sono e saranno sempre in un certo modo, per lo più spiacevole,  per poi scoprire a distanza di tempo quanto avessimo torto ritrovandoci con molti rimpianti e un bel po' di tempo sprecato alle spalle. Il filosofo Eraclito affermò che "non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato[7]" per indicare che le condizioni per cui un evento della nostra vita si verifica una volta non saranno mai di nuovo le stesse. Di conseguenza, un fenomeno non potrà mai ripetersi uguale nel tempo: le situazioni che viviamo, per quanto a volte ci sembrino ricorrenti, non saranno mai identiche tra loro ed anche noi cambiamo incessantemente come il resto del mondo in cui viviamo.

Alla luce di queste considerazioni possiamo comprendere quanto molte delle nostre paure più profonde siano delle suggestioni che per essere eliminate andrebbero esaminate utilizzando punti di vista alternativi a quelli che utilizziamo usualmente e, successivamente, affrontate facendoci eventualmente aiutare da qualcuno di cui ci fidiamo o da un professionista specializzato.

 

La prima parte di questo articolo è terminato. Se vuoi leggere la continuazione clicca qui:

Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa

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Note:

[1] Morgan (2007) , Da A ad A ;

[2] Dott. Antonello Correale (2012), conferenza: Borderline. Troppo Vicino, Troppo Lontano;

[3] J. W. Goethe (1833), Massime e Riflessioni (scritti postumi);

[4] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 25, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;

[5] Arthur Schopenhauer (1864), Dialektik, tr. it. L'Arte di Ottenere Ragione Esposta in 38 Stratagemmi, p. 19, 1991, Adelphi Edizioni S. p. A. Milano;

[6] Ansa: Donne al Volante più Prudenti degli Uomini ;

[7] Eraclito, Eraclito. Testimonianze, Imitazioni e Frammenti, 2007, Bompiani.

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Mada Alfinito 30/09/2018

Da Aristotele ai Neuroni Specchio

 

"C'è stato un momento, un istante di estrema calma

in cui lei ha guardato verso di me ed ha detto:

'I see you'. Io ti vedo. L'ultima cosa che mi ha detto.

'Ti vedo.' Non una frase di critica o di disappunto,

solo accettazione e semplice consapevolezza della presenza di un'altra persona.

Heilà, tu sei una persona e io ti vedo."

(Bojack Horseman)[1]

 

“So quel che fai” non è l’esclamazione intimidatoria di chi ha scoperto il proprio partner a scambiare messaggini con un’altra, ma il titolo del libro scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia[2] in cui viene spiegata quella che è una delle più interessanti scoperte neuroscientifiche contemporanee.

Se nel diciassettesimo secolo galeotta fu la mela che cadendo da un albero fu di ispirazione a Newton per formulare la teoria della gravitazione universale[3], nel ventesimo secolo grande protagonista e musa ispiratrice di alcuni scienziati è stata invece una banana. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, un gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Rizzolatti stava conducendo degli studi sperimentali sulla corteccia motoria, quando si trovò d’improvviso ad assistere ad un curioso fenomeno. Il memorabile giorno della scoperta, nella stanza in cui il team era riunito, c’era un cesto di frutta preparato appositamente per lo svolgimento degli esperimenti mediante la partecipazione di un macaco. Quando uno dei ricercatori estrasse dal cesto una banana, la scimmia osservò l’uomo afferrare l’oggetto e in quel momento, pur non essendosi mossa, alcuni dei suoi neuroni motori, monitorati mediante appositi macchinari, reagirono a quello stimolo visivo. La reazione cerebrale del macaco stupì molto i ricercatori in quanto, fino ad allora, era opinione accettata e condivisa in ambito neuroscientifico che i neuroni motori si attivassero solo e soltanto quando il corpo umano (o in questo caso, del macaco) compiva un qualche tipo di movimento. Alcuni neuroni motori del macaco invece avevano risposto alla stimolo senza che l’animale si muovesse, semplicemente osservando l’uomo prendere il frutto. Data l’incongruenza di questo fenomeno con gli assunti precedenti, i ricercatori credettero che gli strumenti tecnici utilizzati fossero guasti e provvidero ad un’accurata verifica. Poco dopo scoprirono con grande sorpresa che tutto funzionava correttamente e che ciò a cui avevano assistito non era stato un errore tecnico ma qualcosa di più. L’esperimento fu ripetuto diverse volte e sempre con lo stesso esito. Si decise di provare allora a farne uno simile monitorando l’attività cerebrale degli esseri umani e così, dinanzi ad ulteriori evidenze positive, fu dato un nome a ciò che oggi chiamiamo neuroni specchio[4].

Ma cosa sono i neuroni specchio e in che modo hanno cambiato la conoscenza che fino agli Novanta avevamo della mente umana? Una prima e dettagliata risposta ci viene offerta dal libro di Rizzolatti e Sinigaglia menzionato poc’anzi e che ritengo fondamentale in quanto è l’autore della scoperta a parlare dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Il testo è stato scritto con linearità e precisione per accompagnare il lettore passo dopo passo verso l’esplorazione dei meccanismi cerebrali. Nonostante gli argomenti vengano trattati rendendo scorrevole l’accurata spiegazione dei fondamenti della conoscenza del cervello e la funzione dei mirror neurons, i contenuti sono necessariamente esposti in maniera molto tecnica e ciò rende questo libro piacevolmente fruibile per coloro che si occupano di studi cognitivi, e in particolare di neuroscienze, ma difficile e a tratti faticoso da capire per i non addetti ai lavori.

La portata di tale scoperta scientifica non sfuggì a due ragazzi che quasi dieci anni or sono vennero a conoscenza degli studi del professore e del suo team e che leggendo con grande interesse il testo di riferimento ne furono talmente impressionati che decisero di orientare una parte dei loro studi in direzione di quegli argomenti. Quando Davide Donelli contattò il dr. Matteo Rizzato, era all’epoca uno studente della facoltà di medicina. I due avevano discusso delle loro impressioni riguardo i neuroni specchio e furono concordi sul fatto che questa scoperta, se adeguatamente approfondita e utilizzata, avrebbe potuto avere un impatto altamente positivo nella vita delle persone. Donelli si presentò allora dal professor Rizzolatti comunicandogli l’intenzione di scrivere insieme a Rizzato un libro in cui avrebbero spiegato i neuroni specchio ad un pubblico che di questo argomento conosceva nulla o molto poco analizzandoli “nel loro agire quotidiano” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3) e fornendo “a chiunque uno strumento facile e diretto per iniziare da subito ad osservare, riconoscere e gestire le funzionalità basilari di questa scoperta nell’ambito delle relazioni interpersonali” (ivi, p. 6). Il professore si dimostrò inizialmente perplesso dinnanzi al tentativo di due non neuroscienziati di scrivere un testo sulla materia in oggetto, ma diede loro il proprio supporto decidendo di revisionarlo ed eventualmente correggerlo una volta che lo avessero completato. Venne così pubblicato per la prima volta nel 2011 il libro 'Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia' con il beneplacito e la firma in prefazione del professor Rizzolatti[5].

“Esiste in noi un sistema specchio” -scrivono gli autori- “capace di associare l’immagine che vediamo degli altri alle emozioni che stanno provando” (ivi, p. 4). “Esso consente di rivivere le azioni e le emozioni osservate negli altri all’interno del proprio corpo” (Attili 2017, p. 85)[6]. Ciò vuol dire che “quando vediamo un altro compiere un’azione, dentro di noi si attivano i neuroni specchio che ci fanno 'vivere' l’azione osservata proprio come se fossimo noi ad eseguirla” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3).  “Guardando quello che un’altra persona fa, o assistendo a quello che prova, si attivano nell’osservatore le stesse aree cerebrali che nell’altro sono correlate alle sue azioni ed emozioni. Chi guarda reagisce come se fosse lui stesso a eseguire quell’azione o a esperire quell’emozione. Questa classe di neuroni fa sì che, quando un individuo vede un’azione compiuta da un altro, è in grado di comprenderla 'empaticamente' ed è addirittura portato a imitarla” (Attili 2017, pp. 85, 87).

Avete presente la sensazione di sentirvi completamente partecipi delle vicende di un personaggio di un film? Vi sarà certamente capitato innumerevoli volte di guardare un attore o un’attrice assumere dei comportamenti in cui vi siete spontaneamente identificati. Può succedere con qualsiasi tipo di film, dal comico al drammatico ma anche a teatro e ogni qualvolta fruite un media che vi rimanda immagini visive. Osservando il comportamento di uno degli interpreti, ciascuno di noi può rivedere in lui/lei parte del proprio modo di agire, atteggiamenti che riconosce come familiari. Nella nostra mente inizia quindi un processo di identificazione di noi stessi con quel personaggio. Questo fenomeno ben descrive la funzione dei neuroni specchio: quando vediamo un altro compiere un gesto che ci è familiare, riconosciamo ciò che sta facendo e ci immedesimiamo al punto di sentire sulla nostra pelle le emozioni che sta esprimendo.

Ma la scoperta di questo fenomeno è davvero così recente?

Del riconoscimento delle azioni appartenenti al proprio background esperienziale e dell’identificazione con i comportamenti altrui ne parlava già un illustre filosofo secoli or sono. Aristotele (383 a.C.-322 a.C) è uno dei primi a descrivere il concetto di mimesi, ovvero di imitazione. “Imitare è conforme a natura” (4.1448b, 20), sostiene l’autore nella sua Poetica. “In primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive a imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione” (4.1448b, 5-8). Tra le forme di imitazione che l’uomo può produrre egli afferma l’importanza del teatro e in particolar modo della tragedia. Secondo il filosofo, infatti, “la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza” (6.1450a, 15). Essa è “imitazione di una azione nobile e compiuta […] di persone che agiscono […], la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni” (6.1449b, 25-28). L’essere umano osservando gli attori svolgere determinate azioni le riconosce come sue, empatizza con i personaggi, si sente vicino alle loro esperienze, le introietta e il suo umore cambia allineandosi a quello veicolato dell’azione messa in scena. L’osservazione del comportamento degli attori durante lo svolgimento della tragedia genera ciò che Aristotele ha definito catarsi: lo spettatore che rivive in sé stesso quelle azioni ne capisce l’intenzione e la finalità e se queste gli hanno scaturito turbamenti dovute al ricordo di eventi che hanno su di lui un impatto psicologico profondo, le rielabora e, infine, se ne sente liberato.

È grazie alle sofisticate moderne tecniche di brain imaging[7] se oggi abbiamo la possibilità di provare o confutare scientificamente ciò che anticamente era soltanto un assunto teorico nell’ambito degli studi sulla cognizione. La scoperta dell’esistenza di un sistema specchio ha permesso alla scienza, alla filosofia e alle scienze cognitive di avvicinarsi ancora di più e convergere su dei punti essenziali per il progresso della conoscenza del cervello umano e delle sue funzioni. Mediante i passi in avanti compiuti dalle neuroscienze, l’empatia ha cessato di essere una capacità che si manifesta dentro di noi in modo misterioso e inspiegabile ed ha iniziato ad essere osservabile in alcuni dei meccanismi che le danno origine. Le conoscenze attuali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che i pensieri e le emozioni non sono evanescenti movimenti di una mente inafferrabile ma nascono nel nostro cervello, lo plasmano, guidano e modellano la nostra vita e i nostri comportamenti.

In quanto filosofa della scienza ho a cuore la divulgazione scientifica e prima di concludere questo articolo mi soffermo brevemente sui motivi per cui consiglio il libro di Davide Donelli e Matteo Rizzato come primo passo per iniziare a conoscere i neuroni specchio in caso non siate esperti del settore:

•     'Io sono il tuo specchio' è stato revisionato e corretto dall’autore della scoperta in persona, il prof. Giacomo Rizzolatti, e questo è per tutti un forte indicatore che i contenuti trattati sono fedeli a quanto già precedentemente era stato enunciato dal ricercatore e dal suo team riguardo i mirror neurons;
•    L’estrema chiarezza nell’esposizione. Nei primi due capitoli del libro gli autori sono riusciti a spiegare con periodi semplici e parole essenziali alcuni meccanismi cerebrali molto complessi ma basilari per apprendere cosa sono i neuroni specchio. Non è da tutti riuscire a far questo e mi complimento con loro;
•    Questo testo non ha come unica finalità la semplice spiegazione di una scoperta scientifica, ma si propone come strumento per fornirci la consapevolezza di cosa c’è veramente in gioco quando interagiamo con gli altri. Dal secondo e terzo capitolo si evince che la comunicazione interpersonale è in grado di veicolare stati d’animo che sono capaci davvero di cambiare le nostre giornate, nel bene e nel male. In un mondo in cui chi comunica le sue emozioni in maniera più forte ed incisiva inevitabilmente trascina con sé coloro che si sentono in un dato momento più vulnerabili ed influenzabili, 'Io sono il tuo specchio' è un utile alleato per iniziare a comprendere quanto sia importante gestire le nostre emozioni per non farci sopraffare da quelle degli altri. Perché se è vero che quando siamo in compagnia di persone di cui ci fidiamo e che ci fanno stare bene, affidarci emotivamente ai loro gesti e ai loro discorsi è fonte di scambio profondo di emozioni positive che producono in noi un vero e proprio benessere psicofisico, è altrettanto vero che nel mondo lì fuori ci sono tantissime persone tristi, arrabbiate, frustrate e incattivite con le quali spesso è inevitabile doverci avere a che fare e che costantemente ci influenzano negativamente provando a vincere con la forza battaglie a colpi di atteggiamenti svalutanti esplicitati mediante parole inopportune, ricatti emotivi, comportamenti passivo aggressivi e silenzi indecifrabili ed è proprio in momenti delicati come questi che la ricerca scientifica può venire in soccorso della nostra umana fragilità.

Recentemente ho avuto modo di fare due chiacchiere con il dr. Rizzato. Ci siamo confrontati a lungo su quanto discusso nel suo libro e di lì si è creato uno scambio di opinioni sul modo in cui intendiamo e viviamo i processi comunicativi. L’idea personale che mi sono formata sull’autore in seguito alle nostre chiacchierate è di un uomo che esprime il suo sistema di credenze con incisività e risponde con prontezza alle istanze del suo interlocutore. Aperto e disposto a conoscere il parere dei suoi lettori, accoglie i commenti esterni come un’opportunità per migliorare il suo lavoro. La soddisfazione più grande che un lettore possa ricevere è quella di sapere che il libro che sta leggendo è stato scritto con una sincera passione per gli argomenti trattati. Questo libro ha, a mio parere, anche questo requisito e vi saluto invitandovi ancora una volta alla sua lettura e a quella delle prossime pubblicazioni dei suoi due autori a cui porgo i miei sinceri auguri per gli studi e le ricerche future.

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NOTE:

[1] Bojack Horseman, stagione 5, epsiodo 5, Netflix.

[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello agisce e i neuroni specchio (2006), Raffaello Cortina Editore.

[3] La mela cadde davvero sulla testa di Newton o è soltanto una leggenda? Scopritelo a questo link:

https://www.corriere.it/scienze/10_gennaio_18/mela-newton-non-leggenda_b6153f6a-0428-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

[4] Il racconto della vicenda della scoperta dei neuroni specchio è descritta in dettaglio su Wikipedia. Vi lascio il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio Quando ho scritto l'articolo, però, volevo essere certa che l'aneddoto fosse vero in quanto non potevo verificarne io stessa la fonte. Ho chiesto allora a Matteo Rizzato se potesse darmi una risposta e lui ha affermato che il racconto "leggendario" della scoperta dei neuroni specchio è vero.

[5] Donelli D., Rizzato M., Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia, Edizioni Amrita, 2011.

[6] Attili G., Il cervello in amore. Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, Il Mulino Bologna, 2017.

[7] Le tecniche di brain imaging (o mental scanning) sono strumenti che permettono di ottenere delle immagini riguardanti l'attività cerebrale di un soggetto durante lo svolgimento di un compito cognitivo, motorio e persino immaginativo.

[8] Il quadro esposto tra le immagini sopra è un particolare della 'Scuola di Atene' dipinta da Raffaello Sanzio tra il 1509 e il 1511. Gli uomini dipinti al centro della scena sono Aristotele e Platone.

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Mada Alfinito 26/05/2022

Il Linguaggio dei Colori che Indossi (Seconda Parte)

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

Il post di oggi è la seconda parte di un approfondimento richiesto da un mio lettore.

Nel post precedente ti ho spiegato che tutti abbiamo dei colori di cui amiamo circondarci per dare gioia ai nostri occhi ma non sempre decidiamo di indossarli. Spesso, infatti, preferiamo vestirci di colori che, pur non essendo i nostri preferiti in assoluto, risuonano maggiormente con il nostro stato d’animo inconscio in un dato momento.

 

Oggi ti parlerò del:

  • Nero;
  • Bianco;
  • Grigio;
  • Marrone.

Curiosità:

I colori sono visibili ai nostri occhi solo grazie alla luce ma essi riescono a percepisce solo una piccola parte delle onde luminose. La gamma di colori che l’occhio umano è in grado di percepire contiene: il rosso, l’arancio, il giallo, il verde, l’azzurro, l’indaco e il violetto (il cosiddetto spettro solare).

Il nero e il bianco, teoricamente, non sono considerati colori. Il nero, infatti, è dato dall’assenza di luce e assorbe tutti i colori, mentre il bianco è composto dalla somma dei sette colori dello spettro solare (Newton, 1672).

Sfoglia il carosello per sapere cosa stai comunicando quando li utilizzi nei tuoi outfit.

 

E tu, ti ritrovi in questa descrizione? Fammelo sapere nei commenti.

 

Continua a seguirmi, nel prossimo post ti parlerò del significato degli altri colori.

 

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