Vorrei ma Non Posso

Mada Alfinito 21/12/2020 0

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

Quando le persone si ritrovano a parlare, non sempre lo fanno con piacere. A volte accade che qualcuno non voglia comunicare mentre l’altro, ben disposto a farlo, sollecita il primo perché ciò avvenga. In una comunicazione disfunzionale, il partner riluttante ad interagire si svincolerà dalla conversazione in diversi modi:

  • Ignorando l’altro con il silenzio;
  • Comunicando lo stretto necessario;
  • Rendendo confusa la conversazione per scoraggiarlo a proseguire.

Non sempre l’interlocutore è consapevole di attuare queste strategie ma nel suo intimo sa benissimo che non desidera parlare.

Di contro, ci sono volte in cui il partner afferma che vorrebbe comunicare ma non può a causa di qualcosa che glielo impedisce. È in questa situazione che Watzlawick (1967) parla del sintomo come comunicazione: "Non sono io che non voglio (o voglio) far questo, è qualcosa che non posso controllare, per es. i nervi, la malattia, l’ansia, un difetto della vista, l’alcol, l’educazione che ho ricevuto, i comunisti, o mia moglie."

L’autore ritiene che i sintomi psiconevrotici, psicosomatici o psicotici che insorgono al momento di interagire siano in realtà un segnale che una persona non vuole parlare. Per mezzo di questi e tanti altri sintomi, il soggetto può tranquillizzare la sua coscienza di non essersi sottratto al confronto per sua volontà e appare giustificato agli occhi degli altri per essersi tirato indietro.

Quando vorresti parlare con qualcuno ma qualcosa più forte di te, psicologicamente e fisicamente, te lo impedisce, non tormentarti ma cerca di capire le motivazioni che ti bloccano. Comprendere i tuoi timori ti aiuterà a vedere la situazione in modo più chiaro. Ricorda: più resti nella tua testa, più ti sarà difficile esporti; impara a mediare tra la tua realtà e le tue aspettative.

Di questo argomento ne parlo in maniera approfondita su YouTube.

Guarda il video:

Vorrei ma non posso

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Mada Alfinito 12/11/2020

Comunicare è un Impegno

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

Portare l’attenzione verso qualcuno, affrontare il suo sguardo, parlargli, fare dei gesti: ciascuno di questi è una forma di comunicazione e serve a costruire un dialogo.

Comunicare comporta la nostra presenza. È dire all’altro: "io ci sono", coinvolgersi, coinvolgere, dedicare tempo, energie. Poco importa quale sarà l’esito del confronto: nel momento in cui se ne discute, entrambe le parti stanno esternando la volontà di esserci.

Comunicare non è semplicemente trasmettere un’informazione, è un vero e proprio impegno che costruisce e definisce la relazione: più questo impegno sarà intenso e profondo, più anche essa sarà tale.

Specularmente, se una persona decide consapevolmente di non comunicare sta chiaramente dicendo che non ha nessuna voglia o interesse di impegnarsi con noi e creare una relazione, di qualsiasi tipo essa sia. Se non c’è comunicazione, non c’è relazione. Lasciate andare le persone che non vogliono comunicare, e quindi creare un rapporto, con voi.

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Mada Alfinito 20/09/2017

Quando le parole ci muoiono dentro

 

"Il pensiero precede l'azione, l'azione non sempre precede il pensiero"

(Douglas Horton)

 

Quante volte ci è capitato di provare emozioni intense e non riuscire a manifestarle all'esterno? Quante volte avremmo voluto esprimere pienamente la nostra rabbia e il nostro risentimento verso qualcuno o qualcosa? Quanti estenuanti silenzi hanno riempito i momenti di incontro con chi desideravamo invece avere vicino? Tante e tante volte, nelle infinite discussioni, al momento di espriemere le nostre ragioni, abbiamo blaterato, magari urlando e con fare violento, parole che non corrispondevano effettivamente a ciò che realmente stavamo pensando. E questo insano sfogo, anziché farci sentire meglio, ha peggiorato i nostri rapporti interpersonali e ha generato in noi un grande senso di frustrazione sfociato inevitabimente in depressione.

Ho sentito dire molto spesso che quando si è arrabbiati o molto addolorati si dicono cose che non si pensano. Io non credo che sia così. Non è il sentimento della rabbia o del dolore in sé che fa uscire dalla nostra bocca parole alle quali nemmeno noi stessi crediamo. Alla base di questo fenomeno ci sono due atteggiamenti mentali errati:

1) Non ci è effettivamente chiaro il sentimento che stiamo provando. Ci sentiamo arrabbiati, confusi, agitati ma non riusciamo a percepire questi stati d'animo isolatamente. Avvertiamo un grande malessere e questa sensazione così penosa ci appanna maggiormente la mente. Dentro di noi si forma un calderone di pensieri: al torto che presumiamo aver subito si aggiungono le nostre insicurezze, paranoie, paure. Questi sentimenti si mescolano tutti insieme e ogni pensiero non fa che aumentare la loro intensità;

2) Siamo altamente consapevoli (anche se non del tutto) di ciò che ci turba ma decidiamo volontariamente di rimanere criptici. Il presumere di aver subito un torto ci fa credere che da quel momento in poi, qualunque cosa diremo, sarà interpretata da chi ci sta di fronte come un chiarissimo segnale del nostro disagio. Saremo vittime alla ricerca di un riscatto. Ci sentiremo in diritto di dire qualsiasi cosa alla persona che ci ha ferito: dagli insulti a frasi incomprensibili e senza senso. Tutto questo sarà per noi un ottimo modo per girare intorno al motivo del nostro turbamento senza affrontarlo mai per davvero né con noi stessi né con chi stiamo interagendo.

Questi due atteggiamenti mentali, oltre a provocare il grande senso di frustrazione di cui ho accennato prima, conducono ad altre coseguenze altrettanto gravi: la colpa del nostro dolore ricade inevitabilmente sull'altro. La persona che presumiamo ci abbia ferito o che viene scelta da noi come oggetto su cui sfogarci per sentirci meglio non viene solo investita della responsabilità di aver causato un danno o di redimerci ma sarà inevitabilmente accusata di non essere in grado di capirci.

Il nostro dolore è così forte che pensiamo sia ovvio dall'esterno capire cosa ci turba. Ma non è così: la nostra incapacità di comunicare gli stati d'animo provoca negli altri confusione ancora maggiore. Chi vorrebbe consolarci non riesce a farlo perchè non capisce quale sia il punto centrale del dramma, chi è dispiaciuto di aver sbagliato non riesce a chiedere scusa perché viene attaccato con violenza (dalle parole, dai gesti e dai silenzi), chi invece non sa nemmeno di aver sbagliato, a causa di questo pessimo tentativo di comunicare, non riesce a capire se ha fatto un errore e quale esso sia. Il colpo finale sarà la rottura del rapporto. Una rottura che si verificherà o quasi subito o con il tempo, quando tutta la dose di rancore accumulato renderà impossibile ogni riconciliazione.

Triste, vero? Ma questa è la vita di tutti i giorni. A quanti di noi sarà capitato! Ammetto che a me è accaduto diverse volte. La buona notizia è che non tutto è perduto: la filosofia e la piscologia sono state le mie più grandi alleate nel farmi notare cosa danneggiava alcuni dei miei rapporti interpersonali. Ho compreso che gli altri non possono capirci se non esprimiamo in maniera chiara e lineare quello che sentiamo. Il linguaggio è lo specchio dei nostri pensieri. Se non abbiamo ben chiaro dentro di noi cosa stiamo provando non saremo mai capaci di far capire all'altro mediante le nostre labbra cosa davvero ci ferisce e ci fa star male. Scaricare la colpa sull'altro che “non mi capisce!” è un meccanisco inconscio che scatta dentro di noi nel momento in cui ci rendiamo conto di essere incapaci di esprimere ciò che è tanto forte dentro di noi. Ci sentiamo impotenti e questo ci spaventa. Cicerone diceva che non si può parlare di quello che non si conosce. è vero. Se non siamo consapevoli di quello che abbiamo in mente non potremo tradurlo in linguaggio. La confusione che gli altri vedranno in noi sarà il risultato non della loro incapacità di capirci ma l'espressione della grande confusione che noi abbiamo dentro. Douglas Horton disse che: “Il pensiero precede l'azione”. Lo stesso accade per il linguaggio. La comunicazione è una vera e propria azione che per andare a buon fine deve essere preceduta da un pensiero. Un'espressione, verbale e non verbale, chiara e concisa ha necessariamente bisogno di essere preceduta da un pensiero altrettanto lineare.

All'inizio percepiremo come faticoso esprimerci correttamente. Proveremo un grande imbarazzo nel farlo perchè ci sentiremo (finalmente) messi a nudo. Allo stesso tempo, però, scopriremo che il linguaggio è uno strumento prezioso capace di migliorare le nostre relazioni con gli altri e che non serve a nulla riempirli di estenuanti e freddi silenzi o di rancori e recriminazioni. Ci accorgeremo anche che non c'è nulla di più bello della mutua comprensione e della fiducia reciproca. Ricordate sempre che anche una discussione può rendere più profondo il legame tra due o più persone ma l'artefice di questa unione sarà il linguaggio che avremo usato per spiegarci. E se dovesse capitarci di rompere un rapporto con una persona con cui proprio non riusciamo ad andare d'accordo, qual è il problema? Non si può piacere a tutti e stare bene con tutti. L'importante è che prima di prendere ognuno la propria strada, mediante una comunicazione efficace, siano chiare le rispettive motivazioni per cui non si riesce più a proseguire insieme il cammino.

In sintesi, ecco la regola #2 per una buona comunicazione: Il linguaggio è lo specchio dei nostri pensieri. Un pensiero lineare è causa necessaria per una buona comunicazione. Nei rapporti interpersonali abbiate cura di esprimere con chiarezza i vostri sentimenti ed emozioni. Ponetevi faccia a faccia con voi stessi per focalizzare quale sia il vostro disagio: le parole giuste seguiranno da sole!

 

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Mada Alfinito 05/01/2021

Come Farti Rispettare

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

Nel post di oggi lascio la parola a Dale Carnegie[1]:

"Ogni essere umano desidera essere trattato con equità. Quando non siamo trattati nel modo giusto, dovremmo lottare per essere trattati correttamente. Non dovremmo far finta di niente o fare buon viso a cattivo gioco, come accade nella maggior parte dei casi. Per essere trattati equamente, dobbiamo esprimere chiaramente, con tatto ed efficacia,desideri, bisogni, opinioni, lamentele e altre pulsioni. Dobbiamo esprimere i nostri bisogni ma abbiamo la responsabilità di farlo in modo appropriato.

Per poterlo fare è necessario ricorrere allassertività, ovvero la capacità di parlare e agire in modo talmente naturale da suscitare attenzione e positività nell’interlocutore. L’assertività si trova a metà strada tra gli estremi di una sconsiderata aggressività e di una passività disfattista. I soggetti aggressivi sono egocentrici, avventati, ostili, arrogantemente pretenziosi e respingenti. I soggetti passivi sono deboli, sottomessi e irrispettosi delle proprie basilari esigenze. Anch’essi finiscono per allontanare tutti... tranne i soggetti aggressivi! La reazione eccessivamente passiva è quella eccessivamente aggressiva sono essenzialmente comportamenti infantili.

L’assertività rappresenta un antidoto alla paura, alla passività e alla rabbia, tutte emozioni di tipo infantile. Assertività significa sapersi esprimere, fare richieste ragionevoli, sostenere che i vostri diritti devono essere rispettati in quando siete un essere umano importante come tutti gli altri. L’assertività è la capacità di contestare l’autorità in una prospettiva positiva. È il potere di chiedere perché non soltanto per ribellarsi, ma per assumersi le responsabilità di operare in modo migliore."

E tu, sai essere assertivo? Se questo post ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividilo sui tuoi social preferiti. Per una consulenza su come costruire una comunicazione efficace e raggiungere i tuoi obiettivi, contattami.

Note:

[1] Tratto da: Dale Carnegie, Le Cinque Qualità Essenziali, pp. 9-13, Giunti Bompiani (2019).

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