“Il mio orecchio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, che già ne riconosce il suono.” Chi pronuncia queste parole è la protagonista della tragedia ‘Romeo e Giulietta’. Shakespeare, oltre ad essere stato un grande drammatugo, è stato un profondo pensatore. I versi delle sue opere conducono spesso a riflessioni importanti e saranno utili anche a noi in questa sede.
La voce è un grande strumento di cui la natura ci ha fornito. Avevamo già riflettuto precedentemente su quanto il linguaggio verbale ci distingua da tutte la altre forme di vita del pianeta, ma la sua importanza non si esaurisce nella riflessione precedente.
Il nostro cervello possiede un sistema che ha la funzione di riconoscere gli oggetti e i volti. Quando vediamo un oggetto già incontrato altre volte, in noi si attivano delle connessioni neurali che ci permettono di riconoscerlo. Lo stesso accade per i volti delle persone. Se alcuni volti ci sono familiari è perchè il nostro cervello è capace di farci percepire che un determinato volto 'x’ appartiene ad una persona che conosciamo. Se dentro di noi non esistessero questi meccanismi, non saremmo in grado di collocare le persone in categorie come 'madre’, 'padre’, 'fratello’, 'partner’, 'amico’ e così via. Il sistema di riconoscimento dei volti e degli oggetti ci permette di mantenere in noi il ricordo di ciò che è familiare e di riconscerlo ogni volta entriamo in contatto con esso.
Cosa pensereste si vi dicessi che il nostro cervello possiede un sistema molto simile (ma basato su meccanismi neurali diversi) anche per il riconoscimento della voce? Ebbene sì, è proprio così. Gli esseri umani si distinguono gli uni dagli altri per tanti aspetti. Tra questi abbiamo anche la voce e il nostro sistema nervoso, insieme all'apparato uditivo, lavora incessantemente per permetterci di riconoscerla.
Questo aspetto non va assolutamente sottovalutato. Giulietta ha conosciuto Romeo ad una festa, ha parlato con lui pochissimo eppure le bastano poche parole per riconoscere che quella voce appartiene a lui e a nessun altro. Ciò che Shakespeare descrive non è semplicemente la storia di un idillio amoroso. Shakespeare ci sta facendo notare quanto potere e importanza abbia la voce nei nostri rapporti interpersonali e nel nostro modo di comunicare.
Prima di uscire di casa e mostrarsi alla gente, la maggior parte delle persone ha cura di rendersi “presentabile”. Ci si preoccupa di mettere un certo abito, un certo profumo, di truccarsi in un determinato modo o di non truccarsi affatto per il solo scopo di manifestare all'esterno l'immagine di noi che vogliamo dare agli altri. Per la voce il discorso è molto simile: non possiamo modificarla così come non possiamo modificare il nostro volto o le nostre mani e tanti altri aspetti del nostro corpo, ma possiamo scegliere il modo di renderla “presentabile”.
E cosa ci rende presentabili? Cosa ci permette di esprimere agli altri la nostra personalità? Come potrebbe fare la voce ad esprimere agli altri un messaggio che corrisponda almeno in parte a ciò che abbiamo dentro di noi? Mediante la comunicazione. La comunicazione è l'abito che ci permette di mettere in risalto le parti migliori di noi oppure occultare ciò che non ci piace e che non vogliamo che gli altri vedano.
In un mondo che ci sommerge continuamente di parole vuote, forse abbiamo smesso di ascoltare la nostra voce. Se ci fermassimo e provassimo invece ad ascoltarla, magari registrandola con un registratore di buona qualità che non la distorca, potremmo scoprire aspetti di noi a cui non abbiamo fatto mai caso, così come quando ci guardiamo allo specchio e all'improvvismo ci accorgiamo di possedere tratti del volto a cui non avevamo mai fatto caso prima.
La comunicazione verbale, se ben esplicitata, può diventare lo strumento di espressione principale della nostra personalità. Giulietta udendo la voce di Romeo gli attribuisce immediatamente un volto. Se avessimo gli occhi bendati e qualcuno che conosciamo bene iniziasse a parlare lo riconosceremmo all'istante proprio grazie a quel sistema di riconoscimento della voce situato nel nostro cervello. La nostra voce dice chi siamo, nel bene e nel male. E non lo dice solo a noi, ma lo lascia intuire anche a chi abbiamo accanto e si rapporta con noi tutti i giorni. La nostra voce dice chi vorremmo essere ogni qualvolta la utilizziamo per simulare aspetti di noi che non ci appartengono. La nostra voce dice anche chi non siamo. è questione di un attimo, veramente di poco: la comunicazione verbale ci mette di fronte al giudizio degli altri. Ci rende a volte vulnerabili. Quando non siamo in grado di esprimerci a dovere ci rende impotenti e ci fa sentire non compresi. Quando ci esprimiamo bene siamo amabili oppure diventiamo potenti e dittatori. Scegliamo il modo in cui comunicare come scegliamo un abito in un grandissimo armadio. Abbiamo parole per ogni occasione, frasi per ogni circostanza. E poi abbiamo i silenzi, che sono assenza di parole. E quando siamo in silenzio gli altri ricordano le nostre parole, quelle che avevamo pronunciato prima del silenzio e quindi in virtù dell'assenza acquistano ancora significato, magari nuovo, per chi le sta ricordando.
Ma se la comunicazione verbale è l'abito che scegliamo per esprimerci e le parole sono i diversi indumenti e accessori che abbiniamo per adeguare l'atto comunicativo alle nostre intenzioni, non dobbiamo tralasciare nemmeno i colori: cioè gli attributi della voce.
La scienza ci dice che la voce ha le seguenti proprietà qualitative: intensità, durata, altezza e timbro. Essa possiende anche una caratteristica quantitativa, cioè il modo in cui la accentiamo. Questo implica che non solo possiamo scegliere quali parole dire, ma anche come dirle! Il modo in cui moduliamo la voce dona al linguaggio delle sfumature importantissime, in quanto la sfumatura non è un semplice abbellimento ma aggiunge un vero e proprio significato ulteriore ai contenuti che stiamo veicolando.
Sentite cose dice Cicerone:
“C'è un aspetto del comunicare che è, per così dire, l'eloquenza del corpo, e si serve della voce e dei gesti. I mutamenti della voce sono tanti quanto i mutamenti dell'animo, i quali a loro volta sono molto sensibili alla voce. Così, un abile oratore adotterà un determinato tono di voce a seconda dell'impressione che vorrà dare e dell'impressione che vorrà suscitare nel suo uditorio. Quanto sia importante questo aspetto della comunicazione, non sarà mai detto abbastanza: persone pressocché incapaci di esprimersi correttamente spesso hanno raggiunto ottimi risultati nel campo dell'eloquenza grazie alla loro abilità nel modo di porsi, laddove altri, straordinariamente eloquenti, sono stati ritenuti pessimi parlatori proprio per l'incapacità di gestire l'espressione.”
Tutte queste riflessioni ci conducono ad una nuova regola per una comunicazione efficace: ascoltate il vostro pensiero, ma prima di tutto la vostra voce. Siate consapevoli che è essa è un'estensione della vostra mente, della vostra anima e della vostra personalità. Il modo in cui la usate può condizionare fortemente i rapporti con gli altri, aggiunge significato alle vostre parole, è il sale che dà il sapore a tutte le conversazioni ed è ciò che potrà farci raggiungere il nostro obiettivo comunicativo oppure farcene allontanare. Del resto, ci sarà un motivo se Shakespeare diceva: “presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce.”
Detto ciò, possiamo enunciare la regola #3 per una buona comunicazione: Non dimenticate di usare al meglio la vostra voce. Il modo in cui la modulate determinerà il successo della vostra comunicazione verbale.
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