Ti Rivelo la Strategia Giusta per Farti Capire dagli Altri

Segui Questi Quattro Semplici Passaggi

Mada Alfinito 23/06/2020 0

 

 

"Tu sai quanto sia difficile per me

disfarmi del disagio che si impossessa della mia lingua

in situazioni come questa."[1]

 

Hai mai provato la sensazione di non sentirti capito dalle persone che fanno parte della tua vita? Ti è mai successo di provare ad esprimere un’esigenza personale o una richiesta e non sentirti presa in considerazione? Se sì, all’inizio avrai probabilmente pensato che fossero gli altri a non essere in grado di rispondere in maniera appopriata ai tuoi bisogni e alle tue necessità. Con il tempo, però, la situazione non è migliorata e sei arrivato/a al punto di chiederti: e se il problema fossi io? Se hai vissuto tale esperienza, questo è l’articolo che fa per te.

Iniziamo dalla domanda fondamentale:

Sono io il problema?

Difficile stabilirlo: non conoscendoti personalmente, non posso dirti se ci sia qualcosa nelle tue credenze personali o nel tuo comportamento che crei un cortocircuito nei tuoi rapporti interpersonali. La buona notizia però è che, a prescindere da quali siano le tue difficoltà emotive e relazionali, puoi iniziare sin da ora a far sì che gli altri ti comprendano. Come?

Usando la strategia comunicativa giusta.

Per costruire una comunicazione efficace ti basterà seguire attentamente i quattro semplici passaggi che adesso ti spiego:

1) Tieni conto del tuo interlocutore. Spesso diamo per scontato che chi conduce la conversazione sia il protagonista. Avete presente l’espressione verbale della lingua italiana essere l’anima della festa? Questa locuzione ben riassume la tendenza a credere che la persona che muove e arricchisce la conversazione sia la più importante, mentre coloro che gli sono intorno abbiano un ruolo marginale. È certamente vero che quando un soggetto avvia un'interazione per perseguire un obiettivo fornisce implicitamente all’altro delle linee guida per sviluppare un particolare argomento ed evitare che si vada off-topic, ma la presenza dell’altro non è assolutamente subordinata al primo: tutte le persone coinvolte in una discussione sono protagoniste perché danno il loro contributo all’interazione (e quindi, alla relazione). Non importa chi parli di più, chi dica la frase più significativa o riesca a condizionare emotivamente gli altri più di tutti, la comunicazione è un processo dinamico dove mittente e ricevente si influenzano scambiandosi parole, gesti e sensazioni che agiscono sull’altro reciprocamente. Scrisse Hora (1959): “Per capire se stesso l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro. Per essere capito dall’altro, ha bisogno di capire l’altro."[2] Questo primo fondamentale passaggio, ci introduce all’importanza del secondo;

2) La reazione dell’interlocutore influenza l’esito della conversazione.La maggior parte degli studi esistenti sembra che si limiti a considerare gli effetti della persona A sulla persona B, senza prendere in considerazione in eguale misura che qualunque cosa faccia B influenza la mossa successiva di A.[3] Il modo in cui abbiamo imparato sin dall’infanzia ad esprimere i nostri pensieri somiglia ad uno di quei vecchi film di guerra in cui un soldato è in procinto di lanciare una bomba a mano: l’uomo prende la giusta distanza dal bersaglio, stabilisce istintivamente quanta forza il braccio debba impiegare affinché l’ordigno arrivi dove vuole, toglie la sicura, lancia la bomba e poi scappa per non rimanere anche lui vittima dell’esplosione. Questa metafora ironica è per indicare che, fin dalla tenera età, siamo stati abituati a pensare che la comunicazione sia un processo lineare, ovvero: quando il mittente invia un messaggio, il ricevente è l’unico ad esserne definitivamente influenzato. Ma nella comunicazione non è affatto così: il destinatario, pur sentendosi in qualche modo coinvolto da ciò che gli ha trasmesso il primo, avrà una reazione che lo influenzerà a sua volta e che definirà man mano l’esito della conversazione. Se vuoi farti ascoltare, devi dare all’altro la giusta importanza, riconoscere la sua presenza, fargli capire che sei consapevole che entrambi state donando il vostro tempo e le vostre energie. Se lui o lei percepirà di essere un mero strumento per il tuo ego, farà certamente due cose: andrà via troncando la discussione oppure resterà a guardarti muovere le labbra pensando a tutt’altro. Ciò condurrà al fallimento totale del dialogo e non avrai raggiunto l’obiettivo per il quale lo avevi iniziato. Ricorda che persino un buon oratore non può essere tale se non ha qualcuno che lo ascolti e gli invii un feedback. Se manca l’interlocutore, manca la conversazione e il contenuto diverrà un monologo. È questo ciò che vuoi? Se la risposta è no, leggi il punto successivo;

3) Adatta il tuo messaggio. In virtù di quanto detto sopra, un altro errore che comunemente commettiamo è credere che chi ci ascolta sia un contenitore in cui riversare le nostre parole e tutto ciò che esse implicano: un ego ingombrante, richieste, pretese, aspettative, emozioni (per lo più negative) con il conseguente risultato di rendere la conversazione non idonea allo stato psicologico dell’altro. Questa cosa, lungi dall’influenzare l’interlocutore ad ascoltarci e venire spontaneamente incontro alle nostre esigenze, lo condiziona generando l’effetto contrario: gli fa venir voglia di allontanarsi prima possibile per riprendere ossigeno. Ma, allora, cosa dovremmo fare? Essere sempre carini e cortesi (e, quindi, finti) con tutti senza mai esprimere disappunto e nascondere i nostri problemi sotto la sabbia? Niente di tutto questo. Nessuno può e deve toglierci il diritto di esprimere le nostre opinioni, emozioni e richieste anche qualora queste dovessero non essere gradite a terzi. Il problema è che spesso diventiamo impopolari non per cosa diciamo ma per come lo diciamo ed è questo che fa la differenza in molte occasioni. Ciascuna lingua esistente al mondo possiede una struttura tale per cui è possibile esprimere uno stesso concetto in modi diversi. Una volta che hai compreso chi eÌ€ il tuo interlocutore, il suo modo di ragionare e di agire, cosa gli piace e cosa invece proprio non sopporta, adatta il modo in cui ti esprimi alle sue esigenze. Usa un sistema di simboli che gradisca anche lui e che vi faccia sentire come se stesse condividendo qualcosa. L’interesse che l’altro percepirà da parte tua nei confronti del suo mondo lo renderà maggiormente disposto ad ascoltarti, mentre l’utilizzo di espressioni verbali e non a lui familiari lo aiuterà a comprendere ciò che stai dicendo. Tieni a mente che uno dei motivi per cui a volte riceviamo un rifiuto è proprio il fatto che non riusciamo ad esprimerci in un modo comprensibile per il destinatario in base ai propri fattori personali.  Usa, quindi, una struttura di interazione che soddisfi entrambi: sarà per te un modo carino di mostrare alla persona che hai davanti che ti sta a cuore e quest’ultima, notando la tua premura, ti restituirà un feedback che non farà fallire la vostra conversazione;

4) Scegli il contesto. Dove e quando sono fondamentali: una chiacchierata iniziata in un momento non opportuno o in un luogo in cui vi sentite a disagio ha esiti disastrosi. Se devi dire qualcosa di importante, scegli il momento in cui l’altro eÌ€ più disponibile ad ascoltarti. Avanzare richieste quando eÌ€ turbato ti farà andare incontro ad un rifiuto. Per intuire quali siano le situazioni giuste per farti avanti ponigli delle domande preliminari e in base alle risposte inizia il discorso oppure attendi. Secondo Watzlawick (1967), siamo sempre influenzati dal contesto in cui ha luogo l’interazione e a nostra volta le nostre interazioni influenzano il contesto. Infatti, così come la combinazione di fattori esterni (l’ambiente, la presenza o meno di altre persone, il momento in cui si svolge l’azione e i fatti accaduti che la precedono) e fattori interni (lo stato psicologico soggettivo) influenza il conseguimento degli obiettivi di un nucleo, anche i protagonisti dell’interazione, con le parole e il comportamento, possono dare vita a situazioni in cui altri individui vengono indirettamente coinvolti. Fa’ quindi molto attenzione al luogo e al momento in cui esprimerai le tue richieste ed opinioni: essere imprudente nella scelta del contesto potrebbe attirare elementi di disturbo (situazioni e persone inopportune) che potrebbero frapporsi tra te e l’interlocutore impedendoti di raggiungere il tuo obiettivo.

E tu, cosa ne pensi? Ti sei mai trovato in una di queste situazioni? Come ti sei sentita e come hai reagito? Raccontami la tua esperienza: puoi lasciare un commento oppure scrivermi in privato. Per una soluzione specifica ad un tuo caso personale, non esitare e richiedere la mia consulenza mandandomi una mail. Inoltre, se l’articolo ti è piaciuto e pensi che possa essere utile anche ad altri, metti un like e condividilo sui tuoi social preferiti. Con questo piccolo gesto mi aiuterai a far crescere i miei canali e far sì che sempre più persone conoscano questi importanti strumenti di problem solving. La cultura è più bella se condivisa, dai anche tu il tuo contributo.

 

Note:

[1] Depeche Mode, Shake the Disease , (1985);

[2] P. Watzlawick (1967), Pragmatics of human communication, W. W. Norton & Co., Inc., New york; trad. it. Pragmatica della comunicazione umana, p.29, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma (1971); citando T. Hora (1959), Tao, Zen, and Existential Psychotherapy;

[3] Ivi, p.28.

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Mada Alfinito 20/09/2017

Presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce

Ora parla il mio diletto e mi dice:
«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l'inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n'è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro»

(Cantico dei Cantici 2, 10-14)

“Il mio orecchio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, che già ne riconosce il suono.” Chi pronuncia queste parole è la protagonista della tragedia ‘Romeo e Giulietta’. Shakespeare, oltre ad essere stato un grande drammatugo, è stato un profondo pensatore. I versi delle sue opere conducono spesso a riflessioni importanti e saranno utili anche a noi in questa sede.

La voce è un grande strumento di cui la natura ci ha fornito. Avevamo già riflettuto precedentemente su quanto il linguaggio verbale ci distingua da tutte la altre forme di vita del pianeta, ma la sua importanza non si esaurisce nella riflessione precedente.

Il nostro cervello possiede un sistema che ha la funzione di riconoscere gli oggetti e i volti. Quando vediamo un oggetto già incontrato altre volte, in noi si attivano delle connessioni neurali che ci permettono di riconoscerlo. Lo stesso accade per i volti delle persone. Se alcuni volti ci sono familiari è perchè il nostro cervello è capace di farci percepire che un determinato volto 'x’ appartiene ad una persona che conosciamo. Se dentro di noi non esistessero questi meccanismi, non saremmo in grado di collocare le persone in categorie come 'madre’, 'padre’, 'fratello’, 'partner’, 'amico’ e così via. Il sistema di riconoscimento dei volti e degli oggetti ci permette di mantenere in noi il ricordo di ciò che è familiare e di riconscerlo ogni volta entriamo in contatto con esso.

Cosa pensereste si vi dicessi che il nostro cervello possiede un sistema molto simile (ma basato su meccanismi neurali diversi) anche per il riconoscimento della voce? Ebbene sì, è proprio così. Gli esseri umani si distinguono gli uni dagli altri per tanti aspetti. Tra questi abbiamo anche la voce e il nostro sistema nervoso, insieme all'apparato uditivo, lavora incessantemente per permetterci di riconoscerla.

Questo aspetto non va assolutamente sottovalutato. Giulietta ha conosciuto Romeo ad una festa, ha parlato con lui pochissimo eppure le bastano poche parole per riconoscere che quella voce appartiene a lui e a nessun altro. Ciò che Shakespeare descrive non è semplicemente la storia di un idillio amoroso. Shakespeare ci sta facendo notare quanto potere e importanza abbia la voce nei nostri rapporti interpersonali e nel nostro modo di comunicare.

Prima di uscire di casa e mostrarsi alla gente, la maggior parte delle persone ha cura di rendersi “presentabile”. Ci si preoccupa di mettere un certo abito, un certo profumo, di truccarsi in un determinato modo o di non truccarsi affatto per il solo scopo di manifestare all'esterno l'immagine di noi che vogliamo dare agli altri. Per la voce il discorso è molto simile: non possiamo modificarla così come non possiamo modificare il nostro volto o le nostre mani e tanti altri aspetti del nostro corpo, ma possiamo scegliere il modo di renderla “presentabile”.

E cosa ci rende presentabili? Cosa ci permette di esprimere agli altri la nostra personalità? Come potrebbe fare la voce ad esprimere agli altri un messaggio che corrisponda almeno in parte a ciò che abbiamo dentro di noi? Mediante la comunicazione. La comunicazione è l'abito che ci permette di mettere in risalto le parti migliori di noi oppure occultare ciò che non ci piace e che non vogliamo che gli altri vedano.

In un mondo che ci sommerge continuamente di parole vuote, forse abbiamo smesso di ascoltare la nostra voce. Se ci fermassimo e provassimo invece ad ascoltarla, magari registrandola con un registratore di buona qualità che non la distorca, potremmo scoprire aspetti di noi a cui non abbiamo fatto mai caso, così come quando ci guardiamo allo specchio e all'improvvismo ci accorgiamo di possedere tratti del volto a cui non avevamo mai fatto caso prima.

La comunicazione verbale, se ben esplicitata, può diventare lo strumento di espressione principale della nostra personalità. Giulietta udendo la voce di Romeo gli attribuisce immediatamente un volto. Se avessimo gli occhi bendati e qualcuno che conosciamo bene iniziasse a parlare lo riconosceremmo all'istante proprio grazie a quel sistema di riconoscimento della voce situato nel nostro cervello. La nostra voce dice chi siamo, nel bene e nel male. E non lo dice solo a noi, ma lo lascia intuire anche a chi abbiamo accanto e si rapporta con noi tutti i giorni. La nostra voce dice chi vorremmo essere ogni qualvolta la utilizziamo per simulare aspetti di noi che non ci appartengono. La nostra voce dice anche chi non siamo. è questione di un attimo, veramente di poco: la comunicazione verbale ci mette di fronte al giudizio degli altri. Ci rende a volte vulnerabili. Quando non siamo in grado di esprimerci a dovere ci rende impotenti e ci fa sentire non compresi. Quando ci esprimiamo bene siamo amabili oppure diventiamo potenti e dittatori. Scegliamo il modo in cui comunicare come scegliamo un abito in un grandissimo armadio. Abbiamo parole per ogni occasione, frasi per ogni circostanza. E poi abbiamo i silenzi, che sono assenza di parole. E quando siamo in silenzio gli altri ricordano le nostre parole, quelle che avevamo pronunciato prima del silenzio e quindi in virtù dell'assenza acquistano ancora significato, magari nuovo, per chi le sta ricordando.

Ma se la comunicazione verbale è l'abito che scegliamo per esprimerci e le parole sono i diversi indumenti e accessori che abbiniamo per adeguare l'atto comunicativo alle nostre intenzioni, non dobbiamo tralasciare nemmeno i colori: cioè gli attributi della voce.

La scienza ci dice che la voce ha le seguenti proprietà qualitative: intensità, durata, altezza e timbro. Essa possiende anche una caratteristica quantitativa, cioè il modo in cui la accentiamo. Questo implica che non solo possiamo scegliere quali parole dire, ma anche come dirle! Il modo in cui moduliamo la voce dona al linguaggio delle sfumature importantissime, in quanto la sfumatura non è un semplice abbellimento ma aggiunge un vero e proprio significato ulteriore ai contenuti che stiamo veicolando.

Sentite cose dice Cicerone:

“C'è un aspetto del comunicare che è, per così dire, l'eloquenza del corpo, e si serve della voce e dei gesti. I mutamenti della voce sono tanti quanto i mutamenti dell'animo, i quali a loro volta sono molto sensibili alla voce. Così, un abile oratore adotterà un determinato tono di voce a seconda dell'impressione che vorrà dare e dell'impressione che vorrà suscitare nel suo uditorio. Quanto sia importante questo aspetto della comunicazione, non sarà mai detto abbastanza: persone pressocché incapaci di esprimersi correttamente spesso hanno raggiunto ottimi risultati nel campo dell'eloquenza grazie alla loro abilità nel modo di porsi, laddove altri, straordinariamente eloquenti, sono stati ritenuti pessimi parlatori proprio per l'incapacità di gestire l'espressione.”

Tutte queste riflessioni ci conducono ad una nuova regola per una comunicazione efficace: ascoltate il vostro pensiero, ma prima di tutto la vostra voce. Siate consapevoli che è essa è un'estensione della vostra mente, della vostra anima e della vostra personalità. Il modo in cui la usate può condizionare fortemente i rapporti con gli altri, aggiunge significato alle vostre parole, è il sale che dà il sapore a tutte le conversazioni ed è ciò che potrà farci raggiungere il nostro obiettivo comunicativo oppure farcene allontanare. Del resto, ci sarà un motivo se Shakespeare diceva: “presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce.”

Detto ciò, possiamo enunciare la regola #3 per una buona comunicazione: Non dimenticate di usare al meglio la vostra voce. Il modo in cui la modulate determinerà il successo della vostra comunicazione verbale.

 

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Mada Alfinito 04/10/2017

Si o No: le parole compromettono il destino della tua relazione

 

Dedico la quinta regola per creare una efficace comunicazione interpersonale a tutti gli innamorati messi in crisi da due piccole ma potenzilamente letali parole. Nell'articolo mi riferisco soprattutto alle donne poiché è un problema molto diffuso soprattutto tra loro, ma sono certa che, per certi aspetti, anche i maschietti potranno riconoscersi in questo disagio.

 

         "Quando dici 'sì' agli altri, assicurati di non stare dicendo 'no' a te stesso".

(Paolo Coelho)

 

"SI!" è un rituale che inizia sin dall'infanzia: dire "sì" ai genitori, agli insegnanti e agli amici è necessario. Se dicessimo qualche "no" di troppo, saremmo etichettati come ribelli ed esclusi da buona parte delle attività a cui vorremmo prendere parte. Da adulti, le cose non sono poi così diverse: quanti "sì" siamo costretti a rispondere alla società per non perdere le poche cose che abbiamo guadagnato tanto duramente?

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Tra tutti i "sì" della nostra vita, ce n'è uno che la maggior parte delle donne sogna ancora di dire nel ventunesimo secolo ed è il fatidico "SI!". Purtroppo, le persone che credono che parole come "per-sempre" e "e-vissero-tutti-felici-e-contenti" nascano sull'altare di una Chiesa o in un qualsiasi altro luogo dove si ufficializza un tale tipo di unione, si sbagliano. Ogni relazione è costellata da una sequenza senza fine di "SI" e sono proprio questi che decideranno le sorti della relazione. Tutto ha inizio con il primo sguardo tra un uomo e una donna. Lui la nota e lei risponde: "SI" usando lo sguardo in risposta. Poi arriva il momento di dire: "SI: ti darò il mio numero di telefono" e: "SI, sabato prossimo avremo un appuntamento!" A questo punto si avvicina il momento di dire "SI" e dare il primo bacio, il quale è spesso seguito dal "SI" del primo rapporto o approccio sessuale.

In aggiunta, in una relazione ci sono tantissimi altri importanti "sì" e una 'donna-che-ama-troppo' (cit. Norwood) è una donna che dice sempre "SI!" Lei risponde "SI!" anche se la telefonata del suo lui non arriva mai e quando lui la ritiene finalmente degna di una piccola attenzione, lei risponde "SI! Ti stavo aspettando!" Lei dira "SI!" anche quando lui la inviterà a cena... il problema è che lei gli aveva chiesto di passare un po' di tempo insieme due settimane prima, ma lui ha trovato il tempo soltanto ora (è sempre troppo impegnato per fare una telefonata o uscire). Nonostante il fatto che lei stia raccogliendo le briciole del SUO prezioso tempo, lei risponderà ancora "SI!" al suo bisogno di fare sesso al loro primo (o secondo) appuntamento anche se lei in realtà non si sente ancora pronta (non lo conosce ancora bene), ma decide lo stesso di farlo solo perché ha paura di perdere lui. Ma cosa dire a riguardo delle regole del gioco che LUI ha stabilito? è lui a decidere quando chiamare e quando no, quando uscire e quando no, quando fare sesso oppure no, quando litigare o fare pace, quando concederle una piccola gioia oppure una lunga lista di frustrazioni e lei è ancora lì, soffrendo ma fingendo un sorriso, rispondendo "SI!"

yes1 La parola 'sì', concessa costantemente, succhia via l'anima dalle persone. Nelle relazioni insane, dire "NO" è proibito. Lo sanno bene le donne (ma anche gli uomini) che dicono sempre "sì" ai loro partner senza mai avere la possibilità di considerare se farlo conduca ad un'azione positiva o dannosa per loro stesse. Dire "sì" è un modo facile per preservare la relazione ma ha un costo veramente alto: la perdita della dignità della donna e una vita di sofferenza. Quando un uomo forza subdolamente una donna a fare ogni cosa lui voglia, il "sì" pronunciato da lei perde il suo significato di 'amore'. Da quel momento in poi, quando lei dice "sì" non sta lasciando intendere più: "Io ti amo" ma: "Compromesso" e 'compromesso', in questi casi, non vuol dire altro che 'prigione' e 'perdita di identità' (della donna, ovviamente).

Tantissimi uomini dichiarano di sognare (segretamente) di avere una 'yes-woman' accanto nella loro vita ma ciò non è assolutamente vero perché, quando essi spingono la loro donna a cambiare, con il tempo iniziano ad annoiarsi di averla tra i piedi e la mollano per un'altra che in quel momento sembra loro più inafferabile e decisa (per poi provare a cambiare anche lei dopo averla conquistata). Gli uomini non rispetteranno mai una donna che permette di essere tratta come una schiava e fa del suo meglio per soddisfare i desideri più egoisti del suo uomo. Un uomo smette di dare rispetto alla sua donna se perde la sua dignità (anche se è stato proprio lui la causa che ha spinto lei a cambiare così duramente).

yes3 Tuttavia, ci sono casi in cui una 'yes-woman' riesce ad ottenere la sua ricompensa e va all'altare con l'uomo a cui ha giurato di servire fedelmente ed eternamente (e la sua vita sarà un vero Inferno sulla Terra). Mi domando: ha davvero senso giungere all'altare di una Chiesa sentendosi completamente svuotate? Vale davvero la pena buttare via la dignità di essere donna per il capriccio di un uomo? Vale davvero la pena farsi sfruttare da un partner senza mai ricevere ciò di cui una donna ha bisogno per sentirsi emotivamente e sessualmente soddisfatta?

Non posso nascondere che oggigiorno anche gli uomini stanno sperimentando un disagio molto simile: il numero di uomini sfruttati, manipolati e schiavizzati da donne egoiste ed egocentriche è tremendamente in aumento. è davvero una dura sfida stabilire chi abbia ragione e chi sia nel torto, se gli uomini o le donne, perché ciascuna storia è differente, ma il punto è che l'amore può esistere solo e soltanto dove il rispetto e la dignità dominano la relazione.

Risultati immagini per pinocchio e mangiafuocoL'ancestrale lotta tra il bene e il male oggi non è altro che la lotta tra il sì e il no perché ciò che sta distruggendo inesorabilmente le relazioni umane nell'attuale momento storico è il costante conflitto tra chi fa pressanti richieste e subdolamente forza e l'altro membro della relazione, il quale vive costantemente con l'ansia e la paura di sbagliare. Non esiste nessuna gioia nel donare se donare significa 'mi-sento-in-obbligo-perché-ho-paura-di-perdere-il-mio-partner'. L'amore è veramente libero e onesto solo se possiamo sentirci a nostro agio in tutte quelle situazioni in cui siamo chiamati a rispondere "sì" o "no" ai bisogni del nostro partner. Uno 'yes-man' o una 'yes-woman' non è un/una partner, è un burattino. E quando un essere umano diventa un burattino non passerà molto tempo prima che Mangiafoco getti Pinocchio tra le fiamme.

Possiamo eununciare a questo punto la regola #5 per una buona comunicazione interpersonale: 'sì' e 'no' sono solo all'apparenza delle semplici parole: quando vengono pronunciate andando contro ciò in cui credete e volete davvero, possono recare danni esponenziali alla vostra vita e alle vostre relazioni perché vi metteranno in situazioni non piacevoli e difficili da gestire. Meglio essere chiari: l'onestà vi ricompenserà con la serenità.

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Mada Alfinito 20/09/2017

Quando le parole ci muoiono dentro

 

"Il pensiero precede l'azione, l'azione non sempre precede il pensiero"

(Douglas Horton)

 

Quante volte ci è capitato di provare emozioni intense e non riuscire a manifestarle all'esterno? Quante volte avremmo voluto esprimere pienamente la nostra rabbia e il nostro risentimento verso qualcuno o qualcosa? Quanti estenuanti silenzi hanno riempito i momenti di incontro con chi desideravamo invece avere vicino? Tante e tante volte, nelle infinite discussioni, al momento di espriemere le nostre ragioni, abbiamo blaterato, magari urlando e con fare violento, parole che non corrispondevano effettivamente a ciò che realmente stavamo pensando. E questo insano sfogo, anziché farci sentire meglio, ha peggiorato i nostri rapporti interpersonali e ha generato in noi un grande senso di frustrazione sfociato inevitabimente in depressione.

Ho sentito dire molto spesso che quando si è arrabbiati o molto addolorati si dicono cose che non si pensano. Io non credo che sia così. Non è il sentimento della rabbia o del dolore in sé che fa uscire dalla nostra bocca parole alle quali nemmeno noi stessi crediamo. Alla base di questo fenomeno ci sono due atteggiamenti mentali errati:

1) Non ci è effettivamente chiaro il sentimento che stiamo provando. Ci sentiamo arrabbiati, confusi, agitati ma non riusciamo a percepire questi stati d'animo isolatamente. Avvertiamo un grande malessere e questa sensazione così penosa ci appanna maggiormente la mente. Dentro di noi si forma un calderone di pensieri: al torto che presumiamo aver subito si aggiungono le nostre insicurezze, paranoie, paure. Questi sentimenti si mescolano tutti insieme e ogni pensiero non fa che aumentare la loro intensità;

2) Siamo altamente consapevoli (anche se non del tutto) di ciò che ci turba ma decidiamo volontariamente di rimanere criptici. Il presumere di aver subito un torto ci fa credere che da quel momento in poi, qualunque cosa diremo, sarà interpretata da chi ci sta di fronte come un chiarissimo segnale del nostro disagio. Saremo vittime alla ricerca di un riscatto. Ci sentiremo in diritto di dire qualsiasi cosa alla persona che ci ha ferito: dagli insulti a frasi incomprensibili e senza senso. Tutto questo sarà per noi un ottimo modo per girare intorno al motivo del nostro turbamento senza affrontarlo mai per davvero né con noi stessi né con chi stiamo interagendo.

Questi due atteggiamenti mentali, oltre a provocare il grande senso di frustrazione di cui ho accennato prima, conducono ad altre coseguenze altrettanto gravi: la colpa del nostro dolore ricade inevitabilmente sull'altro. La persona che presumiamo ci abbia ferito o che viene scelta da noi come oggetto su cui sfogarci per sentirci meglio non viene solo investita della responsabilità di aver causato un danno o di redimerci ma sarà inevitabilmente accusata di non essere in grado di capirci.

Il nostro dolore è così forte che pensiamo sia ovvio dall'esterno capire cosa ci turba. Ma non è così: la nostra incapacità di comunicare gli stati d'animo provoca negli altri confusione ancora maggiore. Chi vorrebbe consolarci non riesce a farlo perchè non capisce quale sia il punto centrale del dramma, chi è dispiaciuto di aver sbagliato non riesce a chiedere scusa perché viene attaccato con violenza (dalle parole, dai gesti e dai silenzi), chi invece non sa nemmeno di aver sbagliato, a causa di questo pessimo tentativo di comunicare, non riesce a capire se ha fatto un errore e quale esso sia. Il colpo finale sarà la rottura del rapporto. Una rottura che si verificherà o quasi subito o con il tempo, quando tutta la dose di rancore accumulato renderà impossibile ogni riconciliazione.

Triste, vero? Ma questa è la vita di tutti i giorni. A quanti di noi sarà capitato! Ammetto che a me è accaduto diverse volte. La buona notizia è che non tutto è perduto: la filosofia e la piscologia sono state le mie più grandi alleate nel farmi notare cosa danneggiava alcuni dei miei rapporti interpersonali. Ho compreso che gli altri non possono capirci se non esprimiamo in maniera chiara e lineare quello che sentiamo. Il linguaggio è lo specchio dei nostri pensieri. Se non abbiamo ben chiaro dentro di noi cosa stiamo provando non saremo mai capaci di far capire all'altro mediante le nostre labbra cosa davvero ci ferisce e ci fa star male. Scaricare la colpa sull'altro che “non mi capisce!” è un meccanisco inconscio che scatta dentro di noi nel momento in cui ci rendiamo conto di essere incapaci di esprimere ciò che è tanto forte dentro di noi. Ci sentiamo impotenti e questo ci spaventa. Cicerone diceva che non si può parlare di quello che non si conosce. è vero. Se non siamo consapevoli di quello che abbiamo in mente non potremo tradurlo in linguaggio. La confusione che gli altri vedranno in noi sarà il risultato non della loro incapacità di capirci ma l'espressione della grande confusione che noi abbiamo dentro. Douglas Horton disse che: “Il pensiero precede l'azione”. Lo stesso accade per il linguaggio. La comunicazione è una vera e propria azione che per andare a buon fine deve essere preceduta da un pensiero. Un'espressione, verbale e non verbale, chiara e concisa ha necessariamente bisogno di essere preceduta da un pensiero altrettanto lineare.

All'inizio percepiremo come faticoso esprimerci correttamente. Proveremo un grande imbarazzo nel farlo perchè ci sentiremo (finalmente) messi a nudo. Allo stesso tempo, però, scopriremo che il linguaggio è uno strumento prezioso capace di migliorare le nostre relazioni con gli altri e che non serve a nulla riempirli di estenuanti e freddi silenzi o di rancori e recriminazioni. Ci accorgeremo anche che non c'è nulla di più bello della mutua comprensione e della fiducia reciproca. Ricordate sempre che anche una discussione può rendere più profondo il legame tra due o più persone ma l'artefice di questa unione sarà il linguaggio che avremo usato per spiegarci. E se dovesse capitarci di rompere un rapporto con una persona con cui proprio non riusciamo ad andare d'accordo, qual è il problema? Non si può piacere a tutti e stare bene con tutti. L'importante è che prima di prendere ognuno la propria strada, mediante una comunicazione efficace, siano chiare le rispettive motivazioni per cui non si riesce più a proseguire insieme il cammino.

In sintesi, ecco la regola #2 per una buona comunicazione: Il linguaggio è lo specchio dei nostri pensieri. Un pensiero lineare è causa necessaria per una buona comunicazione. Nei rapporti interpersonali abbiate cura di esprimere con chiarezza i vostri sentimenti ed emozioni. Ponetevi faccia a faccia con voi stessi per focalizzare quale sia il vostro disagio: le parole giuste seguiranno da sole!

 

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