Il Linguaggio dei Colori che Indossi (Seconda Parte)

Mada Alfinito 26/05/2022 0

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

Il post di oggi è la seconda parte di un approfondimento richiesto da un mio lettore.

Nel post precedente ti ho spiegato che tutti abbiamo dei colori di cui amiamo circondarci per dare gioia ai nostri occhi ma non sempre decidiamo di indossarli. Spesso, infatti, preferiamo vestirci di colori che, pur non essendo i nostri preferiti in assoluto, risuonano maggiormente con il nostro stato d’animo inconscio in un dato momento.

 

Oggi ti parlerò del:

  • Nero;
  • Bianco;
  • Grigio;
  • Marrone.

Curiosità:

I colori sono visibili ai nostri occhi solo grazie alla luce ma essi riescono a percepisce solo una piccola parte delle onde luminose. La gamma di colori che l’occhio umano è in grado di percepire contiene: il rosso, l’arancio, il giallo, il verde, l’azzurro, l’indaco e il violetto (il cosiddetto spettro solare).

Il nero e il bianco, teoricamente, non sono considerati colori. Il nero, infatti, è dato dall’assenza di luce e assorbe tutti i colori, mentre il bianco è composto dalla somma dei sette colori dello spettro solare (Newton, 1672).

Sfoglia il carosello per sapere cosa stai comunicando quando li utilizzi nei tuoi outfit.

 

E tu, ti ritrovi in questa descrizione? Fammelo sapere nei commenti.

 

Continua a seguirmi, nel prossimo post ti parlerò del significato degli altri colori.

 

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Mada Alfinito 01/04/2020

La Creatività  Contagia Internet e Spera di Non Tornare in Quarantena

 

Potete leggere l'articolo o qui di seguito oppure cliccando direttamente sul link del sito della Gazzetta: https://www.gazzettafilosofica.net/2020-1/aprile/la-creativit%C3%A0-contagia-internet-e-spera-di-non-tornare-in-quarantena/

 

Abstract:

Uno sguardo ai contenuti pubblicati sui social media più in voga del momento da quando tutta l’Italia è entrata in quarantena in seguito al decreto del 9 Marzo 2020, fa emergere il dato che una nuova consapevolezza si fa strada tra gli italiani: la creatività può spronarci a superare il disagio che deriva dal forzato isolamento e può aiutarci a superare i momenti di incertezza e paura riguardo al futuro. Sorge, però, una domanda che si accompagna a tale fenomeno: c’era bisogno che fosse dichiarato lo stato d’emergenza perché la nostra società riscoprisse il valore curativo della creatività?

 

 

«Non c’è oggetto o impresa nel nome del quale non si possa offrire un sacrificio» scrisse René Girard (La Violenza e il Sacro, 1972) a proposito del sacrificio rituale come liberazione della comunità dalla violenza, portatrice di un’impurità dagli effetti di un contagio a catena. Mai come ora queste parole risuonano dentro di noi, tra le luci accese delle nostre case e i silenzi delle strade, nel difficile quanto surreale momento storico in cui il mondo, e il nostro Paese in modo particolare, si trova a vivere a causa di un nuovo inquietante virus: il Covid-19. Categorico è l’imperativo che giunge dal governo: restate a casa. Perché «le leggi hanno uno stesso ed unico fine, che è quello di unire i cuori e stabilire l’ordine» (ivi) ed evitare che la gente esca per le strade rendendo vano ogni tentativo di contenimento del contagio.

Si accetta così, stoicamente, il decreto sperando nella collaborazione e responsabilità del resto dei cittadini. Allo stesso tempo, però, è necessario tenersi impegnati ed avere qualcosa da fare per poter resistere al senso di angoscia che ci affligge. Sorge allora nei cuori di tutti il barlume di una rivelazione: la creatività ci salverà. Si moltiplicano nel giro di pochi giorni le views dei tutorial su YouTube e imperversano sui social i filmati di persone che fanno cose: improvvisamente, tutti cantano, suonano strumenti musicali, fanno attività fisica, leggono libri, creano nuove ricette nella stessa cucina dove fino a un mese prima c’erano solo cibi preconfezionati, ricordano l’esistenza di attività manuali che avevano sempre ritenuto impraticabili. L’entusiasmo è a mille. O almeno lo era. Perché come era prevedibile che fosse, questa rinascita improvvisa della voglia di muoversi (con le mani, con il corpo, con i sensi) e la rivendicazione della creatività come ultimo baluardo della salvezza (insieme alla pizza) porta con sé l’inesorabile sorte di tutto ciò che viene abbracciato da quello che più comunemente chiamiamo fervore, ovvero una curva gaussiana che nel momento in cui inizia a salire va inevitabilmente incontro a quello che è il suo destino: scendere. Ci si ritrova, così, davanti a quel fantasma tanto temuto dagli occidentali insieme alla presenza di sé stessi: la noia. «No, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia. Maledetta noia» (Califano F., Tutto il resto è noia, 1976).

«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza» (Moravia A.,La noia, 1960). Ma per distrarsi e creare con cuore libero c’è bisogno di sgombrare il campo della mente da tutte quelle informazioni che offuscano e distraggono. «Se vogliamo evitare la malattia, è bene evitare i contatti con i malati […] Il minimo contatto provoca una macchia che bisogna togliersi di dosso non soltanto per sé stessi ma per la collettività, tutta quanta minacciata di contaminazione» continua a ripetere un vecchio Girard (1972, ivi) teletrasportato da altri tempi attraverso il nostro televisore. Si è fuori dal mondo e si è continuamente allo stesso tempo dentro al mondo, in un flusso di pensieri collettivi che mai s’interrompe. Isolati gli uni dagli altri dal cemento armato dei nostri palazzi ma ultraconnessi in un’unica mente: una società liquida pronta a scivolare goccia a goccia in casa nostra al di sotto della porta (Bauman Z., Liquid modernity, 2000). E allora si cerca di fare ed esplorare nuove cose ma manca quella serenità per godere dei frutti delle recenti scoperte.

In mezzo a tanto clamore di Internet sorge legittima una domanda:

dov’era la creatività prima del Corona Virus?


Il creativo da sempre produce svago, intrattiene, con le sue opere fa da sottofondo ai nostri drammi quotidiani e alle nostre passioni. Ma nell’epoca della riproducibilità tecnica (Benjamin, 1936), la star che suscita stupore e sgomento sopra ogni cosa non è più l’arte che viene riprodotta in serie, bensì la macchina che la produce. La tecnologia sembra l’unica via di realizzazione della nostra vita. L’artigianato è un mercato di nicchia, misterioso e distante. I giovani artigiani che si dedicano ad antichi mestieri sono considerati anacronistici: allievi della propria arte, troppo pazienti e concentrati per una società che manifesta continuamente forti deficit dell’attenzione. E così, l’arte che pensava che il progresso tecnico l’avrebbe aiutata a risplendere, si è ritrovata ad esso subordinata perché è quest’ultimo che più di tutto attira i fruitori del mercato. Ma la vita è imprevedibile e nel momento in cui non abbiamo (quasi) nulla da fare a parte lo smart working, abbiamo riscoperto che esiste ancora quella cosa che si chiama creare.

La creatività ci salva la vita. Non solo oggi, ma sempre. Stimola il cervello, ci rende umani e lo fa in un modo che nessun’altra cosa può fare. Quando tutti gli impulsi e le emozioni arrivano dal profondo del cervello più antico, sede di tutte le nostre pulsioni primitive e spesso distruttive, è la creatività che ci nobilita. Dal cervello rettile e dal sistema limbico le emozioni più intense e ancestrali arrivano alla corteccia cerebrale dove queste informazioni vengono elaborate (Magrini M., Cervello. Manuale dell’utente, 2017). Il cosiddetto cervello razionale manda i suoi impulsi lungo i recettori del nostro corpo, il quale a sua volta trova il modo di elaborare gli stimoli ricevuti così che, attraverso i gesti e le azioni creative, non diventiamo schiavi di passioni incontrollabili ma siamo, invece, capaci di canalizzarle generando qualcosa di nuovo e costruttivo che ci regala piacere e soddisfazione, le quali ritornano al mittente. Il nostro cervello, infatti, registrerà queste sensazioni positive pervenutegli mediante il corpo aumentando la produzione degli ormoni del benessere e proprio questi ormoni faranno sì che il nostro organismo aumenti le sue difese impedendoci di restare travolti dallo stress quotidiano e sviluppare gravi patologie.

Di fronte a questa grandiosa opportunità di favorire il nostro benessere psicofisico, molte persone ne restano affascinate ma rispondono di non avere tempo: il lavoro, la famiglia, gli impegni straordinari e preoccupazioni di ogni sorta sono la motivazione principale per cui la maggior parte delle persone annuncia di dover rinunciare ai propri hobby. A fronte di queste affermazioni la tentazione è come sempre quella di dare la colpa al modo in cui è organizzata la nostra società e di accusarla di fornirci una enorme quantità di beni e servizi senza permetterci di usufruirne come vorremmo a causa di ritmi quotidiani massacranti. Ma siamo davvero sicuri che sia sempre e solo questo il motivo per cui abbiamo smesso di dedicarci a delle attività ri-creative?

Il Global Digital Report del 2019 è illuminante a riguardo: nel 2019 gli italiani hanno trascorso online sei ore e quattro minuti al giorno, mentre sui social ognuno ha trascorso mediamente un’ora e cinquantuno minuti. Viene da domandarsi cosa avrebbe potuto fare ciascuno di noi in alternativa a quelle sei ore online e come le persone potrebbero sentirsi se al termine di una giornata stressante o durante le pause e le interruzioni dalle proprie attività iniziassero a fare qualcosa di creativo che permetta loro di prendere le distanze da tutto ciò che crea insofferenza e disagio. Non dimentichiamo, inoltre, che essere coinvolti in attività che danno piacere e che ci spingono a realizzare qualcosa interamente con le nostre capacità aumenta il senso di auto-efficacia, ovvero la consapevolezza e la fiducia di essere capaci di gestire situazioni e di raggiungere obiettivi (Bandura A., Self-efficacy: the exercise of control, 1997). L’auto-efficacia ha come conseguenza l’aumento dell’autostima, fondamentale per vivere meglio, superare le difficoltà quotidiane e compiere con serenità le piccole e grandi scelte della nostra vita.

Schopenhauer scrisse che «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia» (Die Welt als Wille und Worstellung, 1819). Sta a noi prolungare il più possibile quell’intervallo di piacere ed ebrezza e fare in modo che il desiderio del benessere non sia soltanto un’illusione ma possiamo contribuire attivamente a generarlo mediante le nostre azioni creative non solo durante l’allerta del Covid-19 ma anche e soprattutto quando lasceremo le nostre case per tornare a quelle attività quotidiane fino a poco tempo fa così familiari.

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Mada Alfinito 27/05/2022

Il Linguaggio dei Colori che Indossi (Terza Parte)

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

Il post di oggi è la terza parte di un approfondimento richiesto da un mio lettore.

Oggi ti parlerò dei seguenti colori:

  • Arancione;
  • Verde;
  • Rosa;
  • Viola.

Curiosità:

Un team di ricercatori (Abramov et. al., 2012) ha scoperto che le donne sono in grado di percepire più colori degli uomini. Questi, infatti, non si rendono conto delle gradazioni di uno stesso colore, mentre le donne notano immediatamente la differenza tra un tono e l’altro.

 

Le donne, inoltre, hanno un vocabolario più ampio per definire i colori e memorizzano un nome diverso per ciascuna sfumatura. In compenso, la ricerca mostra che gli uomini percepiscono maggiormente i dettagli e gli stimoli in rapido movimento rispetto alle donne.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora tocca a te:

Osserva le griglie di tonalità che ho creato nel carosello: riesci a notare la differenza tra le diverse gradazioni di colore? Fammi sapere nei commenti se sei d’accordo con i ricercatori

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Mada Alfinito 02/05/2020

Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa

 

Premessa: questo è il proseguimento di un articolo pubblicato in precedenza. Prima di iniziare, leggi la prima parte cliccando qui: Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate , così che l'argomento possa esserti completamente chiaro.

 

"Ci sono volte in cui tutto il mondo dorme,

e i dubbi corrono troppo profondi

per una persona così semplice."[1]

 

Nel precedente articolo ho parlato della definizione di trauma e di come la nostra mente provi a difendersi dalle esperienze dolorose dando vita a pensieri apparentenmente coerenti nella loro struttura di senso ma logicamente scorretti. Le fallacie, ovvero gli errori di ragionamento e di argomentazione, lungi dall'aiutarci ad elaborare i nostri traumi in modo sano e costruttivo, ci inducono a trarre conclusioni affrettate ed errate su fatti, sentimenti e comportamenti, nostri e altrui.

Come detto in precedenza, la logica formale può esserci di grande aiuto sia nello smascherare eventuali errori di valutazione prima di compierli, sia nel rivedere scelte del passato e, perché no, qualora fosse possibile, chiedere scusa e riconciliarci con persone che abbiamo mal giudicato e ferito.

Oggi ci occuperemo di comprendere il ragionamento abduttivo.

Per ragionamento abduttivo si intende un tipo di inferenza composta da una prima premessa vera, detta maggiore, e una seconda premessa minore di cui non siamo certi (dubbia) alle quali segue una conclusione probabile. Come esempio pratico provate ad immedesimarvi nella situazione seguente:

State mettendo in moto la vostra automobile ma non ci riuscite perché non parte. Questa è la premessa maggiore: è un dato di fatto che la macchina non si accenda e la proposizione è, dunque, vera.

Nel vostro bagaglio soggettivo di conoscenze riguardo il funzionamento di un'auto è contenuta l'informazione che una delle cause possibili per cui una macchina non si accende è il fatto che la batteria sia scarica. Questa è la premessa minore: una possibilità che potrebbe aver determinato la non accensione del mezzo ma non ancora una certezza.

Siccome il fatto che la batteria scarica determini la non accensione dell'auto è la prima spiegazione intuitiva che vi viene in mente, arrivate alla conclusione che la macchina sia spenta perché la batteria è scarica.

Adesso, poniamo che chiamiate un elettrauto per far sostituire la batteria. Questo signore avrà probabilmente molte più conoscenze di voi riguardo a ciò che permette ad un'auto di funzionare e cosa no, di conseguenza nella sua testa si apriranno diversi scenari possibili a proposito del guasto. Nonostante egli abbia probabilmente già una o più ipotesi a riguardo, non vi riferirà la causa del problema fino a quando non se ne sarà sincerato. Una volta che il vostro elettrauto avrà fatto i controlli di routine, potrà dire con certezza se le ipotesi che aveva formulato erano giuste oppure no.

Provate a pensare alle volte che vi siete trovati in una situazione come questa o simile in cui si è verificato un fatto improvviso che vi ha generato turbamento. Come vi siete comportati? Avete fornito immediatamente a voi stessi la spiegazione per voi più intuitiva, plausibile e coerente con il vostro sistema di credenze oppure vi siete accertati di come si sono svolti i fatti prima di esprimere un giudizio?

Se vi siete identificati nel primo personaggio, benvenuti nel mondo della fallacia abduttiva. Se invece vi siete identificati maggiormente nel secondo, benvenuti nel ragionamento abduttivo utilizzato dalle scienze sperimentali.

L'abduzione fu individuata per la prima volta da Aristotele, ma fu Charles Sanders Peirce[2] a considerarla parte del metodo sperimentale usato nelle scienze. L'obiettivo del metodo scientifico è quello di trovare la spiegazione ad un fenomeno dapprima osservandolo e poi formulando delle ipotesi (teorie). Una volta formulate le ipotesi, occorre verificarle mediante degli esperimenti che andranno a confermare o smentire la loro validità.

Il metodo abduttivo è considerato metodologicamente parte di quello scientifico proprio perché consiste nell'ipotizzare le possibili cause di un evento che cattura la nostra attenzione. Esso può svelarci letteralmente la realtà nella quale ci troviamo in quanto la sua struttura logica non consente di fissarci sui soliti giudizi e convinzioni ma ci spinge a cercare nuovi percorsi e soluzioni al di fuori del nostro punto di vista, spesso superficiale e pieno di luoghi comuni.

Un'ipotesi, per essere definita vera, deve essere confermata dai fatti; occorrono, cioè, delle prove. Il desiderio di ricercare queste prove fa sì che non restiamo passivi di fronte agli eventi ma assumiamo un atteggiamento attivo e propositivo rivolto alla ricerca di una conoscenza che dà pace perché libera dal dubbio che attanaglia e permette di trasformare e rivalutare le nostre opinioni e decisioni.

L'abduzione diventa una fallacia quando, tra tutte le ipotesi possibili per la spiegazione di un fatto, stabiliamo tout-court quella che è vera (o vorremmo che lo fosse) in base al nostro pre-giudizio, senza averne avuto la certezza. Infatti: "Eseguiamo spesso ragionamenti abduttivi per cercare una giustificazione di un determinato fatto e sovente siamo disposti a 'difendere' la nostra giustificazione fino a quando non ne troviamo un'altra che ci sembra più convincente."[3] Ma convincente non vuol dire vera e le ipotesi devono essere per noi un punto di partenza e non di arrivo nel cercare di comprendere un avvenimento.

Questo errore è molto limitante soprattutto quando si verificano situazioni emotivamente problematiche: il voler gestire e controllare il problema nel più breve tempo possibile per difenderci dal disagio che comporta induce a scegliere la soluzione, e quindi il colpevole, sbagliato. La fallacia abduttiva ha infatti, nell'ambito del trauma, un forte legame con il senso di colpa. Vediamo in che modo tramite alcuni casi tratti da discorsi realmente avvenuti:

"Oggi Marco era inquieto e a stento mi ha rivolto la parola. è sicuramente arrabbiato con me!"

In questo esempio, il soggetto x che ha asserito questa frase si è accorto che Marco, un uomo con cui ha un legame affettivo di qualsiasi tipo, è stato scostante e cupo tutto il giorno. X non comprende il motivo del suo comportamento e si sente a disagio. Potrebbe chiederglielo, ma non lo fa: nel suo sistema di credenze, quando una persona è arrabbiata con un'altra, l'unico modo di manifestare il suo disappunto è quello di ignorarla automaticamente. Va da sé che: "Se Marco non mi parla, allora è arrabbiato con me." Nella realtà dei fatti, quando una persona è inquieta e scostante potrebbe esserelo per centinaia di ragioni e il fatto di essere in collera con un'altra è solo una delle tantissime possibilità, a meno che non glielo dica apertamente. In questo caso, però, x è andato/a in ansia perché preoccupato/a di perdere l'affetto di Marco e l'unica ipotesi a cui riesce a dar credito si basa sulla sua esperienza di vivere le relazioni affettive, la quale si fonda a sua volta sul senso di colpa. "È vero per tutti che, di fronte a un dispiacere, se diciamo che è colpa nostra, in realtà stiamo dicendo che abbiamo la possibilità di controllare la situazione: se noi cambiamo, la sofferenza cesserà."[4]

Il prossimo esempio riprende l'argomento dei pregiudizi di genere di cui ho parlato precedentemente. Questo è un tipo di dialogo molto frequente quando si parla di abusi sessuali.

A: "Hai sentito la notizia? Ieri sera una ragazza è stata violentata."

B: "È una cosa davvero orribile! Certe cose non dovrebbero mai accadere. Come si è svolta la vicenda?"

A: "Pare che la ragazza stesse tornando da sola da una festa alle due di notte e indossasse un abitino molto corto."

B: "Se la ragazza si fosse vestita in modo più decoroso non avrebbe attirato l'attenzione di quell'uomo e questo non sarebbe mai accaduto."

Questo dialogo apparentemente anacronistico è realtà.[5] Per quanto sembri incredibile, è proprio quando si verificano situazioni dolorose e traumatiche che i pregiudizi emergono con maggiore forza. Come ho già detto nella prima parte di questo articolo, è compito della psicologia comprendere gli stati emotivi disfunzionali che inducono le persone a fare gravi errori di valutazione come questo. La logica, invece, rivela la struttura formale del tipo di ragionamento messo in atto dal nostro cervello, ovvero in che modo esso associa tra loro diverse proposizioni (fatti) per giungere ad una conclusione.

La struttura logica abduttiva soggiacente alla situazione descritta è la seguente:

La sera che è stata violentata, la ragazza camminava da sola per strada e indossava un abito corto: premessa maggiore, vera;

Quando gli uomini vedono una ragazza vestita in modo sexy o provocante provano un'eccitazione tale da diventare impulsivi e irruenti: premessa minore, dubbia;

La ragazza è sata vittima di violenza sessuale perché indossava una minigonna succinta che ha provocato quell'uomo: conclusione.

Non occorre un genio per capire che una donna che subisce abusi non ha alcuna colpa dell'accaduto. La violazione del corpo di un soggetto è un grave reato e il sesso della vittima non cambia lo stato di colpevolezza dell'aggressore.

Come nell'esempio precedente, il passaggio chiave dal ragionamento abduttivo alla fallacia abduttiva è lo slittamento dal concetto di causa a quello di colpa. Nel primo, infatti, si ricercano le motivazioni di un fenomeno a prescindere dagli stati emotivi e dalle aspettative di chi formula le ipotesi, nel secondo caso invece si dà maggiore importanza a come noi crediamo che il mondo sia e non a quello che è davvero. Ciò comporta che, quando ci confrontiamo con qualcuno, dietro l'alibi di voler capire le cause del suo comportamento nascondiamo inconsapevolmente il bisogno di trovare un colpevole su cui scaricare la responsabilità della nostra frustrazione. Poco importa se ai nostri occhi il colpevole di una situazione problematica siamo noi (primo esempio) o altri (secondo esempio), la fallacia abduttiva consente di attribuire rapidamente colpe e meriti a cose, persone e situazioni deresponsabilizzandoci del nostro diritto-dovere di conoscere la realtà (o, almeno, provarci) al fine di compiere scelte che non invischino gli altri nel nostro vissuto emotivo problematico.

Piuttosto che fare il possibile per maturare interiormente e darci da fare attivamente per fornire il nostro contributo, anche minimo, alla costruzione di una società più attenta alle esigenze umane, preferiamo colpevolizzare quelli che, nel nostro soggettivo modo di vedere le cose, percepiamo più deboli così da evitare quel tanto temuto confronto con noi stessi e con gli altri, il quale ci mostrerebbe inesorabilmente la nostra fragilità e impotenza di fronte a tutte quelle piccole e grandi questioni emotivamente così dolorose che coinvolgono la collettività.

 

La seconda parte dell'articolo termina qui. Tra alcuni giorni verrà pubblicata la terza ed ultima parte in cui vi parlerò della fallacia del ragionamento per default. Se l'articolo vi è piaciuto, condividetelo sui vostri social preferiti. ^_^

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Note

[1] Supertramp, The Logical Song , 1979;

[2] Charles Sanders Peirce (1901), On the Logic of Drawing History from Ancient Documents Especially for Testimonies;

[3] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 26, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;

[4] Robin Norwood (1985), Donne che Amano Troppo, p. 28, 2014, Giangiacomo Feltrinelli Ediotore, Milano;

[5] Una indagine Istat del 2019 ci spiega cosa pensa un campione della popolazione italiana riguardo la responsabilità dell'uomo e della donna negli abusi sessuali: Gli Stereotipi dei Ruoli di Genere e l'Immagine Sociale della Violenza Sessuale .

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