Da Aristotele ai Neuroni Specchio

Mada Alfinito 30/09/2018 0

 

"C'è stato un momento, un istante di estrema calma

in cui lei ha guardato verso di me ed ha detto:

'I see you'. Io ti vedo. L'ultima cosa che mi ha detto.

'Ti vedo.' Non una frase di critica o di disappunto,

solo accettazione e semplice consapevolezza della presenza di un'altra persona.

Heilà, tu sei una persona e io ti vedo."

(Bojack Horseman)[1]

 

So quel che fai non è l’esclamazione intimidatoria di chi ha scoperto il proprio partner a scambiare messaggini con un’altra, ma il titolo del libro scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia[2] in cui viene spiegata quella che è una delle più interessanti scoperte neuroscientifiche contemporanee.

Se nel diciassettesimo secolo galeotta fu la mela che cadendo da un albero fu di ispirazione a Newton per formulare la teoria della gravitazione universale[3], nel ventesimo secolo grande protagonista e musa ispiratrice di alcuni scienziati è stata invece una banana. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, un gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Rizzolatti stava conducendo degli studi sperimentali sulla corteccia motoria, quando si trovò d’improvviso ad assistere ad un curioso fenomeno. Il memorabile giorno della scoperta, nella stanza in cui il team era riunito, c’era un cesto di frutta preparato appositamente per lo svolgimento degli esperimenti mediante la partecipazione di un macaco. Quando uno dei ricercatori estrasse dal cesto una banana, la scimmia osservò l’uomo afferrare l’oggetto e in quel momento, pur non essendosi mossa, alcuni dei suoi neuroni motori, monitorati mediante appositi macchinari, reagirono a quello stimolo visivo. La reazione cerebrale del macaco stupì molto i ricercatori in quanto, fino ad allora, era opinione accettata e condivisa in ambito neuroscientifico che i neuroni motori si attivassero solo e soltanto quando il corpo umano (o in questo caso, del macaco) compiva un qualche tipo di movimento. Alcuni neuroni motori del macaco invece avevano risposto alla stimolo senza che l’animale si muovesse, semplicemente osservando l’uomo prendere il frutto. Data l’incongruenza di questo fenomeno con gli assunti precedenti, i ricercatori credettero che gli strumenti tecnici utilizzati fossero guasti e provvidero ad un’accurata verifica. Poco dopo scoprirono con grande sorpresa che tutto funzionava correttamente e che ciò a cui avevano assistito non era stato un errore tecnico ma qualcosa di più. L’esperimento fu ripetuto diverse volte e sempre con lo stesso esito. Si decise di provare allora a farne uno simile monitorando l’attività cerebrale degli esseri umani e così, dinanzi ad ulteriori evidenze positive, fu dato un nome a ciò che oggi chiamiamo neuroni specchio[4].

Ma cosa sono i neuroni specchio e in che modo hanno cambiato la conoscenza che fino agli Novanta avevamo della mente umana? Una prima e dettagliata risposta ci viene offerta dal libro di Rizzolatti e Sinigaglia menzionato poc’anzi e che ritengo fondamentale in quanto è l’autore della scoperta a parlare dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Il testo è stato scritto con linearità e precisione per accompagnare il lettore passo dopo passo verso l’esplorazione dei meccanismi cerebrali. Nonostante gli argomenti vengano trattati rendendo scorrevole l’accurata spiegazione dei fondamenti della conoscenza del cervello e la funzione dei mirror neurons, i contenuti sono necessariamente esposti in maniera molto tecnica e ciò rende questo libro piacevolmente fruibile per coloro che si occupano di studi cognitivi, e in particolare di neuroscienze, ma difficile e a tratti faticoso da capire per i non addetti ai lavori.

La portata di tale scoperta scientifica non sfuggì a due ragazzi che quasi dieci anni or sono vennero a conoscenza degli studi del professore e del suo team e che leggendo con grande interesse il testo di riferimento ne furono talmente impressionati che decisero di orientare una parte dei loro studi in direzione di quegli argomenti. Quando Davide Donelli contattò il dr. Matteo Rizzato, era all’epoca uno studente della facoltà di medicina. I due avevano discusso delle loro impressioni riguardo i neuroni specchio e furono concordi sul fatto che questa scoperta, se adeguatamente approfondita e utilizzata, avrebbe potuto avere un impatto altamente positivo nella vita delle persone. Donelli si presentò allora dal professor Rizzolatti comunicandogli l’intenzione di scrivere insieme a Rizzato un libro in cui avrebbero spiegato i neuroni specchio ad un pubblico che di questo argomento conosceva nulla o molto poco analizzandoli “nel loro agire quotidiano” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3) e fornendo “a chiunque uno strumento facile e diretto per iniziare da subito ad osservare, riconoscere e gestire le funzionalità basilari di questa scoperta nell’ambito delle relazioni interpersonali” (ivi, p. 6). Il professore si dimostrò inizialmente perplesso dinnanzi al tentativo di due non neuroscienziati di scrivere un testo sulla materia in oggetto, ma diede loro il proprio supporto decidendo di revisionarlo ed eventualmente correggerlo una volta che lo avessero completato. Venne così pubblicato per la prima volta nel 2011 il libro 'Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia' con il beneplacito e la firma in prefazione del professor Rizzolatti[5].

“Esiste in noi un sistema specchio” -scrivono gli autori- “capace di associare l’immagine che vediamo degli altri alle emozioni che stanno provando” (ivi, p. 4). “Esso consente di rivivere le azioni e le emozioni osservate negli altri all’interno del proprio corpo” (Attili 2017, p. 85)[6]. Ciò vuol dire che “quando vediamo un altro compiere un’azione, dentro di noi si attivano i neuroni specchio che ci fanno 'vivere' l’azione osservata proprio come se fossimo noi ad eseguirla” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3).  “Guardando quello che un’altra persona fa, o assistendo a quello che prova, si attivano nell’osservatore le stesse aree cerebrali che nell’altro sono correlate alle sue azioni ed emozioni. Chi guarda reagisce come se fosse lui stesso a eseguire quell’azione o a esperire quell’emozione. Questa classe di neuroni fa sì che, quando un individuo vede un’azione compiuta da un altro, è in grado di comprenderla 'empaticamente' ed è addirittura portato a imitarla” (Attili 2017, pp. 85, 87).

Avete presente la sensazione di sentirvi completamente partecipi delle vicende di un personaggio di un film? Vi sarà certamente capitato innumerevoli volte di guardare un attore o un’attrice assumere dei comportamenti in cui vi siete spontaneamente identificati. Può succedere con qualsiasi tipo di film, dal comico al drammatico ma anche a teatro e ogni qualvolta fruite un media che vi rimanda immagini visive. Osservando il comportamento di uno degli interpreti, ciascuno di noi può rivedere in lui/lei parte del proprio modo di agire, atteggiamenti che riconosce come familiari. Nella nostra mente inizia quindi un processo di identificazione di noi stessi con quel personaggio. Questo fenomeno ben descrive la funzione dei neuroni specchio: quando vediamo un altro compiere un gesto che ci è familiare, riconosciamo ciò che sta facendo e ci immedesimiamo al punto di sentire sulla nostra pelle le emozioni che sta esprimendo.

Ma la scoperta di questo fenomeno è davvero così recente?

Del riconoscimento delle azioni appartenenti al proprio background esperienziale e dell’identificazione con i comportamenti altrui ne parlava già un illustre filosofo secoli or sono. Aristotele (383 a.C.-322 a.C) è uno dei primi a descrivere il concetto di mimesi, ovvero di imitazione. “Imitare è conforme a natura” (4.1448b, 20), sostiene l’autore nella sua Poetica.In primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive a imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione” (4.1448b, 5-8). Tra le forme di imitazione che l’uomo può produrre egli afferma l’importanza del teatro e in particolar modo della tragedia. Secondo il filosofo, infatti, “la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza” (6.1450a, 15). Essa è “imitazione di una azione nobile e compiuta […] di persone che agiscono […], la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni” (6.1449b, 25-28). L’essere umano osservando gli attori svolgere determinate azioni le riconosce come sue, empatizza con i personaggi, si sente vicino alle loro esperienze, le introietta e il suo umore cambia allineandosi a quello veicolato dell’azione messa in scena. L’osservazione del comportamento degli attori durante lo svolgimento della tragedia genera ciò che Aristotele ha definito catarsi: lo spettatore che rivive in sé stesso quelle azioni ne capisce l’intenzione e la finalità e se queste gli hanno scaturito turbamenti dovute al ricordo di eventi che hanno su di lui un impatto psicologico profondo, le rielabora e, infine, se ne sente liberato.

È grazie alle sofisticate moderne tecniche di brain imaging[7] se oggi abbiamo la possibilità di provare o confutare scientificamente ciò che anticamente era soltanto un assunto teorico nell’ambito degli studi sulla cognizione. La scoperta dell’esistenza di un sistema specchio ha permesso alla scienza, alla filosofia e alle scienze cognitive di avvicinarsi ancora di più e convergere su dei punti essenziali per il progresso della conoscenza del cervello umano e delle sue funzioni. Mediante i passi in avanti compiuti dalle neuroscienze, l’empatia ha cessato di essere una capacità che si manifesta dentro di noi in modo misterioso e inspiegabile ed ha iniziato ad essere osservabile in alcuni dei meccanismi che le danno origine. Le conoscenze attuali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che i pensieri e le emozioni non sono evanescenti movimenti di una mente inafferrabile ma nascono nel nostro cervello, lo plasmano, guidano e modellano la nostra vita e i nostri comportamenti.

In quanto filosofa della scienza ho a cuore la divulgazione scientifica e prima di concludere questo articolo mi soffermo brevemente sui motivi per cui consiglio il libro di Davide Donelli e Matteo Rizzato come primo passo per iniziare a conoscere i neuroni specchio in caso non siate esperti del settore:

•     'Io sono il tuo specchio' è stato revisionato e corretto dall’autore della scoperta in persona, il prof. Giacomo Rizzolatti, e questo è per tutti un forte indicatore che i contenuti trattati sono fedeli a quanto già precedentemente era stato enunciato dal ricercatore e dal suo team riguardo i mirror neurons;
    L’estrema chiarezza nell’esposizione. Nei primi due capitoli del libro gli autori sono riusciti a spiegare con periodi semplici e parole essenziali alcuni meccanismi cerebrali molto complessi ma basilari per apprendere cosa sono i neuroni specchio. Non è da tutti riuscire a far questo e mi complimento con loro;
•    Questo testo non ha come unica finalità la semplice spiegazione di una scoperta scientifica, ma si propone come strumento per fornirci la consapevolezza di cosa c’è veramente in gioco quando interagiamo con gli altri. Dal secondo e terzo capitolo si evince che la comunicazione interpersonale è in grado di veicolare stati d’animo che sono capaci davvero di cambiare le nostre giornate, nel bene e nel male. In un mondo in cui chi comunica le sue emozioni in maniera più forte ed incisiva inevitabilmente trascina con sé coloro che si sentono in un dato momento più vulnerabili ed influenzabili, 'Io sono il tuo specchio' è un utile alleato per iniziare a comprendere quanto sia importante gestire le nostre emozioni per non farci sopraffare da quelle degli altri. Perché se è vero che quando siamo in compagnia di persone di cui ci fidiamo e che ci fanno stare bene, affidarci emotivamente ai loro gesti e ai loro discorsi è fonte di scambio profondo di emozioni positive che producono in noi un vero e proprio benessere psicofisico, è altrettanto vero che nel mondo lì fuori ci sono tantissime persone tristi, arrabbiate, frustrate e incattivite con le quali spesso è inevitabile doverci avere a che fare e che costantemente ci influenzano negativamente provando a vincere con la forza battaglie a colpi di atteggiamenti svalutanti esplicitati mediante parole inopportune, ricatti emotivi, comportamenti passivo aggressivi e silenzi indecifrabili ed è proprio in momenti delicati come questi che la ricerca scientifica può venire in soccorso della nostra umana fragilità.

Recentemente ho avuto modo di fare due chiacchiere con il dr. Rizzato. Ci siamo confrontati a lungo su quanto discusso nel suo libro e di lì si è creato uno scambio di opinioni sul modo in cui intendiamo e viviamo i processi comunicativi. L’idea personale che mi sono formata sull’autore in seguito alle nostre chiacchierate è di un uomo che esprime il suo sistema di credenze con incisività e risponde con prontezza alle istanze del suo interlocutore. Aperto e disposto a conoscere il parere dei suoi lettori, accoglie i commenti esterni come un’opportunità per migliorare il suo lavoro. La soddisfazione più grande che un lettore possa ricevere è quella di sapere che il libro che sta leggendo è stato scritto con una sincera passione per gli argomenti trattati. Questo libro ha, a mio parere, anche questo requisito e vi saluto invitandovi ancora una volta alla sua lettura e a quella delle prossime pubblicazioni dei suoi due autori a cui porgo i miei sinceri auguri per gli studi e le ricerche future.

 

NOTE:

[1] Bojack Horseman, stagione 5, epsiodo 5, Netflix.

[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello agisce e i neuroni specchio (2006), Raffaello Cortina Editore.

[3] La mela cadde davvero sulla testa di Newton o è soltanto una leggenda? Scopritelo a questo link:

https://www.corriere.it/scienze/10_gennaio_18/mela-newton-non-leggenda_b6153f6a-0428-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

[4] Il racconto della vicenda della scoperta dei neuroni specchio è descritta in dettaglio su Wikipedia. Vi lascio il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio Quando ho scritto l'articolo, però, volevo essere certa che l'aneddoto fosse vero in quanto non potevo verificarne io stessa la fonte. Ho chiesto allora a Matteo Rizzato se potesse darmi una risposta e lui ha affermato che il racconto "leggendario" della scoperta dei neuroni specchio è vero.

[5] Donelli D., Rizzato M., Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia, Edizioni Amrita, 2011.

[6] Attili G., Il cervello in amore. Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, Il Mulino Bologna, 2017.

[7] Le tecniche di brain imaging (o mental scanning) sono strumenti che permettono di ottenere delle immagini riguardanti l'attività cerebrale di un soggetto durante lo svolgimento di un compito cognitivo, motorio e persino immaginativo.

[8] Il quadro esposto tra le immagini sopra è un particolare della 'Scuola di Atene' dipinta da Raffaello Sanzio tra il 1509 e il 1511. Gli uomini dipinti al centro della scena sono Aristotele e Platone.

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Mada Alfinito 25/04/2020

Tre Modi di Ragionare che ti Indurranno a Fare Scelte Sbagliate

 

Premessa: questo articolo è stato divisto in tre parti per via della lunghezza dei contenuti. Dedico questa serie di scritti a tutti i miei docenti di logica e di filosofia della scienza, i quali sono stati capaci di comunicarmi tutta la loro passione per questa disciplina magnifica.

 

"Per strade secondarie e tortuose sfreccia la mia voglia di evasione,

Non prima di aver messo in discussione il senso generale delle cose."[1]

 

Secondo una definizione di Antonello Correale citando Freud, "il trauma è qualunque stimolazione non riesca a trovare adeguato contenimento ed elaborazione mentale [...] È qualcosa di troppo forte [...] eccede la possibilità di essere pensato" e trascende la nostra immaginazione[2].

Inoltre, il trauma è una possibilità a cui siamo tutti potenzialmente esposti: in ogni momento e in ogni luogo possono verificarsi eventi che sfuggono totalmente al nostro controllo e la percezione di essere impreparati e inadeguati ad affrontarli fa aumentare il senso di angoscia che generano.

È in momenti come questi che ci appelliamo più che mai alla ragione: cercare di capire in tutti i modi il perché si sia verificato un avvenimento non lenisce il dolore ma ci aiuta a minimizzare il trauma e a farlo rientrare nella sfera del pensiero acquisendo la certezza interiore di essere in grado di poterlo gestire emotivamente e controllarlo razionalmente. Dove precedentemente era sconosciuto, il trauma diventa un'immagine pregnante e la sua presenza nella nostra mente ci consente di ricondurre la questione su un piano metafisico e filosofico, ovvero produce la riflessione sul senso delle cose e della vita avviando così un processo cognitivo del tipo causa-effetto (ivi). "L'uomo si trova nel bel mezzo degli effetti e non può astenersi dal ricercarne le cause" scrisse Goethe[3]. "Da quell'essere comodo che è, si appiglia alla prima cosa che trova come alla migliore e così si tranquillizza".

Questo nostro atteggiamento non si manifesta soltanto quando ci troviamo in situazioni ad alto impatto emotivo. Ogni qualvolta una situazione attira la nostra attenzione, iniziamo spontaneamente a ragionare in questi termini: data una condizione x, una condizione y e così via, allora accadrà z. Negli studi di logica formale questa sequenza di proposizioni viene chiamata inferenza: a partire da un insieme di premesse considerate vere seguirà una conclusione altrettanto vera, la quale è detta conseguenza logica delle precedenti ed è proprio dalla struttura così semplice di questo ragionamento che siamo in grado di crearne altri complessi.

La sopracitata logica formale è una disciplina antica e si sviluppa intorno al concetto che un ragionamento non possa essere ritenuto corretto in virtù del suo significato, ma per il modo in cui il ragionamento viene formulato. "Usualmente un ragionamento ha lo scopo di convincere della verità della conclusione [...] Dal punto di vista logico [...] non è rilevante la verità della conclusione, quanto se l'eventuale verità della conclusione è garantita dalla verità delle premesse, indipendentemente dalla maggiore o minore plausibilità di quest'ultima (Palladino, 2014)[4]." Essa quindi, non studia i contenuti delle proposizioni ma la loro struttura formale, ovvero il modo in cui concateniamo tra loro premesse e conclusioni a prescindere da come sia lo stato di cose della realtà. Questa disciplina, inoltre, si è occupata di enunciare delle regole universali per compiere dei ragionamenti corretti e ci insegna che, nonostante il più delle volte ci ostiniamo a portare avanti le nostre considerazioni personali, questi pensieri potrebbero nascondere delle fallacie strutturali che rendono il ragionamento apparentemente coerente nella sua struttura di senso ma incorretto dal punto di vista logico traendoci in inganno nelle nostre scelte, decisioni e valutazioni di persone e situazioni. Scrive infatti Schopenhauer a questo proposito: "Falsi giudizi sono frequenti, falsi sillogismi estremamete rari[5]."

Sono tantissime le fallacie, ovvero gli errori di ragionamento e di argomentazione, che commettiamo ogni giorno senza esserne consapevoli. La logica ha attribuito un nome a ciascuna tipologia mostrando in che modo possiamo rivedere le nostre posizioni in modo costruttivo. Proprio perché le fallacie classificate sono tantissime, è impossibile in questa sede mostrarvele e spiegarvele una ad una. Ho individuato, quindi, quelle più usate per trarre conclusioni. Esse sono: il ragionamento induttivo, abduttivo e per default. Rintracciare gli errori più comuni che compiamo attraverso queste strutture ci sarà molto utile non solo per migliorare le nostre scelte personali ma anche per riflettere, mediante un punto di vista nuovo, sulle situazioni traumatiche. Infatti, quando si verificano episodi impattanti dal punto di vista emotivo, le tre fallacie che sto per descrivervi sono quelle che maggiormente ci impediscono di utilizzare sani parametri valutativi per elaborare il vissuto problematico influenzandoci nelle scelte di vita che avvengono dopo il trauma, quando bisogna affrontare il quotidiano alla luce degli eventi accaduti e le relative conseguenze. Iniziamo.

Ragionamento induttivo:

Una fallacia induttiva si verifica quando attribuiamo una proprietà osservata in uno o pochi individui a tutti quelli appartenenti alla stessa categoria. È un tipo di ragionamento che ci porta ad estendere i nostri giudizi dal particolare al generale senza effettivamente osservare se quel che si attribuisce ad alcuni membri di un insieme sia vero sempre e per tutti.
Il metodo induttivo è molto usato nelle scienze sperimentali quando si evidenziano delle regolarità nella natura.  Ad esempio: la luna compie un intero ciclo ogni 28 giorni, l'acqua bolle a 100 gradi, tutti i corpi terrestri sono attirati verso il basso.

Nel ragionamento comune utilizziamo l'induzione quando vogliamo creare una distanza tra diverse categorie di persone. La sua struttura formale favorisce la creazione dei pregiudizi portanti a cui si ispirano i movimenti sociali che denigrano la diversità e discriminano gruppi di individui. Tra queste discriminazioni abbiamo: l'appartenenza ad una etnia o luogo geografico (razzismo), la comparazione di genere (sessismo), lo status sociale, le idee religiose, le preferenze sessuali, la disabilità motoria e intellettiva, le opinioni politiche. Utilizzato in questo modo, il metodo induttivo è molto pericoloso perché genera odio, indifferenza e disordini tra le masse impedendo la cooperazione per il benessere della società. Facciamo degli esempi:

Una persona ha appreso la notizia che alcuni individui appartenenti ad una certa etnia o luogo geografico hanno commesso un reato, di conseguenza essa inizia ad affermare che tutte le persone appartenenti a quella razza o provenienti da quella località sono dei criminali. Ciò viene affermato per screditare i membri che vivono in un dato luogo o hanno delle particolari origini e favorirne altre. Queste affermazioni non hanno alcuna attinenza con la realtà e non sono né osservabili né replicabili: esistono esclusivamente nella mente di chi formula tali accuse. Infatti, qualora fosse vero che alcune persone appartenenti ad uno specifico gruppo avessero commesso delle gravi azioni, non sarebbe in alcun modo vero che tutti i membri di quella categoria sono dei criminali.

Un altro esempio ci viene fornito da ciò che chiamiamo sessismo. Il sessismo è qualcosa che si manifesta spesso in modo subdolo, nascosto dietro a pregiudizi radicati in secoli di patriarcato ed enunciati il più delle volte con un velo di ironia, cosa che non rende assolutamente un'affermazione meno offensiva. Un esempio tra tanti: a chi non è mai capitato sentir dire da un uomo dopo aver visto un numero x di donne in difficoltà al volante che tutte le donne sono una frana alla guida? Di contro, ci sono tantissime donne che sarebbero disposte a giurare di essere uscite con uomo ed aver avuto i brividi a causa della sua scarsa capacità di fare manovra, parcheggiare e persino tenere la stabilità della macchina (no, questi uomini non erano diciottenni neopatentati). Eppure, non sentirete mai qualcuno dire che tutti gli uomini sono incapaci di guidare solo perché esistono alcuni uomini che non hanno questa attitudine. Del resto, basterebbe dare un'occhiata alle statistiche degli incidenti stradali[6] per comprendere che essi vengono causati sia dagli uomini che dalle donne e che la capacità di guidare l'auto o di essere attenti alla guida non è questione di genere.

Questi sono soltanto due dei tantissimi esempi di induzione in ambito di discrimanzioni sociali. È bene precisare che il ragionamento induttivo, così come quello abduttivo e per default che spiegherò successivamente, sono delle strutture astratte che comprendono un insieme di regole utilizzate dal nostro cervello per fare dei ragionamenti, ma esse non agiscono mai da sole nella costruzione dei pregiudizi. Questi ultimi traggono origine e forza dagli stati emotivi interni disfunzionali delle persone che li creano e di cui si occupa nello specifico la psicologia. La logica, invece, serve a mostrarci in che modo costruiamo i nostri ragionamenti e ci suggerisce come riflettere e rivedere, evenutalmente, le nostre posizioni.

Gli effetti della stretta collaborazione tra i fattori psicologici e quelli cognitivi sulla nostra condotta di vita è ancora più evidente nelle situazioni dette post-traumatiche. Tra i tanti esempi possibili, è molto frequente che una persona incorsa in un incidente su un mezzo di trasporto oppure mentre praticava uno sport resti così scioccato e impaurito da non essere più in grado di ripetere l'azione che prima che svolgeva normalmente. Il ragionamento induttivo ci spinge irrazionalmente a credere che ora che si è verificato qualosa di spiacevole, si ripeterà tutte le volte che rifaremo quell'azione. Questo modo di ragionare, oltre ad essere logicamente scorretto, è insidioso per la nostra serenità psicolgica. Infatti, in questo caso l'induzione pone una barriera tra noi e gli eventi, rendendoci passivi in balìa della nostra emotività. Inoltre, essa ci impedisce di assumerci la responsabilità delle nostre azioni e di migliorare il nostro comportamento in modo da essere più accorti in futuro. Molte volte, infatti, certe cose accadono perché non le abbiamo affrontate nel modo giusto (magari per inesperienza o perché abbiamo sottovalutato la situazione) ma quando è la nostra responsabilità individuale il motivo che ci spinge a compiere qualcosa che ci mette in difficoltà, affermare che ciò che è accaduto una volta capiterà sempre è un modo per non prendere in mano le redini della nostra vita e sviluppare le nostre capacità. Si può cadere da cavallo per mancanza di padronanza e di esercizio oppure si possono vivere relazioni particolarmente difficili a causa del fatto che non siamo consapevoli delle nostre dinamiche interiori, ma questo non è un valido motivo per fermarsi e buttare all'aria ciò che si è fatto fino a quel momento, le proprie aspirazioni e desideri.

Quanto detto vale anche per tutti quei traumi su cui non si è potuto avere nessun controllo e responsabilità. Ragionare in modo induttivo comporta credere che le cose sono e saranno sempre in un certo modo, per lo più spiacevole,  per poi scoprire a distanza di tempo quanto avessimo torto ritrovandoci con molti rimpianti e un bel po' di tempo sprecato alle spalle. Il filosofo Eraclito affermò che "non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato[7]" per indicare che le condizioni per cui un evento della nostra vita si verifica una volta non saranno mai di nuovo le stesse. Di conseguenza, un fenomeno non potrà mai ripetersi uguale nel tempo: le situazioni che viviamo, per quanto a volte ci sembrino ricorrenti, non saranno mai identiche tra loro ed anche noi cambiamo incessantemente come il resto del mondo in cui viviamo.

Alla luce di queste considerazioni possiamo comprendere quanto molte delle nostre paure più profonde siano delle suggestioni che per essere eliminate andrebbero esaminate utilizzando punti di vista alternativi a quelli che utilizziamo usualmente e, successivamente, affrontate facendoci eventualmente aiutare da qualcuno di cui ci fidiamo o da un professionista specializzato.

 

La prima parte di questo articolo è terminato. Se vuoi leggere la continuazione clicca qui:

Ragionamento Abduttivo: dalla Causa alla Colpa

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Note:

[1] Morgan (2007) , Da A ad A ;

[2] Dott. Antonello Correale (2012), conferenza: Borderline. Troppo Vicino, Troppo Lontano;

[3] J. W. Goethe (1833), Massime e Riflessioni (scritti postumi);

[4] Dario Palladino (2002), Corso di Logica. Introduzione Elementare al Calcolo dei Predicati, p. 25, 2004, Carocci Editore S.p.A., Roma;

[5] Arthur Schopenhauer (1864), Dialektik, tr. it. L'Arte di Ottenere Ragione Esposta in 38 Stratagemmi, p. 19, 1991, Adelphi Edizioni S. p. A. Milano;

[6] Ansa: Donne al Volante più Prudenti degli Uomini ;

[7] Eraclito, Eraclito. Testimonianze, Imitazioni e Frammenti, 2007, Bompiani.

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Mada Alfinito 01/04/2020

La Creatività  Contagia Internet e Spera di Non Tornare in Quarantena

 

Potete leggere l'articolo o qui di seguito oppure cliccando direttamente sul link del sito della Gazzetta: https://www.gazzettafilosofica.net/2020-1/aprile/la-creativit%C3%A0-contagia-internet-e-spera-di-non-tornare-in-quarantena/

 

Abstract:

Uno sguardo ai contenuti pubblicati sui social media più in voga del momento da quando tutta l’Italia è entrata in quarantena in seguito al decreto del 9 Marzo 2020, fa emergere il dato che una nuova consapevolezza si fa strada tra gli italiani: la creatività può spronarci a superare il disagio che deriva dal forzato isolamento e può aiutarci a superare i momenti di incertezza e paura riguardo al futuro. Sorge, però, una domanda che si accompagna a tale fenomeno: c’era bisogno che fosse dichiarato lo stato d’emergenza perché la nostra società riscoprisse il valore curativo della creatività?

 

 

«Non c’è oggetto o impresa nel nome del quale non si possa offrire un sacrificio» scrisse René Girard (La Violenza e il Sacro, 1972) a proposito del sacrificio rituale come liberazione della comunità dalla violenza, portatrice di un’impurità dagli effetti di un contagio a catena. Mai come ora queste parole risuonano dentro di noi, tra le luci accese delle nostre case e i silenzi delle strade, nel difficile quanto surreale momento storico in cui il mondo, e il nostro Paese in modo particolare, si trova a vivere a causa di un nuovo inquietante virus: il Covid-19. Categorico è l’imperativo che giunge dal governo: restate a casa. Perché «le leggi hanno uno stesso ed unico fine, che è quello di unire i cuori e stabilire l’ordine» (ivi) ed evitare che la gente esca per le strade rendendo vano ogni tentativo di contenimento del contagio.

Si accetta così, stoicamente, il decreto sperando nella collaborazione e responsabilità del resto dei cittadini. Allo stesso tempo, però, è necessario tenersi impegnati ed avere qualcosa da fare per poter resistere al senso di angoscia che ci affligge. Sorge allora nei cuori di tutti il barlume di una rivelazione: la creatività ci salverà. Si moltiplicano nel giro di pochi giorni le views dei tutorial su YouTube e imperversano sui social i filmati di persone che fanno cose: improvvisamente, tutti cantano, suonano strumenti musicali, fanno attività fisica, leggono libri, creano nuove ricette nella stessa cucina dove fino a un mese prima c’erano solo cibi preconfezionati, ricordano l’esistenza di attività manuali che avevano sempre ritenuto impraticabili. L’entusiasmo è a mille. O almeno lo era. Perché come era prevedibile che fosse, questa rinascita improvvisa della voglia di muoversi (con le mani, con il corpo, con i sensi) e la rivendicazione della creatività come ultimo baluardo della salvezza (insieme alla pizza) porta con sé l’inesorabile sorte di tutto ciò che viene abbracciato da quello che più comunemente chiamiamo fervore, ovvero una curva gaussiana che nel momento in cui inizia a salire va inevitabilmente incontro a quello che è il suo destino: scendere. Ci si ritrova, così, davanti a quel fantasma tanto temuto dagli occidentali insieme alla presenza di sé stessi: la noia. «No, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia. Maledetta noia» (Califano F., Tutto il resto è noia, 1976).

«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza» (Moravia A.,La noia, 1960). Ma per distrarsi e creare con cuore libero c’è bisogno di sgombrare il campo della mente da tutte quelle informazioni che offuscano e distraggono. «Se vogliamo evitare la malattia, è bene evitare i contatti con i malati […] Il minimo contatto provoca una macchia che bisogna togliersi di dosso non soltanto per sé stessi ma per la collettività, tutta quanta minacciata di contaminazione» continua a ripetere un vecchio Girard (1972, ivi) teletrasportato da altri tempi attraverso il nostro televisore. Si è fuori dal mondo e si è continuamente allo stesso tempo dentro al mondo, in un flusso di pensieri collettivi che mai s’interrompe. Isolati gli uni dagli altri dal cemento armato dei nostri palazzi ma ultraconnessi in un’unica mente: una società liquida pronta a scivolare goccia a goccia in casa nostra al di sotto della porta (Bauman Z., Liquid modernity, 2000). E allora si cerca di fare ed esplorare nuove cose ma manca quella serenità per godere dei frutti delle recenti scoperte.

In mezzo a tanto clamore di Internet sorge legittima una domanda:

dov’era la creatività prima del Corona Virus?


Il creativo da sempre produce svago, intrattiene, con le sue opere fa da sottofondo ai nostri drammi quotidiani e alle nostre passioni. Ma nell’epoca della riproducibilità tecnica (Benjamin, 1936), la star che suscita stupore e sgomento sopra ogni cosa non è più l’arte che viene riprodotta in serie, bensì la macchina che la produce. La tecnologia sembra l’unica via di realizzazione della nostra vita. L’artigianato è un mercato di nicchia, misterioso e distante. I giovani artigiani che si dedicano ad antichi mestieri sono considerati anacronistici: allievi della propria arte, troppo pazienti e concentrati per una società che manifesta continuamente forti deficit dell’attenzione. E così, l’arte che pensava che il progresso tecnico l’avrebbe aiutata a risplendere, si è ritrovata ad esso subordinata perché è quest’ultimo che più di tutto attira i fruitori del mercato. Ma la vita è imprevedibile e nel momento in cui non abbiamo (quasi) nulla da fare a parte lo smart working, abbiamo riscoperto che esiste ancora quella cosa che si chiama creare.

La creatività ci salva la vita. Non solo oggi, ma sempre. Stimola il cervello, ci rende umani e lo fa in un modo che nessun’altra cosa può fare. Quando tutti gli impulsi e le emozioni arrivano dal profondo del cervello più antico, sede di tutte le nostre pulsioni primitive e spesso distruttive, è la creatività che ci nobilita. Dal cervello rettile e dal sistema limbico le emozioni più intense e ancestrali arrivano alla corteccia cerebrale dove queste informazioni vengono elaborate (Magrini M., Cervello. Manuale dell’utente, 2017). Il cosiddetto cervello razionale manda i suoi impulsi lungo i recettori del nostro corpo, il quale a sua volta trova il modo di elaborare gli stimoli ricevuti così che, attraverso i gesti e le azioni creative, non diventiamo schiavi di passioni incontrollabili ma siamo, invece, capaci di canalizzarle generando qualcosa di nuovo e costruttivo che ci regala piacere e soddisfazione, le quali ritornano al mittente. Il nostro cervello, infatti, registrerà queste sensazioni positive pervenutegli mediante il corpo aumentando la produzione degli ormoni del benessere e proprio questi ormoni faranno sì che il nostro organismo aumenti le sue difese impedendoci di restare travolti dallo stress quotidiano e sviluppare gravi patologie.

Di fronte a questa grandiosa opportunità di favorire il nostro benessere psicofisico, molte persone ne restano affascinate ma rispondono di non avere tempo: il lavoro, la famiglia, gli impegni straordinari e preoccupazioni di ogni sorta sono la motivazione principale per cui la maggior parte delle persone annuncia di dover rinunciare ai propri hobby. A fronte di queste affermazioni la tentazione è come sempre quella di dare la colpa al modo in cui è organizzata la nostra società e di accusarla di fornirci una enorme quantità di beni e servizi senza permetterci di usufruirne come vorremmo a causa di ritmi quotidiani massacranti. Ma siamo davvero sicuri che sia sempre e solo questo il motivo per cui abbiamo smesso di dedicarci a delle attività ri-creative?

Il Global Digital Report del 2019 è illuminante a riguardo: nel 2019 gli italiani hanno trascorso online sei ore e quattro minuti al giorno, mentre sui social ognuno ha trascorso mediamente un’ora e cinquantuno minuti. Viene da domandarsi cosa avrebbe potuto fare ciascuno di noi in alternativa a quelle sei ore online e come le persone potrebbero sentirsi se al termine di una giornata stressante o durante le pause e le interruzioni dalle proprie attività iniziassero a fare qualcosa di creativo che permetta loro di prendere le distanze da tutto ciò che crea insofferenza e disagio. Non dimentichiamo, inoltre, che essere coinvolti in attività che danno piacere e che ci spingono a realizzare qualcosa interamente con le nostre capacità aumenta il senso di auto-efficacia, ovvero la consapevolezza e la fiducia di essere capaci di gestire situazioni e di raggiungere obiettivi (Bandura A., Self-efficacy: the exercise of control, 1997). L’auto-efficacia ha come conseguenza l’aumento dell’autostima, fondamentale per vivere meglio, superare le difficoltà quotidiane e compiere con serenità le piccole e grandi scelte della nostra vita.

Schopenhauer scrisse che «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia» (Die Welt als Wille und Worstellung, 1819). Sta a noi prolungare il più possibile quell’intervallo di piacere ed ebrezza e fare in modo che il desiderio del benessere non sia soltanto un’illusione ma possiamo contribuire attivamente a generarlo mediante le nostre azioni creative non solo durante l’allerta del Covid-19 ma anche e soprattutto quando lasceremo le nostre case per tornare a quelle attività quotidiane fino a poco tempo fa così familiari.

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Mada Alfinito 07/05/2018

Chi è il Maker Digitale e Cosa Fa?

Premessa: ho scritto questo articolo nel 2015 per l'associazione Open Makers Italy presso cui ho dato il mio contributo per alcuni anni come filosofa della scienza, addetta alla comunicazione, alle pubbliche relazioni e all'organizzazione di eventi.[1] Lo definisco il manifesto dell'artigianato 2.0 ed è stato apprezzato e pubblicato anche su siti esperti che trattano di tecnologia.

Le mani sono uno strumento fondamentale per entrare in contatto con il mondo che ci circonda. Le mani toccano, le mani percepiscono. Mediante il tatto, quello che tocchiamo acquista un volto, un’identità. Le superfici delle cose ci raccontano come è fatto il mondo. I recettori presenti sulla nostra pelle mandano impulsi al cervello ogni qualvolta tocchiamo qualcosa e in esso vengono elaborate innumerevoli informazioni riguardo ciò che abbiamo toccato. Non appena questi impulsi vengono elaborati sorgono in noi emozioni, sensazioni, pensieri, idee e valutazioni su come è fatto il mondo, categorizzazioni e desideri che appartengono solo a noi e a nessun altro.

Un artigiano è colui che crea con le mani, è un esteta: dal greco aisthetés, ovvero colui che percepisce. E per i greci, percepire, era arrivare dritto al cuore. Ma l’esteta è in epoca moderna, più che nella Grecia antica, anche colui che è alla ricerca del bello e di esso ne fa un vero e proprio culto.

Makers è un neologismo con il quale si indica una categoria di persone che amano creare nell’ambito delle nuove tecnologie: gli artigiani digitali. Essi realizzano strumenti e apparecchiature tecnologiche di qualsiasi tipo.

Qualcuno potrebbe domandarsi: "non è improprio definire queste persone artigiani?"

I makers realizzano progetti utilizzando le mani proprio come le altre categorie di artigiani. Che sia un software o una macchina o un robot, l’uso delle mani è fondamentale. Alcune volte, quando il prodotto finale che essi realizzano è digitale, è concettualmente difficile inquadrare queste persone come creatori di qualcosa che sia paragonabile ad un prodotto fatto a mano. Eppure lo è perché, quando un maker crea, le sue mani lavorano abbinando la materia a circuiti, elettricità, numeri ed espressioni algoritmiche. Essi lavorano ad un livello che potremmo definire quasi completamente astratto in quanto gli elementi appena citati, pur essendo per la maggior parte immateriali, produrranno alla fine risultati applicabili concretamente nella vita quotidiana.

Inoltre, se un artigiano è anche un esteta, deve privilegiare nella sua opera la ricerca del bello. Il più delle volte constatiamo, invece, che i prodotti tecnologici fai da te raramente soddisfano l’esigenza degli occhi di trovare la bellezza. Ciò non accade per noncuranza o assenza di ricercatezza nel gusto. Al contrario, data l’abilità delle mani e dell’intelletto di un maker di lavorare ad un livello quasi del tutto astratto, la bellezza suscitata dalla sua opera non si manifesterà nella visione immediata dell’applicazione ma su un piano altrettanto immateriale.

Il motivo che spinse gli antichi greci ad iniziare le loro speculazioni filosofiche fu la meraviglia che provavano, nel bene e nel male, davanti alle cose che li circondavano e di cui non sapevano dare una spiegazione. Ebbene, quando si è davanti ad una esposizione di prodotti tecnologici, ognuno di noi resta sempre stupito di fronte a quello che l’uomo può creare. Ciò che un artigiano digitale produce suscita meraviglia perché ognuno di noi si domanda in segreto come sia stato possibile produrre un qualcosa di così complesso e creativo allo stesso tempo. Osservare queste realizzazioni fa sperare e credere che nell’uomo ci sia qualcosa di grande perché partendo dal quasi immateriale è riuscito a creare strumenti concreti che favoriscono il progresso collettivo. Ci si sente forse un po’ dèi, nel senso di creatori, che dal nulla producono qualcosa che avrà importanti effetti pratici nella vita delle persone. È qui, quindi, che incontriamo il bello. Il bello ricercato dai makers è lo stupore. I makers rendono possibile la contemplazione delle idee. Ancora una volta le mani producono qualcosa e suscitano emozioni. L’artigianato digitale arriva dritto al cuore.

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Note

[1] http://www.openmakersitaly.org/

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