Il Linguaggio dei Colori che Indossi (Terza Parte)
Mada Alfinito 27/05/2022 0
Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.
Il post di oggi è la terza parte di un approfondimento richiesto da un mio lettore.
Oggi ti parlerò dei seguenti colori:
- Arancione;
- Verde;
- Rosa;
- Viola.
Curiosità:
Un team di ricercatori (Abramov et. al., 2012) ha scoperto che le donne sono in grado di percepire più colori degli uomini. Questi, infatti, non si rendono conto delle gradazioni di uno stesso colore, mentre le donne notano immediatamente la differenza tra un tono e l’altro.
Le donne, inoltre, hanno un vocabolario più ampio per definire i colori e memorizzano un nome diverso per ciascuna sfumatura. In compenso, la ricerca mostra che gli uomini percepiscono maggiormente i dettagli e gli stimoli in rapido movimento rispetto alle donne.








Ora tocca a te:
Osserva le griglie di tonalità che ho creato nel carosello: riesci a notare la differenza tra le diverse gradazioni di colore? Fammi sapere nei commenti se sei d’accordo con i ricercatori
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Se questo post ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividilo sui tuoi social preferiti. Per raggiungere obiettivi personali e professionali mediante lo sviluppo di una buona comunicazione e delle tue risorse, per te stesso o per la tua azienda, contattami per una consulenza.
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Mada Alfinito 05/05/2021
Il Linguaggio dei Colori che Indossi (Prima Parte)
Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.
Il post di oggi è un approfondimento richiesto da un mio lettore.
Nella moda i colori fanno tendenza non soltanto per la loro particolarità: indossandoli, il nostro cervello ne elabora le impressioni visive ed essi influenzano la psiche in base al vissuto personale e alle caratteristiche fisiologiche di ciascuno.
Indossare indumenti e accessori del colore da cui ci sentiamo attratti è una silenziosa espressione del nostro intimo, comunica agli altri uno stato d’animo o un tratto del carattere che si vorrebbe rivelare all’esterno senza parlarne in modo diretto.
Ciò vuol dire che non sempre indossiamo i nostri colori preferiti in assoluto; spesso scegliamo quelli che risuonano maggiormente con lo stato d’animo del momento.
Oggi ti parlerò dei colori primari, cioè i colori fondamentali grazie ai quali è possibile ottenere (mescolandoli) tutti gli altri. Essi sono:
- Giallo;
- Rosso;
- Blu;
Sfoglia il carosello per sapere cosa stai comunicando quando li utilizzi nei tuoi outfit.
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Continua a seguirmi, nel prossimo post ti parlerò del significato degli altri colori.









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Mada Alfinito 30/09/2018
Da Aristotele ai Neuroni Specchio
"C'è stato un momento, un istante di estrema calma
in cui lei ha guardato verso di me ed ha detto:
'I see you'. Io ti vedo. L'ultima cosa che mi ha detto.
'Ti vedo.' Non una frase di critica o di disappunto,
solo accettazione e semplice consapevolezza della presenza di un'altra persona.
Heilà, tu sei una persona e io ti vedo."
(Bojack Horseman)[1]
“So quel che fai” non è l’esclamazione intimidatoria di chi ha scoperto il proprio partner a scambiare messaggini con un’altra, ma il titolo del libro scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia[2] in cui viene spiegata quella che è una delle più interessanti scoperte neuroscientifiche contemporanee.

Se nel diciassettesimo secolo galeotta fu la mela che cadendo da un albero fu di ispirazione a Newton per formulare la teoria della gravitazione universale[3], nel ventesimo secolo grande protagonista e musa ispiratrice di alcuni scienziati è stata invece una banana. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, un gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Rizzolatti stava conducendo degli studi sperimentali sulla corteccia motoria, quando si trovò d’improvviso ad assistere ad un curioso fenomeno. Il memorabile giorno della scoperta, nella stanza in cui il team era riunito, c’era un cesto di frutta preparato appositamente per lo svolgimento degli esperimenti mediante la partecipazione di un macaco. Quando uno dei ricercatori estrasse dal cesto una banana, la scimmia osservò l’uomo afferrare l’oggetto e in quel momento, pur non essendosi mossa, alcuni dei suoi neuroni motori, monitorati mediante appositi macchinari, reagirono a quello stimolo visivo. La reazione cerebrale del macaco stupì molto i ricercatori in quanto, fino ad allora, era opinione accettata e condivisa in ambito neuroscientifico che i neuroni motori si attivassero solo e soltanto quando il corpo umano (o in questo caso, del macaco) compiva un qualche tipo di movimento. Alcuni neuroni motori del macaco invece avevano risposto alla stimolo senza che l’animale si muovesse, semplicemente osservando l’uomo prendere il frutto. Data l’incongruenza di questo fenomeno con gli assunti precedenti, i ricercatori credettero che gli strumenti tecnici utilizzati fossero guasti e provvidero ad un’accurata verifica. Poco dopo scoprirono con grande sorpresa che tutto funzionava correttamente e che ciò a cui avevano assistito non era stato un errore tecnico ma qualcosa di più. L’esperimento fu ripetuto diverse volte e sempre con lo stesso esito. Si decise di provare allora a farne uno simile monitorando l’attività cerebrale degli esseri umani e così, dinanzi ad ulteriori evidenze positive, fu dato un nome a ciò che oggi chiamiamo neuroni specchio[4].
Ma cosa sono i neuroni specchio e in che modo hanno cambiato la conoscenza che fino agli Novanta avevamo della mente umana? Una prima e dettagliata risposta ci viene offerta dal libro di Rizzolatti e Sinigaglia menzionato poc’anzi e che ritengo fondamentale in quanto è l’autore della scoperta a parlare dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Il testo è stato scritto con linearità e precisione per accompagnare il lettore passo dopo passo verso l’esplorazione dei meccanismi cerebrali. Nonostante gli argomenti vengano trattati rendendo scorrevole l’accurata spiegazione dei fondamenti della conoscenza del cervello e la funzione dei mirror neurons, i contenuti sono necessariamente esposti in maniera molto tecnica e ciò rende questo libro piacevolmente fruibile per coloro che si occupano di studi cognitivi, e in particolare di neuroscienze, ma difficile e a tratti faticoso da capire per i non addetti ai lavori.
La portata di tale scoperta scientifica non sfuggì a due ragazzi che quasi dieci anni or sono vennero a conoscenza degli studi del professore e del suo team e che leggendo con grande interesse il testo di riferimento ne furono talmente impressionati che decisero di orientare una parte dei loro studi in direzione di quegli argomenti. Quando Davide Donelli contattò il dr. Matteo Rizzato, era all’epoca uno studente della facoltà di medicina. I due avevano discusso delle loro impressioni riguardo i neuroni specchio e furono concordi sul fatto che questa scoperta, se adeguatamente approfondita e utilizzata, avrebbe potuto avere un impatto altamente positivo nella vita delle persone. Donelli si presentò allora dal professor Rizzolatti comunicandogli l’intenzione di scrivere insieme a Rizzato un libro in cui avrebbero spiegato i neuroni specchio ad un pubblico che di questo argomento conosceva nulla o molto poco analizzandoli “nel loro agire quotidiano” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3) e fornendo “a chiunque uno strumento facile e diretto per iniziare da subito ad osservare, riconoscere e gestire le funzionalità basilari di questa scoperta nell’ambito delle relazioni interpersonali” (ivi, p. 6). Il professore si dimostrò inizialmente perplesso dinnanzi al tentativo di due non neuroscienziati di scrivere un testo sulla materia in oggetto, ma diede loro il proprio supporto decidendo di revisionarlo ed eventualmente correggerlo una volta che lo avessero completato. Venne così pubblicato per la prima volta nel 2011 il libro 'Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia' con il beneplacito e la firma in prefazione del professor Rizzolatti[5].

“Esiste in noi un sistema specchio” -scrivono gli autori- “capace di associare l’immagine che vediamo degli altri alle emozioni che stanno provando” (ivi, p. 4). “Esso consente di rivivere le azioni e le emozioni osservate negli altri all’interno del proprio corpo” (Attili 2017, p. 85)[6]. Ciò vuol dire che “quando vediamo un altro compiere un’azione, dentro di noi si attivano i neuroni specchio che ci fanno 'vivere' l’azione osservata proprio come se fossimo noi ad eseguirla” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3). “Guardando quello che un’altra persona fa, o assistendo a quello che prova, si attivano nell’osservatore le stesse aree cerebrali che nell’altro sono correlate alle sue azioni ed emozioni. Chi guarda reagisce come se fosse lui stesso a eseguire quell’azione o a esperire quell’emozione. Questa classe di neuroni fa sì che, quando un individuo vede un’azione compiuta da un altro, è in grado di comprenderla 'empaticamente' ed è addirittura portato a imitarla” (Attili 2017, pp. 85, 87).
Avete presente la sensazione di sentirvi completamente partecipi delle vicende di un personaggio di un film? Vi sarà certamente capitato innumerevoli volte di guardare un attore o un’attrice assumere dei comportamenti in cui vi siete spontaneamente identificati. Può succedere con qualsiasi tipo di film, dal comico al drammatico ma anche a teatro e ogni qualvolta fruite un media che vi rimanda immagini visive. Osservando il comportamento di uno degli interpreti, ciascuno di noi può rivedere in lui/lei parte del proprio modo di agire, atteggiamenti che riconosce come familiari. Nella nostra mente inizia quindi un processo di identificazione di noi stessi con quel personaggio. Questo fenomeno ben descrive la funzione dei neuroni specchio: quando vediamo un altro compiere un gesto che ci è familiare, riconosciamo ciò che sta facendo e ci immedesimiamo al punto di sentire sulla nostra pelle le emozioni che sta esprimendo.
Ma la scoperta di questo fenomeno è davvero così recente?
Del riconoscimento delle azioni appartenenti al proprio background esperienziale e dell’identificazione con i comportamenti altrui ne parlava già un illustre filosofo secoli or sono. Aristotele (383 a.C.-322 a.C) è uno dei primi a descrivere il concetto di mimesi, ovvero di imitazione. “Imitare è conforme a natura” (4.1448b, 20), sostiene l’autore nella sua Poetica. “In primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive a imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione” (4.1448b, 5-8). Tra le forme di imitazione che l’uomo può produrre egli afferma l’importanza del teatro e in particolar modo della tragedia. Secondo il filosofo, infatti, “la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza” (6.1450a, 15). Essa è “imitazione di una azione nobile e compiuta […] di persone che agiscono […], la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni” (6.1449b, 25-28). L’essere umano osservando gli attori svolgere determinate azioni le riconosce come sue, empatizza con i personaggi, si sente vicino alle loro esperienze, le introietta e il suo umore cambia allineandosi a quello veicolato dell’azione messa in scena. L’osservazione del comportamento degli attori durante lo svolgimento della tragedia genera ciò che Aristotele ha definito catarsi: lo spettatore che rivive in sé stesso quelle azioni ne capisce l’intenzione e la finalità e se queste gli hanno scaturito turbamenti dovute al ricordo di eventi che hanno su di lui un impatto psicologico profondo, le rielabora e, infine, se ne sente liberato.

È grazie alle sofisticate moderne tecniche di brain imaging[7] se oggi abbiamo la possibilità di provare o confutare scientificamente ciò che anticamente era soltanto un assunto teorico nell’ambito degli studi sulla cognizione. La scoperta dell’esistenza di un sistema specchio ha permesso alla scienza, alla filosofia e alle scienze cognitive di avvicinarsi ancora di più e convergere su dei punti essenziali per il progresso della conoscenza del cervello umano e delle sue funzioni. Mediante i passi in avanti compiuti dalle neuroscienze, l’empatia ha cessato di essere una capacità che si manifesta dentro di noi in modo misterioso e inspiegabile ed ha iniziato ad essere osservabile in alcuni dei meccanismi che le danno origine. Le conoscenze attuali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che i pensieri e le emozioni non sono evanescenti movimenti di una mente inafferrabile ma nascono nel nostro cervello, lo plasmano, guidano e modellano la nostra vita e i nostri comportamenti.
In quanto filosofa della scienza ho a cuore la divulgazione scientifica e prima di concludere questo articolo mi soffermo brevemente sui motivi per cui consiglio il libro di Davide Donelli e Matteo Rizzato come primo passo per iniziare a conoscere i neuroni specchio in caso non siate esperti del settore:
• 'Io sono il tuo specchio' è stato revisionato e corretto dall’autore della scoperta in persona, il prof. Giacomo Rizzolatti, e questo è per tutti un forte indicatore che i contenuti trattati sono fedeli a quanto già precedentemente era stato enunciato dal ricercatore e dal suo team riguardo i mirror neurons;
• L’estrema chiarezza nell’esposizione. Nei primi due capitoli del libro gli autori sono riusciti a spiegare con periodi semplici e parole essenziali alcuni meccanismi cerebrali molto complessi ma basilari per apprendere cosa sono i neuroni specchio. Non è da tutti riuscire a far questo e mi complimento con loro;
• Questo testo non ha come unica finalità la semplice spiegazione di una scoperta scientifica, ma si propone come strumento per fornirci la consapevolezza di cosa c’è veramente in gioco quando interagiamo con gli altri. Dal secondo e terzo capitolo si evince che la comunicazione interpersonale è in grado di veicolare stati d’animo che sono capaci davvero di cambiare le nostre giornate, nel bene e nel male. In un mondo in cui chi comunica le sue emozioni in maniera più forte ed incisiva inevitabilmente trascina con sé coloro che si sentono in un dato momento più vulnerabili ed influenzabili, 'Io sono il tuo specchio' è un utile alleato per iniziare a comprendere quanto sia importante gestire le nostre emozioni per non farci sopraffare da quelle degli altri. Perché se è vero che quando siamo in compagnia di persone di cui ci fidiamo e che ci fanno stare bene, affidarci emotivamente ai loro gesti e ai loro discorsi è fonte di scambio profondo di emozioni positive che producono in noi un vero e proprio benessere psicofisico, è altrettanto vero che nel mondo lì fuori ci sono tantissime persone tristi, arrabbiate, frustrate e incattivite con le quali spesso è inevitabile doverci avere a che fare e che costantemente ci influenzano negativamente provando a vincere con la forza battaglie a colpi di atteggiamenti svalutanti esplicitati mediante parole inopportune, ricatti emotivi, comportamenti passivo aggressivi e silenzi indecifrabili ed è proprio in momenti delicati come questi che la ricerca scientifica può venire in soccorso della nostra umana fragilità.
Recentemente ho avuto modo di fare due chiacchiere con il dr. Rizzato. Ci siamo confrontati a lungo su quanto discusso nel suo libro e di lì si è creato uno scambio di opinioni sul modo in cui intendiamo e viviamo i processi comunicativi. L’idea personale che mi sono formata sull’autore in seguito alle nostre chiacchierate è di un uomo che esprime il suo sistema di credenze con incisività e risponde con prontezza alle istanze del suo interlocutore. Aperto e disposto a conoscere il parere dei suoi lettori, accoglie i commenti esterni come un’opportunità per migliorare il suo lavoro. La soddisfazione più grande che un lettore possa ricevere è quella di sapere che il libro che sta leggendo è stato scritto con una sincera passione per gli argomenti trattati. Questo libro ha, a mio parere, anche questo requisito e vi saluto invitandovi ancora una volta alla sua lettura e a quella delle prossime pubblicazioni dei suoi due autori a cui porgo i miei sinceri auguri per gli studi e le ricerche future.
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NOTE:
[1] Bojack Horseman, stagione 5, epsiodo 5, Netflix.
[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello agisce e i neuroni specchio (2006), Raffaello Cortina Editore.
[3] La mela cadde davvero sulla testa di Newton o è soltanto una leggenda? Scopritelo a questo link:
[4] Il racconto della vicenda della scoperta dei neuroni specchio è descritta in dettaglio su Wikipedia. Vi lascio il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio Quando ho scritto l'articolo, però, volevo essere certa che l'aneddoto fosse vero in quanto non potevo verificarne io stessa la fonte. Ho chiesto allora a Matteo Rizzato se potesse darmi una risposta e lui ha affermato che il racconto "leggendario" della scoperta dei neuroni specchio è vero.
[5] Donelli D., Rizzato M., Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia, Edizioni Amrita, 2011.
[6] Attili G., Il cervello in amore. Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, Il Mulino Bologna, 2017.
[7] Le tecniche di brain imaging (o mental scanning) sono strumenti che permettono di ottenere delle immagini riguardanti l'attività cerebrale di un soggetto durante lo svolgimento di un compito cognitivo, motorio e persino immaginativo.
[8] Il quadro esposto tra le immagini sopra è un particolare della 'Scuola di Atene' dipinta da Raffaello Sanzio tra il 1509 e il 1511. Gli uomini dipinti al centro della scena sono Aristotele e Platone.
Mada Alfinito 15/05/2020
Ragionamento per Default: Oltre il Senso Comune
Eccoci giunti al gran finale di questo articolo pubblicato in tre parti. Prima di proseguire, vi consiglio la lettura delle precedenti in quanto propedeutiche alla comprensione di quest'ultima:
Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate (Prima Parte)
Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa (Seconda Parte)
"Stasera la logica non è sincera,
chissà se amare è una cosa vera."[1]
Negli articoli indicati ho spiegato che cosa siano la fallacia induttiva e quella abduttiva e ho mostrato quanto la nostra capacità di valutare persone e situazioni sia influenzata dal modo in cui organizziamo le conoscenze che abbiamo dei fatti per trarre una conclusione.
Oggi vi parlerò del ragionamento per default. La caratteristica peculiare della struttura formale di questo ragionamento è il "trarre conclusioni relative a un singolo individuo o a un caso particolare" a partire "da una conoscenza di carattere generale."[2] Ciò vuol dire che, quando esprimiamo un’opinione su un elemento specifico, il nostro giudizio deriva dalle informazioni che possediamo sulla categoria di individui da cui il soggetto proviene.
Esempio:
I liguri sono avari
Carlo è ligure
Carlo è avaro
Questo esempio[3] mostra che il ragionamento per default, proprio come quello abduttivo e induttivo, se utilizzato impropriamente favorisce la formazione di pregiudizi. La disciplina della logica formale definisce, infatti, il default come il ragionamento del senso comune, ovvero "un giudizio senz'alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano."[4] Sostenere che tutti i liguri siano avari è una supposizione che non deriva dall’osservazione della totalità del campione della popolazione ligure, ma è una generalizzazione probabilmente frutto di un retaggio culturale. In base a questa inferenza, per conoscere l’indole caratteriale di Carlo in relazione al denaro sarà sufficiente aver precedentemente sviluppato un’opinione su come si comportano generalmente tutti gli altri membri della comunità da cui proviene, ovvero i liguri.
In tal modo, questa struttura formale può indurci in grossi errori di valutazione. Infatti, solo perché un gruppo di individui viene ritenuto avaro da altri, ciò non implica che Carlo sia come loro. Se vogliamo costruire con Carlo una relazione sana, priva di stereotipi e proiezioni di problematiche personali, allora dovremo valutare il ragazzo in base al comportamento che dimostra con noi e con le persone che con lui interagiscono e non sulla base del sentito dire.
Il default presenta una somiglianza con il metodo induttivo in quanto entrambi mettono in rapporto il singolo con il suo contesto di appartenenza. La sostanziale differenza tra loro sta nel fatto che l’ordine delle proposizioni è invertito: mentre il ragionamento induttivo valuta le caratteristiche di uno solo o pochi elementi e conclude che tutti gli individui della stessa categoria siano come il prototipo, nel ragionamento per default le caratteristiche tipiche (o presunte tali) di un gruppo vengono attribuite anche al singolo elemento che gli appartiene ed esso viene così giudicato in base ad un’opinione generale espressa a priori e non per le qualità che possiede realmente.

Proprio come i ragionamenti di cui ho precedentemente parlato, la struttura formale del default svolge un ruolo fondamentale nell’elaborare soluzioni in situazioni difficili da gestire. Esso viene utilizzato in particolar modo quando desideriamo fare una nuova esperienza ma allo stesso tempo vorremmo tirarci indietro per paura di affrontarla finendo così in un’impasse. Un esempio tipico è quello delle relazioni interpersonali e della ricerca di un/una partner che ci faccia sentire appagati.
Ciascuno di noi ha un’immagine di donna o di uomo che ritiene idealmente desiderabile in base al proprio vissuto emotivo, al carattere e ai meccanismi biologici che ci determinano, eppure, a volte può accadere che proprio quella persona da cui ci sentiamo tanto attratti emotivamente e fisicamente possieda una caratteristica che riteniamo incompatibile con i canoni inconsapevolmente stabiliti a priori dalla parte razionale del nostro cervello. Questa persona potrebbe essere per noi troppo grande o troppo piccola, avere molti soldi o non averne abbastanza, vivere in un luogo distante, amare delle attività antitetiche alle nostre, aver vissuto esperienze per noi ignote e difficili da comprendere, vestirsi in un modo che non ci aggrada, avere delle abitudini molto diverse dalle nostre, e così via. Una situazione del genere può essere abbastanza destabilizzante, soprattutto per quelle persone che tendono a scegliere un partner dando prevalentemente ascolto alla propria parte razionale rispetto a quella emotiva. Infatti, è proprio nel momento in cui desideriamo conoscere più intimamente qualcuno che esula dai nostri canoni ideali di compatibilità che ci rendiamo conto di quanto proseguire in quella direzione significherà per noi uscire dalla nostra comfort zone.
Un uomo che conosco, che chiameremo Giovanni per riservatezza, mi ha raccontato che quando era studente universitario seguiva le lezioni con una ragazza di nome Giulia. Lui era invaghito di lei e quando la incontrava sentiva il desiderio di poterla frequentare anche al di fuori del contesto universitario. Eppure, ogni qualvolta stava per riuscire a superare la sua timidezza per farsi avanti, la sua attenzione cadeva sul modo di vestire di lei. Giulia amava indossare capi che sembravano all’apparenza identificarla come appartenente ad una subcultura.[5] Giovanni riteneva che la ragazza si vestisse in modo troppo particolare per lui che si percepiva come un tipo sobrio e regolare, sia nella sostanza che nella forma. Il modo di vestire di Giulia lo metteva a disagio perché rappresentava qualcosa di inesplorato e troppo fuori dagli schemi per uno impostato come lui. A causa di ciò, decise di non chiederle mai di uscire e terminati gli studi non si videro più. Qualche anno dopo, Giulia e Giovanni si incontrarono casualmente nella loro città di origine. Lei aveva cambiato radicalmente modo di vestire. Lui stentava a crederci. Parlandole, si rendeva conto di quanto la ragazza continuasse a piacergli ancora molto e si domandò come mai fosse stato così stupido da non fare sua Giulia qualche anno prima. Nel frattempo, si era fidanzato con un’altra ragazza che aderiva perfettamente al dress code da lui tanto ricercato ma con cui non si sentiva pienamente appagato a causa di incompatibilità caratteriali. Giulia aveva ormai voltato pagina e non si sarebbe più interessata a lui.

Giovanni mi ha raccontato di aver ragionato in base ad un luogo comune molto frequente, il quale giudica poco inclini a seguire le regole della propria comunità di appartenenza le persone che vestono in maniera eccentrica e fuori dagli schemi. Lui, al contrario, si riteneva un tipo profondamente istituzionale e quell’immagine di lei così trasgressiva lo eccitava e intimoriva allo stesso tempo perché vedeva in quella donna la possibilità di mettersi in discussione e superare le sue eccessive rigidità. Se Giovanni l’avesse frequentata avrebbe scoperto con il tempo che, malgrado le apparenze, Giulia era una ragazza così ben adattata al suo contesto di riferimento al punto di rivestire un ruolo di grande responsabilità nel suo ambiente di lavoro.
Ecco la struttura del ragionamento per default emersa da questa situazione:
Le persone che vestono in modo eccentrico sono trasgressive e non amano il rispetto delle regole (luogo comune riferito ad un gruppo sociale di nicchia)
Giulia veste in modo eccentrico (osservazione del fenomeno)
Giulia è trasgressiva e non ama il rispetto delle regole (conclusione)
Ma la forma quasi mai è sostanza e il nostro amico lo ha imparato a proprie spese. L’errore di Giovanni, in realtà, non è stato quello di aver rifiutato Giulia per i suoi gusti personali. Questi, infatti, sono estremamente soggettivi, variano da persona a persona e ciascuno ha il diritto di scegliere un partner verso cui prova affinità e attrazione in base a ciò che percepisce maggiormente desiderabile. Quando incontriamo qualcuno che possiede degli aspetti che ci sembrano davvero troppo distanti dal nostro mondo è giusto riflettere su quale sia la strada da intraprendere perché costruire una relazione con qualcuno significa accettarlo nella sua totalità senza fargli continuamente pesare la sua naturale diversità. Se le differenze tra i partner, qualunque esse siano, sono eccessive al punto da sentirsi entrambi a disagio, allora separarsi può essere la soluzione migliore per il benessere di tutti e due, a meno che non ci si venga incontro adattandosi l’uno all’altra senza che ne risulti, però, una castrazione delle personalità coinvolte.
In questo esempio, l’errore di ragionamento su cui è opportuno soffermarci, non è la riflessione sulla relazione che è scaturita in Giovanni in seguito ai suoi timori, ma il fatto di aver giudicato Giulia sulla base di un luogo comune che considera le persone estrose poco adatte a prendersi delle responsabilità. Piuttosto che dedicarle del tempo e conoscerla meglio, anche solo in amicizia, per capire se le idee di Giulia fossero davvero quelle simboleggiate dai suoi abiti oppure la ragazza stesse semplicemente seguendo una moda che le piaceva, il nostro ha deciso di troncare la relazione sul nascere.
Chi utilizza il default per prendere decisioni importanti dovrebbe tener presente che la parola chiave alla base di questa fallacia è svalutazione: infatti, per rifiutare di vivere un evento che potrebbe dimostrarsi potenzialmente appagante senza dover incorrere nel senso di colpa e nella percezione della propria inadeguatezza nel fronteggiare la percentuale fisiologica di rischio insito in ogni situazione nuova, la soluzione è decidere di farsi guidare dal senso comune svalutando il potenziale dell’evento prima ancora di averne fatto esperienza.

Il caso di Giovanni mi fa venire in mente il film '…e alla fine arriva Polly' (2004)[6] in cui il protagonista, interpretato da Ben Stiller, è alle prese con Polly (Jennifer Aniston): una ragazza sopra le righe che vive una vita molto diversa dalla sua. Ben Stiller interpreta un uomo rigido, a tratti ossessivo-compulsivo, che ha difficoltà a lasciarsi andare ma che, innamorato di lei, dovrà decidere se ricucire il rapporto con una ex-moglie ordinaria, che però l’ha tradito, oppure rivedere i suoi schemi di vita e costruire un futuro con Polly.
Fortunatamente, la struttura formale del ragionamento per default, come quella induttiva e abduttiva, se usata nel modo giusto può apportare grossi benefici alla nostra vita e alle nostre relazioni. Vediamo come.
Nella logica formale il default è definito non monotòno. Un ragionamento si dice monotòno quando, aggiungendo nuove premesse ad una inferenza, la conclusione non cambia. Per ottenere tale risultato, però, le nuove premesse non devono escludere e contraddire quelle che sono già in nostro possesso, altrimenti anche la conclusione che avevamo inizialmente verrà di conseguenza modificata. In altre parole, se aggiungo informazioni che non annullino la validità di quelle di cui sono già in possesso, allora la mia conclusione resta invariata perché esse vanno a convalidare ciò che già ritenevo vero.
Il fatto che la struttura del default sia non monotòna vuol dire invece che, se ad un’inferenza aggiungiamo delle premesse che annullino quelle di cui eravamo già in possesso, la conclusione sarà diversa. Questo è molto importante per la nostra funzione di valutazione, in quanto implica che i nostri ragionamenti sono sempre rivedibili e che è possibile cambiare idea su cose e situazioni utilizzando semplicemente un po’ di senso critico. Alcuni luoghi comuni sembrano all’apparenza così sensati da non lasciare dubbi sulla loro veridicità eppure, applicando la proprietà di non monotonia del ragionamento per default, è possibile riflettere su ciò che abbiamo assunto in precedenza come vero ed eventualmente modificare le nostre azioni prima che danneggino le nostre relazioni.

Per concludere, alla luce di questi tre articoli sul rapporto tra la struttura logica formale dei nostri ragionamenti e le nostre scelte, possiamo renderci conto di quanto il dubbio e l’incertezza siano qualcosa che farà sempre parte dell’uomo. La persona capace di compiere scelte che migliorino la qualità della sua vita, però, non è quella che non mette mai in discussione le proprie valutazioni, ma chi, proprio nel momento di instabilità, è capace di riflettere consapevolmente sul suo vissuto ed è disposto a riconoscere l’errore.
Non vi nascondo la mia commozione per aver terminato la terza parte di questo lungo articolo. Era davvero da molto tempo che desideravo fare un lavoro ben articolato sul rapporto tra la logica e i nostri ragionamenti. Tante cose ci sarebbero ancora da dire, ma chissà che io non torni nuovamente a parlarvene…
Grazie del tempo che avete dedicato a queste letture e, mi raccomando, condividetele sui vostri social preferiti così che anche altre persone abbiano la possibilità di conoscere ciò che per voi è utile e interessante.
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Note:
[1] Cesare Cremonini, Logico #1 (2014);
[2] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 27, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;
[3] Ibidem;
[4] Giambattista Vico (1725), Degnità della Scienza Nuova, XII;
[5] "Una subcultura può accomunare un insieme di persone con caratteristiche simili come per esempio l'età, l'etnia, la classe sociale o il credo religioso o politico, l'abbigliamento. Ogni subcultura è espressione di particolari conoscenze, pratiche o preferenze (estetiche, religiose, politiche, sessuali, ecc.) e a volte è definita nell'ambito di una classe sociale, di una minoranza (linguistica, etnica, politica, religiosa) o di un'organizzazione. Le subculture sono spesso definite in contrapposizione ai valori delle culture più grandi in cui sono come immerse, sebbene su ciò non tutti i sociologi siano d'accordo" (fonte Wikipedia );
[6] Along came Polly, di John Hamburg (2004).


