Nel 2021, Resta Unic*

Buon Anno Lettori ^_^

Mada Alfinito 30/12/2020 0

"Non posso fare altro che seguire le mie inclinazioni, perché non riesco a comprendere, né ad adottare, né a far funzionare quelle altrui." [1]

 

Cari lettori,

Il 2020 si è concluso ed è stato sicuramente un anno come non l'abbiamo mai visto.

Viene voglia di dire che il prossimo sarà migliore ma, in realtà, non lo sappiamo anche se ce lo auguriamo.

Ciò che sappiamo con certezza, invece, è che il 2021 inizierà con maggiore raccoglimento, e questo non per i botti rumorosi che verranno sparati molto meno del solito, per l'assenza di feste in discoteca in attesa della mezzanotte o della mancanza dell'agitazione in strada per lo scambio degli auguri, ma perché quest'anno tante persone mancheranno a causa dell'emergenza sanitaria che, purtroppo, è ancora in corso. Sarà quindi un Capodanno sobrio, all'insegna del rispetto per le migliaia di persone che soffrono per la perdita dei loro cari o per la distanza fisica che li separa da chi amano.

Nonostante la difficoltà del momento presente, l'intento del mio messaggio di auguri è quello di soffermarmi con voi sulle opportunità che ciascuno di noi ha avuto modo di cogliere. Il 2020 è stato un anno silenzioso, fatto di contatti fisici più radi ma non per questo meno importanti ed efficaci. A causa della pandemia, tutti noi abbiamo dovuto spostare l'ambito della nostra socialità su un piano maggiormente virtuale. Abbiamo spesso creduto di essere stati isolati ma, in realtà, Internet ci ha permesso di continuare a condividere sentimenti, esperienze e conoscenze, malgrado tutto. Certo, cercarsi online non potrà mai sostituire la bellezza del contatto fisico con le persone che amiamo, ma abbiamo mai pensato a come sarebbe stato tutto ciò se non avessimo avuto la tecnologia? L'isolamento sarebbe stato totale e letale, per tutti.

Nel 2020 ciascuno di noi ha potuto ripensare al proprio percorso, alla propria vocazione, alle paure, ai bisogni, alle mancanze, agli errori. Qualcuno nel silenzio ha trovato la propria ispirazione, qualcun altro invece la sua disperazione. Ma non ci siamo mai fermati: quando la stasi è accompagnata dalla riflessione e dal pensiero creativo, allora vuol dire che ce l'abbiamo fatta, che non ci siamo bloccati. Essere in pausa, infatti, non vuol dire essere fuori dai giochi ma prendere la rincorsa per poter saltare più in alto e più in lungo di prima.

Come moltissime altre persone anche io mi sono ritrovata in difficoltà e a dover ripensare alla mia attività, rinnovandola. Ancora una volta, grazie ad Internet e alle nuove tecnologie, ho potuto creare un modo per me nuovo di stare insieme agli altri e di condividere il personale messaggio che porto da anni nel mio lavoro, ovvero l'importanza di una buona comunicazione per:

  • Costruire relazioni sane con gli altri;
  • Imparare a non cedere di fronte ad abusi e relazioni tossiche;
  • Gestire al meglio la propria professione.

Lavorare sui social, però, non è facile come molti pensano: dietro ad ogni contenuto di qualità c'è molto tempo e lavoro spesi a dare sempre il meglio di sé e delle proprie competenze affinché anche gli altri possano beneficiarne per costruire una coscienza comune che abbia come valore condiviso fondamentale il benessere del singolo e della collettività.

È proprio in questo contesto di socialità virtuale, però, che nasce la necessità di esporsi, di metterci la faccia e mostrare al mondo ciò che siamo. Si dice che i social siano una vetrina dove ognuno è disposto a mettere in piazza solo una parte di sé stesso, selezionando gli elementi che vuole che gli altri vedano e nascondendo quelli che non desidera mostrare. Questo è vero: non è possibile esporsi totalmente mediaticamente, anche perché il rischio principale sarebbe quello di dare troppa visibilità alla propria persona a discapito dei contenuti da produrre (mi riferisco soprattutto a coloro che, come me, si occupano di divulgazione scientifica, psicologica, culturale).

Eppure, nonostante le censure che volontariamente e a ragione ci poniamo, ciò che siamo traspare continuamente: nelle parole che usiamo, nei gesti che facciamo, nei sorrisi, nelle piccole o clamorose gaffe, nei silenzi delle nostre pause mentre digitiamo caratteri oppure parliamo in video. In tutti quei contenuti, noi ci siamo.

Nasce per me l'esigenza di augurare a me stessa e a voi tutti per il 2021 di ricorrere ad una maggiore spontaneità ovunque andiate, nel mondo virtuale come nel reale. Una spontaneità semplice e matura che non abbia lo scopo di eclissare gli altri per far emergere il nostro ego e che non sia bisognosa di attenzione altrui gridando disperata al centro della piazza virtuale. Auguro a me e a voi una spontaneità che racconti con onestà il nostro percorso, il nostro modo di essere, la timidezza, il coraggio, lo sforzo di metterci in gioco, i nostri sogni. Insomma, un modo di mostrarci agli altri che ci permetta di restare centrati su noi stessi ma che allo stesso tempo ci aiuti a creare rapporti davvero umani, anche con chi è lontano o conosciamo per la prima volta attraverso una mail oppure un social. Quella spontaneità che fa sì che gli altri possano riconoscere che in quel particolare gesto, in quel particolare sguardo, in quello stile siamo noi.

E, siccome stare insieme ad altre persone e interagire non è mai semplice a causa di quel continuo gioco di proiezioni psicologiche e rispecchiamenti che ciascuno fa con l’altro, vi auguro anche di diventare consapevoli di voi stessi, del fatto che vale sempre la pena imparare da coloro che stimiamo di più e che invidiarli ci farà diventare la caricatura, di loro e di noi stessi.

Per tutti questi motivi ed altri ancora, che non ho il tempo e lo spazio di elencare, in questo anno chiedo e auguro con il cuore, singolarmente a ciascuno di voi, e a me stessa di restare unici. Autentici.

Buon anno lettori,

Mada.

Ne ho parlato anche su YouTube:

Nel 2021, Resta Unic*

 

Note:

[1] Charlotte Brontë, The Professor (1857).

 

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Mada Alfinito 21/01/2018

Amare è Breve, Procastinare è Lungo

 

Ricordate la scena del lungometraggio d'animazione Alice nel Paese delle Meraviglie (1951) della Walt Disney in cui un buffo coniglio bianco col panciotto e un orologio corre disperato? Eccola qui: https://www.youtube.com/watch?v=pvmnB2pg3TQ

Nel doppiaggio italiano il Bianconiglio, in preda al panico per il ritardo, esclama ripetutamente come un mantra: "è tadi! è tardi! è tardi!"

Diamo invece un'occhiata a cosa viene effettivamente detto dal Bianconiglio nella versione originale della storia, ovvero nel libro Alice's Adventures in Wonderland (1865) di Lewis Carrol. L'autore fa usare al suo frettoloso personaggio questa espressione:

"Oh dear! Oh dear! I shall be too late!"

Notate nulla di particolare?

In italiano, questa frase viene di solito tradotta letteralmente con:

"Ohimè! Ohimè! Ho fatto tardi!"

Ad un primo sguardo, questa traduzione sembra essere corretta. In realtà, benché essa sia giusta, non comunica al lettore il vero senso della frase e questo non per mancanza di abilità del traduttore, bensì a causa della lingua italiana che in questa circostanza presenta un limite che non ci permette di intedere pienamente cosa intendesse Carrol con quella esclamazione.

Focalizziamoci brevememte sulla grammatica inglese (vi prometto che non ci metteremo molto!):

In questa lingua, particelle come 'shall' e 'will' sono entrambe verbi modali usati per esprimere un'azione che si svolgerà nel futuro.

La differenza sostanziale tra le due sta nel fatto che will è utilizzata per dichiarare che un'azione si svolgerà con certezza. Nel caso del Bianconiglio, se la frase fosse stata 'I will be too late', noi avremmo inteso che lui farà certamente tardi e che la sua ansia sia dovuta esclusivamente al fatto che ormai si sono verificate tutte le condizioni perché arrivi in ritardo nel luogo in cui è diretto.

Ma Carrol, nel suo libro, ha preferito usare shall ed è quì che il discorso cambia. Questa particella viene usata dagli inglesi come una esortazione. Nella sua esclamazione, il Bianconiglio non sta semplicemente esprimendo la certezza che farà tardi. Con quella parolina-shall-sta comunicando emozioni forti come ansia, paura, angoscia, allerta. Il fatto che lui farà tardi non è più soltanto una certezza, un mero imprevisto finito per errore sulla sua tabella di marcia. Il Bianconiglio sta comunicando a noi, a tutti, che muoversi è necessario. Shall è un'esortazione molto più che una certezza. L'urgenza di far presto è un bisogno impellente e non soltanto l'esclamazione nevrotica di chi, come molti, è sempre in ritardo ai suoi appuntamenti; è un appello universale a non farci scivolare il tempo dalle mani.

Ma cosa c'entra questo con l'amore?

In realtà c'entra perché oggi vi parlo del problema del procastinare.

Questo verbo deriva dal latino 'procastinàre' composto da 'pro', cioè avanti e 'crastinus' che è aggettivo di 'cras', ovvero domani con in aggiunta la desinenza 'tinus'. Letteralmente, procastinare significa rimandare a domani.

E fin quì niente di nuovo per nessuno, in quanto procastinare è un atto che tutti noi svolgiamo frequentemente. A chi non capita nella vita di tutti i giorni di dover fare delle semplici e banali attività che, a causa della nostra pigrizia o della noia, ci mandano in crisi al solo pensiero di doverci muovere in quella direzione? Procastinare però quasi mai è un bene perché, a furia di rimandare sempre tutto, l'effetto collaterale è di aggiungere stress su stress alla nostra psiche la quale, essendo consapevole che affrontare un certo compito sia necessario, viene fagocitata dall'ansia. Essa si ritrova così a focalizzarsi su un unico elemento, il quale diventa un punto fisso che ruba tutta la nostra attenzione facendoci disperdere energie a discapito di altre cose importanti. Inoltre, rimandare il da farsi a volte può metterci in difficoltà non indifferenti: a chi non è capitato di avere una scadenza, come ad esempio un lavoro o una bolletta da pagare, e non avendolo fatto prima per futili motivi si è ritrovato con una forte carica di agitazione a causa della paura di non farcela in tempo? Lo sanno bene soprattutto coloro che hanno fatto del lo-farò-domani un vero e proprio stile di vita (tranquilli, non mi sto riferendo al lo-farò-domani del mettersi a dieta!) al punto che devono rivolgersi ad un esperto che li aiuti sia nella gestione del loro tempo, sia a capire il perché di certi comportamenti che non riescono più a controllare.

Procastinare, però, non smette mai di stupirci per le sue sorprendenti implicazioni, nemmeno in amore: l'abilità di rimandare ad un domani difficilmente collocabile nei calendari dei prossimi 5 anni un'azione di vita quotidiana può arrivare a coinvolgere anche la sfera emotiva. Nel mezzo del cammin di nostra, spesso rocambolesca, vita sentimentale alla ricerca dell'anima gemella, capita frequentemente di incontrare quelli e quelle che potremmo definire gli eterni indecisi dell'amore. Queste persone, che mettono a tacere ogni dibattito sessista di genere perché sono rappresentanti di un fenomeno che vede coinvolti senza discriminazione sia uomini che donne nel ruolo di grandi protagonisti, coltivano da tempo immemore la sublime arte del non decidere mai niente, soprattutto in amore.

Nei miei precedenti articoli vi ho parlato dei grandi campioni del salto in alto dell'amore, i quali balzano da un partner all'altro non appena fiutano che la situazione potrebbe diventare per loro emotivamente ingestibile. Ma cosa dire dei grandi maratoneti sentimentali che puntualmente, non appena c'è da prendere una decisione oppure fare un semplice passo in avanti in una conoscenza o in una relazione, fuggono impietriti a gambe levate? Questi individui che spesso sono visti dall'opinione comune come dei mostri frigidi e insensibili sono in realtà così pieni di ansie e di paure che farebbero diventare il Bianconglio pallido e ansioso più di quel che già è.

Questi campioni della corsa, che io chiamo procastinatori dell'amore, si trovano frequentemente di fronte ai grandi dilemmi che la matrigna natura Leopardiana gli pone costantemente innanzi. Per loro, la vita sembra essere un grande bluff, una presa in giro, in quanto si trovano di continuo di fronte a scelte troppo radicali per la loro indole insicura. Lo lascio o non lo lascio? Scelgo l'altra o la mia partner? Inizio una relazione con una persona che mi piace oppure la chiudo ancor prima di iniziare? Mi dichiaro a quella persona o fingo di essergli amico? Devo baciarla o mi rifiuterà? Potremmo andare avanti all'infinito nell'elencare tutte le possibili situazioni in cui un uomo o una donna si trovano enormemene in difficoltà perché non sanno cosa fare.

La soluzione migliore per tutte le persone coinvolte in una situazione del genere è nuovamente solo e soltanto una: attendere. Ancora una volta, un po' di sana sincerità con se stessi e un po' di riflessione unite ad un ascolto dei propri sentimenti più profondi può essere di grande aiuto per tirarci fuori dai guai.

Il problema è quando un soggetto, anziché prendersi del tempo costruttivo per capire quale sia la cosa che desidera davvero, mette la relazione in stand-by. Lo stand-by non è semplicemente una pausa:  è un seppellire sotto la sabbia una situazione mascherandola con il fasullo nome di riflessione. Detto in maniera più concisa, mettere una persona in stand-by è:

-Tenere un piede in due scarpe. Non sempre coloro che rimandano una decisione si allontanano del tutto chiudendo per un tempo indefinito la comunicazione con l'altro. Molto più spesso, questi soggetti continuano a stare nella relazione dandovi però uno scarso contributo. Anziché decidere con maturità di distaccarsi del tutto, anche solo temporanemante per chiarisi le idee, essi continuano a stare con il partner assicurandosi così che l'altro non lo lasci (infliggendogli così anche la pena di subire una relazione non appagante). In questo modo i procastinatori non dovranno avere paura di rimanere soli perché qualunque cosa facciano hanno posto il partner in condizione di essere a loro disposizione senza fare assolutamente nulla per lui/lei;

-Una via di fuga. Molto spesso, per evitare di affrontare un argomento scottante, certe persone abbandonano di punto in bianco il campo senza dare alcuna spiegazione all'altro. Nella loro testa, queste persone sono convinte che un giorno decideranno qualcosa ma, proprio come l'arrivo dell'Apocalisse, a nessuno è dato sapere né il come, né il quando. Di conseguenza, questo modo di fare è anche

-Una mancanza di rispetto. Nessuno merita di essere tratatto con freddezza e indifferenza dopo che ha dato il suo contributo al rapporto in modo pulito e sincero;

-Un atteggiamento narcisistico. Coloro che prendono la via della fuga senza comunicare all'altro sentimenti e motivazioni sono costantemente concentrati su loro stessi. Ciò che conta è sempre e soltanto il loro dolore, la loro insicurezza, la loro mancanza di serenità, la loro indecisone, i loro dubbi, i loro sentimenti fregandosene altamente del fatto che forse anche l'altro ha dei sentimenti che possono venire feriti e dei bisogni. Nessuno può imporre a questi poveri cuccioli impauriti che debbano fare per forza qualcosa che non vogliono, ma curarsi solo di ciò che fa bene a loro stessi (cioè fuggire per non affrontare la situazione) ferendo consapevolmente l'altro è come guardarsi in uno specchio e rimanere imbambolati a fissarsi per ore come narcotizzati;

-è decisamente poco sexy, sia per gli uomnii che per le donne. I grandi amatori che si ritirano silenziosamente dalle scene credendo che il loro fascino rimarrà così inalterato nelle sublimi fantasie della persona da cui si allontanano si sbagliano perché, in realtà, non c'è niente al mondo di così poco femminile o virile che vedere una persona incapace di assumersi delle responsabilità nei confronti del proprio partner. è sempre meglio che un rapporto termini dopo averci provato e mostrato tutto il meglio e il peggio di se stessi piuttosto che giunga ad una fine senza chiarimenti generando rancori e distruggendo quella che sarebbe potuta restare un'amicizia o almeno una bella forma di convivenza civile;

-Non porta all'innamoramento, al contrario fa disinnamorare. Il mito che chi si allontana induce l'altro a desiderarlo ancora di più è ingannevole e ancora troppo radicato nel pensiero comune. Inizialmente, è vero che la tensione spinge il partner a provare ancora più desiderio e trasporto per chi nella coppia si tira misteriosamente indietro o sta con un piede dentro e uno fuori dalla relazione.  Ma stare con un partner che un giorno c'è e l'altro non si sa, se all'inizio genera voglia di recuparare il rapporto, con il tempo anche l'innamorato più paziente della Terra si stancherà e questo non accade per mancanza d'amore ma perchè nessuno vuole essere uno zerbino per sempre. Tutti abbiamo voglia di un partner che stia con noi completamente, senza nasconderci dubbi o perplessità e per ogni uomo o donna che ci lascia o che sta con noi senza darci il 100% che meritiamo ce ne sono molti altri là fuori pronti ad amarci per quello che siamo e a darci quello di cui abbiamo bisogno per sentirci emotivamente appagati. Come si dice: tutti sono utili e nessuno è indispensabile ma i procastinatori d'amore, troppo presi a pensare ai grandi dilemmi della loro vita, non lo hanno ancora capito;

-Denota una grande paura. Coloro che rimandano sempre il momento in cui faranno quel messaggio o quella telefonata per dire all'altro cosa passa loro per la testa in realtà sono terrorizzati dalla conseguenza delle loro azioni. Sia che agire li porti ad un beneficio come trovare finalmente la persona giusta o dire addio ad una con cui le cose ormai non vanno bene da troppo tempo, sia che debbano fare un'ammisisone di colpa per un loro comportamento, ne sono terrorizzati. La tristezza fa loro paura, ma ciò che fa loro ancora più paura è essere felici.

E quindi, cosa fare in quesi casi?

Innanziutto, se una persona si tira indietro senza spiegazioni, cambia repentinamente idea su di noi, trascura delle cose importanti per noi o ci fa capire di avere dei blocchi nei nostri riguardi è bene chiedere un confronto per capire e cercare di chiarirsi. Se questo confronto viene negato oppure, come in molti casi accade, ci vengono raccontate solo un mucchio di balle allora è bene prendere le distanze. Ma questo non basta perché certi atteggiamenti feriscono e spesso non si sa come reagire.

è necessario allora rendersi conto che il problema non è la persona che viene allontanata senza un motivo valido, ma chi la allontana. Non è colpa vostra se una persona a cui state dedicando la vostra attenzione con amore e rispetto decide di rinchiudervi in un limbo dove voi siete indotti ad attendere quando lui o lei, forse, si degneranno di decidere cosa fare del vostro rapporto, che sia amicizia o che sia amore. Non siete voi che non siete amabili, sono queste persone che non sanno come ci si comporta quando si ama. Gli eterni indecisi sono persone piene di paure e drammi personali radicati indietro nel tempo ma così come non spetta a voi salvarli o aiutarli, nemmeno a loro spetta usarvi come il bidone della spazzatura delle loro frustrazioni emotive. Sì, perché tirarsi indietro lasciando un altro senza risposte, senza parole e senza possibilità di parlarne è un modo di scaricargli addosso le proprie scorie interiori tossiche, è un modo subdolo e disonesto di far sentire inadeguata una persona che invece è meravigliosa soltanto perché è lui o lei che si sente inadeguato/a e non sa come affrontarvi.

Nei libri che sono attualmente in commercio che trattano di disagi emotivi e sociali, non si fa altro che tentare di spiegare il perché certe persone agiscano in un certo modo, perché si comportino da vigliacchi o da stronzi, quali sono i grandi traumi che potrebbero aver subito quando succhiavano il latte dal biberon ma questi libri, seppure utili e fondamentali anche per quelli che hanno bisogno di capire certi meccanismi al fine di difendersi da chi potrebbe fargli del male, non devono mai essere usati per giustificare i comportamenti di coloro che calpestano la nostra persona senza rispetto.

Diventare uomini e donne veri significa impare a convivere con i propri drammi interiori e la vera grandezza di un uomo o di una donna sta nell'imparare a soffire lasciando intatta la propria dignità e quella dell'altro e senza vergognarsi di dimostrarsi vulnerabili.

Il Bianconiglio di Carrol aveva capito una cosa fondamentale: nella vita ci sono situazioni in cui è inevitabile arrivare in ritardo ad un appuntamento. A volte, nessuno può evitare che certi ostacoli si verifichino lungo il cammino. Ma si può affrontare una scelta in due modi: essere consapevoli che forse si arriverà tardi perché si hanno dei limiti, sentirsi troppo imbecilli per poter dare di più a qualcuno e decidere di scappare lontano anche da se stessi oppure si può scegliere di agire come il Bianconiglio, che pur consapevole di avere dei limiti che lo porteranno inevitabilmente a far tardi, non manca di presentarsi all'appuntamento perché far presto è un imperativo, è l'esortazione della nostra coscienza ad essere presenti a noi stessi. Fuggire ci priva della possibilità di vivere esperienze profonde che possono cambiare radicalmente, e spesso in meglio, una vita che troppe volte ci sembra priva di possibilità.

Se "amare è breve" e "dimenticare è lungo" (Pablo Neruda), ancora più lungo e dannoso è procastinare perché di quell'amore che una volta esisteva non ne rimane nulla, nemmeno il felice ricordo.

 

 

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Mada Alfinito 11/11/2020

Metafore del Cambiamento

Questo che state per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

 

"Che questo istante faccia epoca nella nostra vita, noi non lo possiamo impedire; ma ch’esso rimanga prezioso, questo dipende da noi" (Goethe, Le Affinità Elettive, 1809).

Gli imprevisti fanno epoca perché ci sorprendono e segnano una tappa importante nel corso della vita. Ciò che è inaspettato cambia la visione che abbiamo del mondo e ci invita ad intraprendere un nuovo cammino.

Il cambiamento può farci paura quando siamo felici poiché temiamo di perdere ciò che ci fa stare bene; ma quando siamo tristi, il pensiero che i brutti momenti passeranno perché è nella natura stesse delle cose terminare (prima o poi), può darci molto conforto.

"Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" enunciò Lavoisier nel 700 ispirandosi ai filosofi antichi. Il termine di un ciclo non è la sua fine ma la sua trasformazione. Ciò vuol dire che ogni cosa che hai vissuto non è perduta per sempre; al contrario, ha contribuito a farti diventare la persona che sei oggi.

Abbracciare il cambiamento è una sfida, una possibilità per sviluppare nuove abilità ed è questo atteggiamento propositivo nei confronti della vita che fa la differenza. Siamo solo e soltanto noi a poter rendere prezioso ogni istante, anche quelli in cui tutto ci sembra diverso da prima.

Per spiegarti ciò che intendo, ho scelto tre immagini del mondo antico tanto care ai filosofi. Riflettere su queste metafore ti aiuterà a vivere con maggiore serenità e saggezza i momenti di cambiamento.

Le metafore sono:

  • L’Uovo;
  • L’Araba Fenice;
  • La fluidità dell’acqua.

Per leggere significati di ciascuno, leggi le slides di seguito.

 

 

 

 

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Mada Alfinito 31/03/2018

La Prova della Solitudine e l'Attesa del Cinghiale Bianco

 

Dedico questo articolo al mio amico A.A. di soli 31 anni, scomparso nel mese di marzo del corrente anno dopo anni di tribolazione interiore.

Rest In Peace.

 

"Cari fratelli dell'altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra,

amammo in cento l'identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra.

 Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli."

(Fabrizio De Andrè)[1]

 

L'Eracleia è un antico poema greco scritto da Pisandro di Rodi intorno al 600 a.C. ed è in questo testo che sono probabilmente collocate quelle che sono comunemente chiamate le 12 fatiche di Ercole. Ho detto probabilmente collocate perché questa non è ancora un'ipotesi certa in quanto il testo di Pisandro andò perduto e delle fatiche si trovano soltanto tracce sparse nei testi di diversi autori antichi.

Eracle proveniva dalla stirpe di Perseo ed essendo il primo discendente di essa era stato destinato da Zeus a diventare re. La moglie di Zeus, Era, voleva però che non fosse Eracle a diventare re bensì Euristeo, anch'egli nato dalla stirpe di Perseo. La dea fece in modo che Euristeo nascesse con due mesi di anticipo e che la nascita di Eracle ritardasse di tre, in modo tale che il trono andasse invece ad Euristeo. Molti anni dopo, Euristeo era re di Tirinto e Micene mentre Eracle si era sposato ed aveva avuto una prole. Era decise nuovamente di far danno ad Eracle e gli procurò un attacco d'ira tale che egli uccise moglie e figli. Quando riprese di nuovo le sue facoltà mentali, l'uomo si rese conto di ciò che aveva fatto e per il dolore e la vergogna andò a vivere in solitudine lontano dal mondo. Suo cugino Teseo lo convinse, allora, ad andare dall'Oracolo di Delfi, il quale disse ad Eracle che per espiare la sua colpa avrebbe dovuto compiere delle imprese che gli sarebbero state commissionate proprio da Euristeo che gli aveva rubato il diritto al trono. Una volta portate a compimento le imprese, Eracle avrebbe potuto ricevere il dono dell'immortalità. 

Le fatiche di Eracle non sono soltanto la narrazione di un mito: con il tempo, esse hanno assunto un significato allegorico e sono state utilizzate come un modello nel quale ogni individuo alle prese con un percorso di crescita personale può immedesimarsi e rispecchiarsi.

Le 12 prove furono queste (per approfondimenti vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Dodici_fatiche_di_Eracle):

  1. uccidere l'invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
  2. uccidere l'immortale Idra di Lerna;
  3. catturare la cerva di Cerinea;
  4. catturare il cinghiale di Erimanto;
  5. ripulire in un giorno le stalle di Augia;
  6. disperdere gli uccelli del lago Stinfalo;
  7. catturare il toro di Creta;
  8. rubare le cavalle di Diomede;
  9. impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni;
  10. rubare i buoi di Gerione;
  11. rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi senza sapere dove andare;
  12. portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.

Come è facile dedurre, nemmeno io sono sfuggita al fascino di questa allegoria che mi ha tenuto spesso compagnia nei mesi precedenti all'interno del contesto della mia crescita personale. Proprio perchè ho potuto apprezzare io stessa la validità di tale mito, vorrei invitarvi oggi a focalizzarvi sulla quarta impresa di Eracle: la cattura del cinghiale di Erimanto.

Questa prova è una di quelle più disarmanti per la profondità del suo significato, eppure ci viene narrata con incredibile brevità ed essenzialità: la storia si svolge infatti senza colpi di scena e senza particolari spiegazioni e partecipazione di ulteriori personaggi. Semplicemente, questo nero cinghiale viveva sul monte Erimanto e terrorizzava tutti gli abitanti della zona. Eracle, al contrario delle altre prove in cui l'eroe deve inventarsi artifizi e stratagemmi pur di catturare i nemici che ci vengono descritti come invincibili, riesce a prendere il cinghiale con estrema velocità: nulla ci viene raccontato della durata e delle modalità con cui si è svolta la caccia e nulla veniamo a sapere dei sentimenti che l'eroe prova nel trovarsi faccia a faccia con questo terribile animale che aveva gettato una intera regione nel terrore. Questi elementi invece, ci vengono forniti con dovizia di particolari nel racconto delle altre prove: siamo infatti a conoscenza delle caratteristiche del feroce e invulnerabile leone di Nemea, dell'abilità nella fuga della sacra cerva di Cerinea oppure della pericolosissima Idra di Lerna che tra tutti i mostri incontrati da Eracle era tra quelli più inquietanti, soprattutto se pensiamo alla simobologia allegorica che ad essa può essere attribuita (non è questa però la sede per approfondire tali argomenti).

Eracle, quindi, riuscì a prendere il cinghiale e si recò fieramente da Euristeo per mostragli il frutto della sua fatica, il riscatto per raggiungere la tanto sospirata libertà interiore, ma con sua profonda sorpresa accadde che lo stesso spavaldo Euristeo corse a nascondersi terrorizzato in una botte non appena vide il mostro che l'eroe teneva tra le mani. La prova si concluse quindi a favore di Eracle, il quale potè chiedere al re quale fosse l'impresa successiva da affrontare.

Il fatto che Euristeo sia corso a nascondersi in una botte alla vista dell'animale è davvero degno di nota, in quanto Ercole aveva già ucciso mostri con poteri terrificanti nelle prove precedenti e altri ancora ne avrebbe dovuti affrontare per ottenere la libertà, ma quel cinghiale, che non aveva alcun potere speciale se non un furioso animalesco isitinto omicida, è l'unica preda alla vista della quale Eursiteo scappa. Se il fatto che egli fugga dinnanzi a tale vista può essere spiegato come una reazione umana naturale e istintiva essenziale ai fini della conservazione della specie (l'animale infatti era ancora vivo quando era stato portato alla sua presenza e non morto come i mostri precedenti), è davvero singolare invece il momento che si trova a vivere Eracle durante questa scena, la quale ci racconta molto di più di quanto sembri ad una prima occhiata.

Innanzitutto, perchè Eursiteo scappa? Cosa aveva quel cinghiale di tanto più terribile dell'Idra o del leone di Nemea? La risposta l'abbiamo in parte già svelata: il fatto che il mostro fosse ancora vivo e quindi ancora potenzialemtne pericoloso giustifica in parte i timori di Euristeo. Ma c'è di più: l'Eracleia, infatti, non è solo la narrazione di un mito ma, al pari dell'Iliade e dell'Odissea, i significati celati dietro ogni singolo elemento del poema hanno lo scopo di condurre il nostro sguardo oltre i confini della nostra vita interiore che siamo soliti guardare. Nella mitologia greca, il cinghiale nero era visto da sempre come simbolo della morte e dell'oscurità in lotta con la luce a causa delle sue abitudini notturne e della colorazione scura del manto. Tra tutti i mostri affrontati quindi, sebbene le sembianze e la ferocia lo rendessero sicuramente meno inquietante rispetto ad essi, era per i greci invece proprio quello che rappresentava in assoluto il concetto di morte. E che cos'è infatti la cosa più terribile che ogni essere umano rifugge continuamente durante tutta la vita, fa impallidire i più temerari, indietreggiare gli spavaldi, ammutolisce i presuntuosi e davanti alla quale nessuno, nemmeno l'uomo più ricco e potente della terra, può reggere il confronto? Di certo solo e soltanto la morte.

In questa scena vediamo quindi Ercale tenere con le sue possenti mani il feroce e irrequieto cinghiale. Anche se dalle fonti non ci viene detto nulla a riguardo, è facile immaginare che egli avesse fatto una fatica immane per catturarlo. Sicuramente, in quegli istanti, egli aveva messo in gioco tutte le sue forze, aveva dovuto fare nuovamente appello a tutte le sue abilità in combattimento e aveva anche certamente dovuto far rivivere tutte le sue speranze di non soccombere prima di aver ottenuto l'immortalità e di non morire dannato interioromente a causa del suo senso di colpa. Ma alla fine l'eroe ci riesce e per la quarta volta consecutiva va da Euristeo a riportare la vittoria. Possiamo tranquillamente immaginare senza ingannarci quest'uomo trionfante e raggiante, stanco e con ancora tanta adrenalina in circolo a causa di forti emozioni come la paura della morte, il pericolo, il senso di urgenza di portare a termine la missione, la disperazione, la fede negli dei e la speranza che per lui possa ancora esserci un domani di pace.

Eracle arriva da Eursiteo: è orgoglioso di aver superato la sfida posta dal suo rivale ma d'un tratto l'Eracle all'apice della soddisfazione resta solo. Euristeo corre a nascondersi nella botte ed egli si ritrova da solo con un animale ancora legato e ansimante tra le mani. E qual è l'unica cosa al mondo che ci fa tremare il cuore e poi lo rende freddo come il ghiaccio, placa tutti i nostri sensi, ci allontana dalle persone amate, spinge a naconderci e a barricarci in un silenzio che è una voragine e ci fa sentire impotenti e senza più controllo sulla nostra vita se non la solitudine?

Il legame tra solitudine e morte è più stretto di quanto si pensi e il regno animale ce lo mostra continuamente: ad esempio, quando un gatto percepisce che la sua vita volge al termine, si allontana di proposito dal luogo in cui vive e va morire in solitudine. Ma la morte non è connessa alla solitudine solo quando un qualsiasi essere vivente si ritrova fisicamente solo nel momento del trapasso. Essa è una questione personale dinnanzi a cui ognuno si ritrova solo con se stesso anche in mezzo a tanta gente e molto spesso, poi, è proprio la solitudine che spinge gli individui a cercare la morte.

Il senso di solitudine che è dentro ciascuno di noi può diventare così forte da alienarci all'interno della nostra stessa realtà, ci fa sentire dei superstiti, abbandonati a noi stessi pur camminando in mezzo a tante persone e attanaglia così tanto l'anima che pur respirando e continuando a vivere ci fa sentire come se fossimo costantemente ad un passo dalla morte. La solitudine vive in ciascuno di noi. In alcuni cresce così tanto che divora ogni prospettiva di felicità e di vita causando depressione e ogni sorta di tormento interiore. Ma la solitudine è anche una scintilla, è quello sguardo gettato sul vuoto che sentiamo dentro ed è in quel vuoto, che nel silenzio e nelle circostanze della vita si fa sentire forte, che dorme una richiesta profonda da parte del nostro io di vivere e diventare persone autentiche. Solo se si ha il coraggio di guardare dentro quella caverna buia interiore è possibile risorgere a nuova vita e trovare quegli strumenti adatti a vivere nella pace, una pace e una gioia che solo la consapevolezza del proprio posto e della propria missione nel mondo sanno donare. Quando la vita si svuota di senso, eccoci allora alienati e distanti da coloro che camminano con noi, i quali ci sembrano sempre troppo indaffarati nelle mille attività della propria vita per pensare a noi. Questa visione distorta degli altri ci spinge erroneamente a credere che il nostro dolore sia unico e che nessuno al mondo possa comprendere come ci sentiamo. Ignoriamo invece che anche le persone accanto a noi coltivano un senso di solitudine profondo nonostante sembrino apparentemente felici e sempre in movimento.

Se aprissimo la nostra mente e i nostri occhi sulla possibilità di considerare che ognuno di noi è solo con se stesso, allora rinunceremmo alla vanità di sentirci unici nel nostro dolore e inizieremmo ad aprirci con gli altri e a guardare al senso di solitudine non come un nemico che spinge alla morte, ma come ad un'opportunità per risorgere alla vita, perchè essa emerge proprio ogni qualvolta dimentichiamo che la missione di vivere è data a ciascuno in modo esclusivo, personale ed irripetibile e nessuno potrà mai svolgere il compito al posto nostro.

Anche Eracle è rimasto solo per tutta la sua vita affrontando una difficoltà dopo l'altra a causa di una dea che non voleva lasciarlo in pace. Il suo tenere il feroce cinghile tra le mani in quella stanza dove non c'è più nessuno, nemmeno il mandante della sua missione, è l'emblema del fatto che ognuno di noi è solo con se stesso non solo dinnanzi alle prove della vita ma anche nel momento del trionfo perchè la vita e la morte sono una questione individuale e privata, una responsabilita che possiamo assumerci solo e soltanto noi e che nessuno potrà gestire per noi. Eracle tocca con le sue mani nude il simbolo della morte, ed è proprio perchè guarda in faccia la morte, domina l'oscurità e riesce ad emanciparsi da uno dei timori più grandi per ogni uomo, che l'uomo-eroe è nuovamente solo. Non ha nemmeno la soddisfazione di vedere il suo nemico impallidire in viso. Per lui c'è solo il silenzio e la consapevolezza che quella prova è un passo in più verso la libertà e infatti non esita a chiedere quale sia la successiva impresa. La quarta fatica è il superamento del senso di solitudine, la presa di coscienza che la vetta è tutta da scalare e non c'è tempo per i rimpianti, per le paure e per gli attaccamenti a ciò che è stato, non c'è tempo per implorare attenzione da chi non è in grado di darcela. La quarta fatica è la transizione verso i nuovi cambiamenti dell'eroe; dopo questa prova, infatti, egli incontrerà tanti nuovi personaggi ancora ma la fermezza e la solidità acquisita nel tempo della solitudine gli permetteranno di arrivare alla meta dell'immortalità con fierezza recuperando la stima di sé che le prove della vita gli avevano fatto perdere.

Se per i greci il cinghiale nero era simbolo di morte e tenebre interiori, per i celti il cinghiale bianco era considerato magico ed era il simbolo di un'era di prosperità e benessere. In tante altre popolazioni e anche nella tradizione cristiana il cinghiale simboleggia virtù, forza interiore e valore in combattimento. Lo sa bene il cantautore Franco Battiato che nel 1979 ci ha regalato la bellissima canzone 'L'era del cinghiale bianco'. Così, nell'attesa che per ognuno di voi lettori arrivi un'era del cinghiale bianco nel vostro cuore, vi lascio con questa meravigliosa e suggestiva canzone.

https://www.youtube.com/watch?v=q2QjxWtN3vg

 

Note:

[1] Il Testamento, Fabrizio De Andrè (1963)

https://www.youtube.com/watch?v=4wOSHpJrm_M

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