Raggiungere Obiettivi

Mada Alfinito 13/10/2020 0

Questo che state per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

 

Uno dei motivi per cui solitamente scegliamo di dedicarci al raggiungimento di un obiettivo è il fatto che ci sentiamo in sintonia con ciò che desideriamo e crediamo di avere le potenzialità giuste per poter ottenere ciò che vogliamo.

Lavorare ad un obiettivo, però, ci pone spesso davanti alla drammatica esperienza di renderci conto che quel risultato potrebbe non essere alla nostra portata. La nostra capacità, infatti, sembra non bastare per ottenere la vittoria sperata.

Per raggiungere un risultato non basta volerlo solo con le parole. Occorre sempre e soprattutto:

  • Talento. La capacità innata di essere portati per una determinata attività;
  • Prontezza nell’azione. Essere solerti nello sviluppare il proprio talento e cogliere al volo nuove opportunità uscendo dalla zona di comfort;
  • Capacità di gestire le frustrazioni. Essere in grado di affrontare i naturali momenti di scoraggiamento che fanno parte del percorso verso la riuscita;
  • Pazienza. Tollerare le proprie lacune e gli imprevisti;
  • Impegno. Dare il massimo nello svolgimento dell’attività;
  • Dedizione. Lavorare ogni giorno per l’obiettivo anteponendolo alle distrazioni e alla tentazione di fermarsi;
  • Apprendimento. Continuare a studiare e ad imparare per essere sempre più competenti, competitivi, efficienti ed aggiornati nel proprio settore.

Per ottenere ciò che vuoi, avere il potenziale giusto non basta; devi costruirlo giorno dopo giorno. E se con il tempo ti rendi conto che quella strada non fa per te, non incaponirti a proseguire nella direzione sbagliata ma dedicati a qualcosa che sia adatto alle tue capacità. Solo allora i tuoi sforzi e l’impegno saranno premiati.

Potrebbero interessarti anche...

Mada Alfinito 31/03/2018

La Prova della Solitudine e l'Attesa del Cinghiale Bianco

 

Dedico questo articolo al mio amico A.A. di soli 31 anni, scomparso nel mese di marzo del corrente anno dopo anni di tribolazione interiore.

Rest In Peace.

 

"Cari fratelli dell'altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra,

amammo in cento l'identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra.

 Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli."

(Fabrizio De Andrè)[1]

 

L'Eracleia è un antico poema greco scritto da Pisandro di Rodi intorno al 600 a.C. ed è in questo testo che sono probabilmente collocate quelle che sono comunemente chiamate le 12 fatiche di Ercole. Ho detto probabilmente collocate perché questa non è ancora un'ipotesi certa in quanto il testo di Pisandro andò perduto e delle fatiche si trovano soltanto tracce sparse nei testi di diversi autori antichi.

Eracle proveniva dalla stirpe di Perseo ed essendo il primo discendente di essa era stato destinato da Zeus a diventare re. La moglie di Zeus, Era, voleva però che non fosse Eracle a diventare re bensì Euristeo, anch'egli nato dalla stirpe di Perseo. La dea fece in modo che Euristeo nascesse con due mesi di anticipo e che la nascita di Eracle ritardasse di tre, in modo tale che il trono andasse invece ad Euristeo. Molti anni dopo, Euristeo era re di Tirinto e Micene mentre Eracle si era sposato ed aveva avuto una prole. Era decise nuovamente di far danno ad Eracle e gli procurò un attacco d'ira tale che egli uccise moglie e figli. Quando riprese di nuovo le sue facoltà mentali, l'uomo si rese conto di ciò che aveva fatto e per il dolore e la vergogna andò a vivere in solitudine lontano dal mondo. Suo cugino Teseo lo convinse, allora, ad andare dall'Oracolo di Delfi, il quale disse ad Eracle che per espiare la sua colpa avrebbe dovuto compiere delle imprese che gli sarebbero state commissionate proprio da Euristeo che gli aveva rubato il diritto al trono. Una volta portate a compimento le imprese, Eracle avrebbe potuto ricevere il dono dell'immortalità. 

Le fatiche di Eracle non sono soltanto la narrazione di un mito: con il tempo, esse hanno assunto un significato allegorico e sono state utilizzate come un modello nel quale ogni individuo alle prese con un percorso di crescita personale può immedesimarsi e rispecchiarsi.

Le 12 prove furono queste (per approfondimenti vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Dodici_fatiche_di_Eracle):

  1. uccidere l'invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
  2. uccidere l'immortale Idra di Lerna;
  3. catturare la cerva di Cerinea;
  4. catturare il cinghiale di Erimanto;
  5. ripulire in un giorno le stalle di Augia;
  6. disperdere gli uccelli del lago Stinfalo;
  7. catturare il toro di Creta;
  8. rubare le cavalle di Diomede;
  9. impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni;
  10. rubare i buoi di Gerione;
  11. rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi senza sapere dove andare;
  12. portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.

Come è facile dedurre, nemmeno io sono sfuggita al fascino di questa allegoria che mi ha tenuto spesso compagnia nei mesi precedenti all'interno del contesto della mia crescita personale. Proprio perchè ho potuto apprezzare io stessa la validità di tale mito, vorrei invitarvi oggi a focalizzarvi sulla quarta impresa di Eracle: la cattura del cinghiale di Erimanto.

Questa prova è una di quelle più disarmanti per la profondità del suo significato, eppure ci viene narrata con incredibile brevità ed essenzialità: la storia si svolge infatti senza colpi di scena e senza particolari spiegazioni e partecipazione di ulteriori personaggi. Semplicemente, questo nero cinghiale viveva sul monte Erimanto e terrorizzava tutti gli abitanti della zona. Eracle, al contrario delle altre prove in cui l'eroe deve inventarsi artifizi e stratagemmi pur di catturare i nemici che ci vengono descritti come invincibili, riesce a prendere il cinghiale con estrema velocità: nulla ci viene raccontato della durata e delle modalità con cui si è svolta la caccia e nulla veniamo a sapere dei sentimenti che l'eroe prova nel trovarsi faccia a faccia con questo terribile animale che aveva gettato una intera regione nel terrore. Questi elementi invece, ci vengono forniti con dovizia di particolari nel racconto delle altre prove: siamo infatti a conoscenza delle caratteristiche del feroce e invulnerabile leone di Nemea, dell'abilità nella fuga della sacra cerva di Cerinea oppure della pericolosissima Idra di Lerna che tra tutti i mostri incontrati da Eracle era tra quelli più inquietanti, soprattutto se pensiamo alla simobologia allegorica che ad essa può essere attribuita (non è questa però la sede per approfondire tali argomenti).

Eracle, quindi, riuscì a prendere il cinghiale e si recò fieramente da Euristeo per mostragli il frutto della sua fatica, il riscatto per raggiungere la tanto sospirata libertà interiore, ma con sua profonda sorpresa accadde che lo stesso spavaldo Euristeo corse a nascondersi terrorizzato in una botte non appena vide il mostro che l'eroe teneva tra le mani. La prova si concluse quindi a favore di Eracle, il quale potè chiedere al re quale fosse l'impresa successiva da affrontare.

Il fatto che Euristeo sia corso a nascondersi in una botte alla vista dell'animale è davvero degno di nota, in quanto Ercole aveva già ucciso mostri con poteri terrificanti nelle prove precedenti e altri ancora ne avrebbe dovuti affrontare per ottenere la libertà, ma quel cinghiale, che non aveva alcun potere speciale se non un furioso animalesco isitinto omicida, è l'unica preda alla vista della quale Eursiteo scappa. Se il fatto che egli fugga dinnanzi a tale vista può essere spiegato come una reazione umana naturale e istintiva essenziale ai fini della conservazione della specie (l'animale infatti era ancora vivo quando era stato portato alla sua presenza e non morto come i mostri precedenti), è davvero singolare invece il momento che si trova a vivere Eracle durante questa scena, la quale ci racconta molto di più di quanto sembri ad una prima occhiata.

Innanzitutto, perchè Eursiteo scappa? Cosa aveva quel cinghiale di tanto più terribile dell'Idra o del leone di Nemea? La risposta l'abbiamo in parte già svelata: il fatto che il mostro fosse ancora vivo e quindi ancora potenzialemtne pericoloso giustifica in parte i timori di Euristeo. Ma c'è di più: l'Eracleia, infatti, non è solo la narrazione di un mito ma, al pari dell'Iliade e dell'Odissea, i significati celati dietro ogni singolo elemento del poema hanno lo scopo di condurre il nostro sguardo oltre i confini della nostra vita interiore che siamo soliti guardare. Nella mitologia greca, il cinghiale nero era visto da sempre come simbolo della morte e dell'oscurità in lotta con la luce a causa delle sue abitudini notturne e della colorazione scura del manto. Tra tutti i mostri affrontati quindi, sebbene le sembianze e la ferocia lo rendessero sicuramente meno inquietante rispetto ad essi, era per i greci invece proprio quello che rappresentava in assoluto il concetto di morte. E che cos'è infatti la cosa più terribile che ogni essere umano rifugge continuamente durante tutta la vita, fa impallidire i più temerari, indietreggiare gli spavaldi, ammutolisce i presuntuosi e davanti alla quale nessuno, nemmeno l'uomo più ricco e potente della terra, può reggere il confronto? Di certo solo e soltanto la morte.

In questa scena vediamo quindi Ercale tenere con le sue possenti mani il feroce e irrequieto cinghiale. Anche se dalle fonti non ci viene detto nulla a riguardo, è facile immaginare che egli avesse fatto una fatica immane per catturarlo. Sicuramente, in quegli istanti, egli aveva messo in gioco tutte le sue forze, aveva dovuto fare nuovamente appello a tutte le sue abilità in combattimento e aveva anche certamente dovuto far rivivere tutte le sue speranze di non soccombere prima di aver ottenuto l'immortalità e di non morire dannato interioromente a causa del suo senso di colpa. Ma alla fine l'eroe ci riesce e per la quarta volta consecutiva va da Euristeo a riportare la vittoria. Possiamo tranquillamente immaginare senza ingannarci quest'uomo trionfante e raggiante, stanco e con ancora tanta adrenalina in circolo a causa di forti emozioni come la paura della morte, il pericolo, il senso di urgenza di portare a termine la missione, la disperazione, la fede negli dei e la speranza che per lui possa ancora esserci un domani di pace.

Eracle arriva da Eursiteo: è orgoglioso di aver superato la sfida posta dal suo rivale ma d'un tratto l'Eracle all'apice della soddisfazione resta solo. Euristeo corre a nascondersi nella botte ed egli si ritrova da solo con un animale ancora legato e ansimante tra le mani. E qual è l'unica cosa al mondo che ci fa tremare il cuore e poi lo rende freddo come il ghiaccio, placa tutti i nostri sensi, ci allontana dalle persone amate, spinge a naconderci e a barricarci in un silenzio che è una voragine e ci fa sentire impotenti e senza più controllo sulla nostra vita se non la solitudine?

Il legame tra solitudine e morte è più stretto di quanto si pensi e il regno animale ce lo mostra continuamente: ad esempio, quando un gatto percepisce che la sua vita volge al termine, si allontana di proposito dal luogo in cui vive e va morire in solitudine. Ma la morte non è connessa alla solitudine solo quando un qualsiasi essere vivente si ritrova fisicamente solo nel momento del trapasso. Essa è una questione personale dinnanzi a cui ognuno si ritrova solo con se stesso anche in mezzo a tanta gente e molto spesso, poi, è proprio la solitudine che spinge gli individui a cercare la morte.

Il senso di solitudine che è dentro ciascuno di noi può diventare così forte da alienarci all'interno della nostra stessa realtà, ci fa sentire dei superstiti, abbandonati a noi stessi pur camminando in mezzo a tante persone e attanaglia così tanto l'anima che pur respirando e continuando a vivere ci fa sentire come se fossimo costantemente ad un passo dalla morte. La solitudine vive in ciascuno di noi. In alcuni cresce così tanto che divora ogni prospettiva di felicità e di vita causando depressione e ogni sorta di tormento interiore. Ma la solitudine è anche una scintilla, è quello sguardo gettato sul vuoto che sentiamo dentro ed è in quel vuoto, che nel silenzio e nelle circostanze della vita si fa sentire forte, che dorme una richiesta profonda da parte del nostro io di vivere e diventare persone autentiche. Solo se si ha il coraggio di guardare dentro quella caverna buia interiore è possibile risorgere a nuova vita e trovare quegli strumenti adatti a vivere nella pace, una pace e una gioia che solo la consapevolezza del proprio posto e della propria missione nel mondo sanno donare. Quando la vita si svuota di senso, eccoci allora alienati e distanti da coloro che camminano con noi, i quali ci sembrano sempre troppo indaffarati nelle mille attività della propria vita per pensare a noi. Questa visione distorta degli altri ci spinge erroneamente a credere che il nostro dolore sia unico e che nessuno al mondo possa comprendere come ci sentiamo. Ignoriamo invece che anche le persone accanto a noi coltivano un senso di solitudine profondo nonostante sembrino apparentemente felici e sempre in movimento.

Se aprissimo la nostra mente e i nostri occhi sulla possibilità di considerare che ognuno di noi è solo con se stesso, allora rinunceremmo alla vanità di sentirci unici nel nostro dolore e inizieremmo ad aprirci con gli altri e a guardare al senso di solitudine non come un nemico che spinge alla morte, ma come ad un'opportunità per risorgere alla vita, perchè essa emerge proprio ogni qualvolta dimentichiamo che la missione di vivere è data a ciascuno in modo esclusivo, personale ed irripetibile e nessuno potrà mai svolgere il compito al posto nostro.

Anche Eracle è rimasto solo per tutta la sua vita affrontando una difficoltà dopo l'altra a causa di una dea che non voleva lasciarlo in pace. Il suo tenere il feroce cinghile tra le mani in quella stanza dove non c'è più nessuno, nemmeno il mandante della sua missione, è l'emblema del fatto che ognuno di noi è solo con se stesso non solo dinnanzi alle prove della vita ma anche nel momento del trionfo perchè la vita e la morte sono una questione individuale e privata, una responsabilita che possiamo assumerci solo e soltanto noi e che nessuno potrà gestire per noi. Eracle tocca con le sue mani nude il simbolo della morte, ed è proprio perchè guarda in faccia la morte, domina l'oscurità e riesce ad emanciparsi da uno dei timori più grandi per ogni uomo, che l'uomo-eroe è nuovamente solo. Non ha nemmeno la soddisfazione di vedere il suo nemico impallidire in viso. Per lui c'è solo il silenzio e la consapevolezza che quella prova è un passo in più verso la libertà e infatti non esita a chiedere quale sia la successiva impresa. La quarta fatica è il superamento del senso di solitudine, la presa di coscienza che la vetta è tutta da scalare e non c'è tempo per i rimpianti, per le paure e per gli attaccamenti a ciò che è stato, non c'è tempo per implorare attenzione da chi non è in grado di darcela. La quarta fatica è la transizione verso i nuovi cambiamenti dell'eroe; dopo questa prova, infatti, egli incontrerà tanti nuovi personaggi ancora ma la fermezza e la solidità acquisita nel tempo della solitudine gli permetteranno di arrivare alla meta dell'immortalità con fierezza recuperando la stima di sé che le prove della vita gli avevano fatto perdere.

Se per i greci il cinghiale nero era simbolo di morte e tenebre interiori, per i celti il cinghiale bianco era considerato magico ed era il simbolo di un'era di prosperità e benessere. In tante altre popolazioni e anche nella tradizione cristiana il cinghiale simboleggia virtù, forza interiore e valore in combattimento. Lo sa bene il cantautore Franco Battiato che nel 1979 ci ha regalato la bellissima canzone 'L'era del cinghiale bianco'. Così, nell'attesa che per ognuno di voi lettori arrivi un'era del cinghiale bianco nel vostro cuore, vi lascio con questa meravigliosa e suggestiva canzone.

https://www.youtube.com/watch?v=q2QjxWtN3vg

 

Note:

[1] Il Testamento, Fabrizio De Andrè (1963)

https://www.youtube.com/watch?v=4wOSHpJrm_M

Leggi tutto

Mada Alfinito 23/10/2017

L'Onestà  è una Virtù che Sempre Ripaga?

 

Provate ad immaginare che nella città nella quale vivete sia prossimo ad avere luogo un evento che amate molto e a cui vi piacerebbe assistere. Potrebbe essere un concerto, una competizione sportiva, uno spettacolo teatrale o qualunque altra attività vi piaccia.

Immaginate anche che quel medesimo evento lo abbiate già visto uguale in tutto e per tutto di recente, poniamo per esempio un mese prima, ma venire a conoscenza del fatto che stia per essere ripetuto ad un passo da voi vi rende felici e stuzzichi in voi il desiderio di vederlo nuovamente.

Pensate ora che il biglietto ha un costo: non è altissimo ma nemmeno una cifra tanto irrisoria. Poniamo, per esempio, che il costo sia 50 euro e immaginate che l'unico vincolo che vi rende dubbiosi sull'acquisto sia il fatto che in fondo lo spettacolo, per quanto possa esservi piaciuto da morire, lo avete già visto proprio di recente e il pensiero di crearvi un piccolo disagio economico in mezzo a tutte le spese che già dovete affrontare di routine non vi entusiasma particolarmente. Forse non ne vale la pena sacrificare qualcosa che per voi è importante a favore di questa nuova iniziativa. In fondo è solo uno spettacolo.

Però... malgrado siate persi e presi dalle vostre occupazioni e situazioni giornaliere, il pensiero di avere quello spettacolo che tanto vi piace di nuovo così a portata di mano e così all'improvviso (un vero colpo di fortuna!) vi fa venire voglia di andare nel luogo dove si terrà. Non sapete bene con quale finalità esattamente, ma decidete di andare a dare un'occhiata pur non avendo intenzione di partecipare all'evento.

La maggior parte degli spettatori è arrivata con largo anticipo e voi vi trovate nella mischia di gente che ha già fatto i biglietti. C'è tanto caos: uomini e donne di diversa età e anche qualche ragazzino. All'improvviso il vostro sguardo cade casualmente sul pavimento e vi accorgete che tra i piedi in frenetico movimento di tutte quelle persone c'è un BIGLIETTO PER L'EVENTO! "WOW!" Pensate "che fortuna!" Siete pieni di gioia ma allo stesso tempo iniziate a sentire un piccolo scrupolo e provate a chiedere a quelli che sono intorno a voi se il biglietto appartiene a qualcuno di loro, in modo tale da restituirglielo. Purtroppo, o per fortuna, nessuno di quelli a cui lo domandate sembra sapere di chi sia il biglietto. Sospiro di sollievo.

Ora, immaginate che proprio nei pressi di dove siete voi ci sia una biglietteria e che sia possibile andare allo sportello a denunciare il ritrovamento del biglietto. Davanti a voi, quindi, si parano innanzi due alternative:

1) tenervi il biglietto ed entrare a vedere lo spettacolo togliendo al vero proprietario ogni possiblità di ritrovarlo mediante il reclamo alla biglietteria;

2) andare alla biglietteria e denunciare il ritrovamento del biglietto con la conseguenza di non avere più l'opportunità di vedere lo spettacolo gratuitamente.

La scelta è divenuta improvvisamente ardua: è vero che inizialmente non ci pensavate proprio ad andare a vedere lo spettacolo, eppure non sapete se sia l'atmosfera della situazione o l'entusiasmo delle persone che stanno per assistere all'evento ma adesso vi sentite contagiati dalla voglia di essere presenti perché è ritornato nella vostra mente il ricordo di quanto fosse stato bello vedere lo spettacolo solo un mese prima e ora avete voglia di perdervi nuovamente in quel momento emozionante.

Allo stesso tempo, però, la vostra mente con la sua parte logico razionale, frena la vostra parte emotiva e cinicamente vi suggerisce che forse rivedere quello spettacolo non è un bisogno così impellente: investire ulteriore denaro per un bisogno che era stato precedentemente soddisfatto vi sembra uno spreco, oltre che un azzardo. Forse è soltanto una sbandata dettata dalla vostra voglia di leggerezza. Lo spettacolo però sembra essere proprio quello giusto per voi, quello che vi piace tanto e allora scatta il dilemma: entrare gratuitamente con il biglietto che avete tovato a terra sottraendo al legittimo proprietario ogni possbilità di ritrovarlo (in fondo, a modo vostro avete fatto un tentativo di scoprire chi potesse averlo perso) oppure denunciare il ritrovamento del biglietto allo sportello (quindi pensare al bene dell'altro rinunciando a malincuore allo spettacolo)?

è strano, vero, che una cosa che all'inizio avevate considerato tanto superflua ora la desideriate al punto di non sapere cosa fare? La cosa più bella che potrebbe accadere se avessimo la possibilità di scegliere il risvolto di questa situazione in base ai nostri desideri più profondi sarebbe quella di andare allo sportello, denunciare il ritrovamento del biglietto e sentirsi dire dall'addetto a questa mansione di non preoccuparci di restituirlo perché "l'onestà nella vita ripaga sempre" e proprio in virtù dell'integrità dimostrata di non aver intascato il biglietto a discapito di un altro che ne era il legittimo possessore, lo staff dell'evento decide di non riprenderselo ma di regalarvelo per premiarvi di tanta buona volontà e fa un annuncio all'altroparlante per richiamare l'attenzione dei presenti e invitarli a controllare se hanno con loro il biglitetto in modo da venire a prenderne un altro in caso si accorgano che lo hanno smarrito. Ora, tutti sono contenti e voi avete il vostro bel biglietto in mano. Vi approssimate verso l'entrata insieme alla folla e vi godete non solo nuovamente lo spettacolo che tanto amate, ma vi sentite su di giri per la soddisfazione del vostro gesto e fieri che qualcuno finalmente vi abbia dimostrato che l'onestà in questo mondo ripaga sempre.

Happy Ending.

Ho pensato spesso a questa visualizzazione e mi sono domandata se essere sempre e totalmente onesti nei rapporti interpersonali possa davvero condurre ad un lieto fine come quello del giochino che vi ho proposto oppure sia tutto soltanto una grande utopia e c'è solo da scegliere tra una delle due opzioni iniziali, pagando in ciascun caso un prezzo abbastanza alto. Perché dire la verità quando ci rapportiamo agli altri, si sa, non è facile per nessuno, soprattutto quando si verificano circostanze particolari. Ho ripercorso con la mente alcune delle mie relazioni anche recenti e la risposta che mi sono data è stata che l'onestà mi ha ripagata pochissime volte e che le persone a cui avevo mostrato sincerità e disponibilità non hanno saputo rispondermi con altrettanta chiarezza. E allora ho pensato che questa estrema idea della virtù sempre ricompensata 'come-in-Cielo-così-in-Terra' fosse fallace, e sono certa che ognuno di noi si è sentito così ben più di una volta nella vita.

Sapete, spesso crediamo, a torto, che quando interpelliamo una persona per interagire con noi, quella potrà scegliere solo tra due tipologie di risposte: una candida verità o una colossale bugia (e pian piano poi dovremo darci da fare per smascherarla). Se 'virtus in medio stat' (la virtù sta nel mezzo) è molto spesso vero che anche la bugia e l'inganno trovino svariati modi di manifestarsi tra un opposto e l'altro.

Già Sant'Agostino di Ippona (354-430 d.C.) faceva distinzione tra diverse tipologie di bugie e fu uno dei primi a parlare di bugia bianca, ovvero quel tipo di bugia che viene raccontata ad un'altra persona non per nuocerle ma per evitarle un grande dispiacere in quanto, in quella circostanza particolare, la verità sarebbe più letale di una menzogna. Sant'Agostino diede così tanta importanza a questa forma di dissimulazione della realtà che ne scrisse un piccolo trattato, il 'De Bugia'. Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, la Chiesa Cattolica si interroga se la bugia bianca sia un peccato veniale di poca importanza oppure offenda ugualmente il Dio-Verità-Assoluta come tutte la altre tipologie di menzogna.

Molti anni fa dovevo dare all'università un esame di diritto comparato dell'informazione e della comunicazione. Mi ritrovai quindi a studiare un bel po' di leggi che tutelavano i soggetti invischiati in qualche tipo di coinvolgimento mediatico. Tra questi argomenti interessantissimi, vi era una sezione specificamente dedicata al giornalismo e compresi che ciò che faceva costantemente girare la testa a tutti gli esperti del settore era quella che viene chiamata la mezza verità. Per mezza verità si intende il raccontare a qualcuno come stanno realmente le cose... ma fino a un certo punto! Riferire quindi solo un pezzo dei fatti realmente accaduti e poi omettere il seguito per qualsiasi motivo. La mezza verità in Italia in ambito giornalistico e mediatico è attualmente perseguibile penalmente e questo fa riflettere sul fatto che anche l'omissione, cioè la non dichiarazione di un fatto, sia considerata una menzogna dalla nostra cultura.

L'omissione è la menzogna ideale per quelli che non amano complicarsi la vita con le parole. Il loro quieto vivere viene sempre prima del rispetto per le altre persone. Questa tipologia di uomini e donne, di fronte ad una domanda che esige una importante risposta, si tirano ermeticamente indietro lavandosi le mani in una vaschetta di acqua pulita come Ponzio Pilato e proclamano l'Ecce Homo di colui o colei al quale hanno voltato la faccia (facendo finta di non vederli).

Ora come ora, credo che per quanto ognuno di noi possa sforzarsi, sia davvero difficile essere onesti sempre e comunque con le persone che ci circondano. La maggior parte di noi si indigna per non aver ricevuto una risposta sincera dalla persona con cui ha interagito, però siamo proprio noi i primi che si fanno sfuggire di bocca una mezza verità o una bugia bianca e chissà quante volte poi siamo scappati da una situazione (omissione) solo per la paura di prenderci delle responsabilità. Kant sosteneva che "la morale è fatta per gli uomini e non gli uomini  per la morale", intendendo dire che per quanto ciascuno di noi abbia bisogno di un'etica interna per vivere in modo pacifico e rispettoso con se stesso e con gli altri, a causa della nostra natura fallibile e imperfetta spesso abbiamo profonde difficoltà nel rispettarla. Chissà quante volte, infatti, dietro ad una omissione fatta o subita si celava semplicemente una grande paura di affrontare una certa situazione e non la volontà di ferire la persona che amavamo.

Di una cosa però sono convinta: che l'onestà ripaghi con la pace della propria anima. Essere onesti significa innazitutto esserlo con noi stessi evitando così di racconatarci una infinità di bugie. Quando non siamo chiari con noi stessi su cosa veramente pensiamo o vogliamo, generiamo automaticamente confusione anche nelle nostre relazioni interpersonali facendo andar via chi invece amiamo e infliggendo a noi stessi inquietudine e sensi di colpa. Essere chiari su cosa proviamo nei confronti di un'altra persona, che sia amore o che sia odio, che sia invidia o ammirazione, ci toglie molti scrupoli, ci preserva dai rimpianti e ci evita di compiere azioni che rimpiangeremo per il resto della nostra vita. L'onestà ripaga sempre perché non c'è niente che valga di più della pace interiore.

Per restare in tema, Policy of Truth by Depeche Mode

https://www.youtube.com/watch?v=M2VBmHOYpV8

Leggi tutto

Mada Alfinito 22/10/2017

Casa è Dove si Trova il Tuo Cuore

Manuale d'istruzione per trovare casa:

1- Voltati indietro e fatti prendere dalla nostalgia;

2- Guarda al futuro e aspetta che l'ansia per la tua sussistenza ti assalga;

3- Ora, ritorna mentalmente al presente e lascia che il disagio che senti dia pessimi giudizi su quello che sei;

4- In preda all'inquietudine, prendi un atlante di geografia e non spazientirti se d'improvviso scopri quanto tu sia ignorante in materia;

5- Inizia a cercare lavoro in qualsiasi posto del mondo e sacrifica il tuo talento in nome del denaro e della produttività. I massimi esperti consigliano la modalità random, ossia casuale;

6- Quando avrai ricevuto finalmente la risposta che aspettavi, lascia tutto e VAI!

Fatto?

Complimenti! Ecco pronta la ricetta per il DISASTRO!

Nell'estate del 2016, presso il museo dell'architettura di Francoforte in Germania, all'ultimo piano c'era una piccola stanza con le pareti bianche dove erano stati esposti i plastici di una scuola. Sul muro accanto alla porta d'ingresso c'era invece un leggìo con un rotolo di carta bianca. In alto era scritto in tedesco:

"Heimat is für mich..."

che tradotto in italiano vuole dire:  "Per me, 'casa' è...".

In tedesco il termine 'Heimat' può indicare sia la patria d'origine che la casa d'origine, ma viene spesso inteso anche in senso figurato come il luogo in cui ci sente interiormente a casa.

Ho preso il pennarello e ho iniziato a pensare a cosa potesse essere per me 'casa'. Non ho avuto dubbi a riguardo e ho scritto: "Heimat is where my beloved is", che tradotto in italiano dall'inglese vuol dire: "Casa è dove si trova la persona che amo".

Poi mi sono messa a curiosare per vedere cosa avessero scritto gli altri. Sul foglio c'erano le firme di molti italiani e mi sorprese il fatto che anche molte persone provenienti da altri Paesi avevano dato risposte simili alla mia.

Ciò che mi aveva afflitto fino a quel momento per ben tre anni era il pensiero di cambiare casa. E per cambiare casa non intendevo semplicemente spostarmi da una strada ad un'altra della mia città, bensì uscire definitivamente dai confini della mia regione. Insomma, un vero e proprio espatrio supportato dai collaboratori con i quali lavoravo e da persone che mi conoscevano bene. Ma in base a quale criteri decidere il mio spostamento? La passione per una lingua? La nostalgia di persone care che vivevano oltreoceano? La necessità impellente di un lavoro che mi garantisse la possibilità di coltivare i miei talenti? L'orologio biologico che stava per battere le lancette sui 30 anni?

Non dimenticherò mai i mesi che andarono dal marzo del 2016 fino al mese di agosto dello stesso anno, quando approdai in Germania. Bella davvero la Germania e splendida la lingua tedesca e tutta l'arte che potevo ammirare e vivere. E molto cari erano anche gli amici che mi avevano ospitata in casa loro. Avrei potuto trovare casa nella splendida Monaco, in quanto stava per arrivarmi una proposta di lavoro proprio da quella città. Ma dopo Monaco, fu la volta di andare più su a Francoforte e in quel museo dichiarai finalmente a me stessa cosa volesse dire per me avere una casa vera. Dopo Francoforte salii ancora più su, a Berlino. Molte delle persone che mi conoscono avrebbero scommesso tutto l'oro del mondo sul fatto che avrei amato Berlino più di ogni altra città della Germania, ma la mia opinione finale lasciò sorpresi molti di loro. Innanziutto, ritenni che Monaco a mio avviso fosse la più bella (per motivi che non mi dilungo a spiegare, altrimenti corro il rischio di farvi addormentare davanti allo schermo), ma soprattutto a Berlino accadde ciò che per me era inaspettato. Berlino era bella e piena di musica ma nel modo in cui era strutturalmente organizzata, mi sembrava certe volte di rivedere Roma. Ma Roma non era. E per la prima volta in vita mia compresi quanto Roma fosse cento volte più bella. Sapete, una cosa che ci insegnano quando siamo piccoli è che l'Italia è bella, ma forse troppo stretta per le menti che si vogliono espandere. E io credo che in parte queste persone abbiano decisamente ragione. Ho sentito spesso gli stranieri dire che gli italiani siano infaffidabili e che i nostri governi siano i peggiori dell'Europa, ma che ciò per cui vale la pena restare è il cibo. Se le cose stanno davvero così e sei vegano, allora ti rendi conto di essere veramente nei guai perché non solo la tua mente non è libera di creare come vorresti, ma non riesci nemmeno a goderti la cucina locale che è piena di lieviti e latticini. Insomma, non si tratta più soltanto di cervelli in fuga, ma di veri e propri stomaci in fuga! Ma è solo quando sei lontano da un posto o da una persona che capisci quanto sia bella e importante. E anche l'Italia mi sembrò per la prima volta meravigliosa a confronto di tanti altri Paesi Europei, nonostante fossi stata precedentemente all'estero.

Se tornassi indietro nel tempo, ora sono certa di una cosa che farei: in quel museo cambierei la frase che ho scritto con quest'altra:

"Heimat is where your heart is"

"Casa è dove si trova il tuo cuore"

Sì perché, in un intero anno che ho girato un po' l'Italia e l'estero, ho scoperto che 'casa' non è soltanto un luogo fisico. è molto di più. Non basta avere le chiavi di un posto per dire che quella è la propria casa. Anche gli agenti di polizia penitenziaria hanno le chiavi del carcere in cui lavorano ma nessuno di loro direbbe mai che quella è casa propria. Nella vita ci sono delle priorità materiali ed economiche e questo a volte implica dover spostarsi in luoghi indesiderati. Ma trasferirsi in un determinato posto non vuol dire aver trovato davvero casa. 'Casa' oggi per me è quel posto dove ogni volta che ci torni ti senti a tuo agio, dove cammini per le strade e te ne senti parte. 'Casa' è quel posto che a volte sogni la notte e quando ti svegli senti l'impellenza di far le valigie e voler ritornare. 'Casa' sono le braccia aperte che aspettano solo che tu ritorni e che quando ti accolgono ti chiedono di restare. 'Casa' è quel posto dove sai che puoi sviluppare i tuoi talenti con entusiasmo, nonostante a volte costi qualche difficoltà. 'Casa' è il luogo dove hai lasciato un pezzo del tuo cuore e dove ricordi persone che non ci sono più. 'Casa' è quel luogo in cui ti sei ritrovato all'improvviso e dove hai incrociato quello sguardo che non dimenticherai mai più.

I ricchi miliardari ci insegnano che avere più di una casa è un lusso, ma che allo stesso tempo sia indispensabile. Quelli che non sono ricchi pensano che avere più di una casa possa essere un enorme spreco di denaro, ma ciascuno di noi è un imprenditore che posside molte case di lusso in tutto il mondo. Perché si sa che il cuore non sta mai confinato in un posto soltanto ma lascia un pezzo di sè ovunque si trovi a suo agio. E allora, forse, siamo davvero tutti multiproprietari senza dover pagare l'IMU. Non a caso Diogene di Sinope (filosofo antico) si dichiarava cittadino del mondo. E forse, ancora, tra le tante case che ciascuno di noi interiormente possiede, ne sceglie poi una vera dove passerà la maggior parte della propria vita. Perché 'casa' è anche il posto da cui scappare per la paura di prendersi delle responsabilità per poi ritornare sapendo di aver corso tanto solo per farsi riportare dagli eventi proprio lì dove tutto era inizato. E 'Casa' è ovunque, anche la Patria Celeste dove alla fine del viaggio oguno di noi lascia definitivamente le chiavi al vero padrone di casa e di quello che è stato resta soltanto un mucchio di fotografie da inserire sul catalogo dell'agenzia immobiliare dell'eternità. 

Song: 'Home' by Depeche Mode

https://www.youtube.com/watch?v=qIUbqILri0o

Leggi tutto

Lascia un commento

Cerca...