Accondiscendere e poi Sparire

Il ghosting è l’ultima frontiera delle relazioni (in)umane che consacra il nostro ineluttabile destino di acchiappa fantasmi

Mada Alfinito 21/01/2024 0

Fino a qualche tempo fa ero convinta di vivere in un mondo in cui la parola 'no' all’interno di un contesto relazionale potesse assumere esclusivamente due connotazioni:

  • Dire di no a qualcuno rifiutando una sua richiesta o non corrispondendo i suoi sentimenti[1];
  • Ricevere un no in seguito all’aver espresso una richiesta a qualcuno o aver manifestato i propri sentimenti[2].

Poi, ho letto il libro He’s Just Not That Into You[3] di Greg Behrendt e Liz Tuccillo e mi sono resa conto che anche per un termine concettualmente così netto e pieno di confini come il 'no' esistono le sfumature: tra dire di sì e dire di no c’è un’altra condizione, subdola, camaleontica, discreta: accondiscendere e poi sparire.

Conosci una persona, senti che il piacere è reciproco e che c’è voglia di rivedersi: "Certo che mi piacerebbe parlare ancora con te." Sparisce. Fai un colloquio di lavoro, a volte ne fai anche di più: "Il Suo profilo è interessante. Le faremo sapere." Nel frattempo, hai cambiato altri tre lavori e di quel feedback ancora nulla. Il tuo fidanzato/la tua fidanzata non sta più bene con te. Gli chiedi di chiarire le vostre dinamiche così che ognuno possa prendere la sua strada: non lo senti/non la senti più per mesi. Incontri per strada quell’amico che non vedi da tempo: "Che coincidenza esserci incontrati! Dobbiamo assolutamente rivederci, prendiamoci un caffè uno di questi giorni." Passano altri dieci anni. Decidi di farti vivo con la persona che non hai mai dimenticato e che non ti ha mai dimenticato. Ti dice: "Mettiamo il passato da parte, ricominciamo da zero." Sparisce. Ti piace una persona che continua a mandarti segnali contrastanti. Gli dici/le dici che vorresti chiarezza su ciò che vuole da te. Sparisce.

Potrei andare avanti ancora per ore con l’elenco di tutte le volte in cui qualcuno ha dimostrato nei nostri riguardi un genuino interesse per poi sparire nel nulla, ma scommetto che la maggior parte delle persone che sta leggendo queste frasi si sia trovata almeno una volta in almeno una di queste situazioni.

"Tesoro, si chiama ghosting." Potrebbe obiettare qualcuno disilluso di fronte al mio stupore.

Per i non addetti ai lavori, il ghosting è quella forma di (non) comunicazione in cui una persona che è in relazione con un’altra, specialmente ma non solo nell’ambito di coppia, sparisce all’improvviso[4].

La prima volta che ho sentito parlare di ghosting è stato nel 2015 leggendo svariati testi sul narcisismo patologico. In particolare, ricordo di aver letto successivamente il libro Amori Supernova[5] in cui l’autore Enrico Maria Secci racconta di donne e uomini cha hanno lasciato i partner all’improvviso, proprio mentre sembrava andare tutto bene, dileguandosi e provocando in loro un forte trauma.

Col passare degli anni, la parola ghosting è stata usata per le situazioni più disparate che avevano alla base una matrice comune: una persona che parla quotidianamente con te e che all’improvviso sparisce (magari bloccandoti pure da tutti i social) e tu non capisci come mai.

Le situazioni che ho descritto all’inizio di questo articolo potrebbero essere definite esempi di un ghosting più evoluto, contemporaneo. Lasciare per sempre un partner dopo anni di relazione con vaghe spiegazioni era ormai obsoleto. Si poteva fare di più. Il genere umano ha scoperto che poteva portare il ghosting nella vita di tutti i giorni: ciò che prima sembrava un’eccezione o un caso eclatante sembra stia diventando la regola, se non addirittura una consuetudine. Il ghosting non è più soltanto l’arma usata del narcisista patologico per tenere sotto scacco le sue vittime, è diventato un termine conosciuto quasi da tutti, un argomento social di tendenza, un atteggiamento, uno stile di vita, l’ultima frontiera delle relazioni (in)umane che consacra il nostro ineluttabile destino di acchiappa fantasmi.

Sui social come Instagram, Tiktok, YouTube e tanti altri, i contenuti in cui si parla di ghosting diventano virali, sintomo di un’esperienza sempre meno isolata e sempre più condivisa, anche dalle nuove generazioni. C’è chi piange e racconta il senso di spaesamento provato in seguito all’assenza improvvisa di comunicazione, chi è pieno di rabbia e incita le malcapitate vittime a reagire, chi dispensa consigli, chi crea dei meme o delle scenette divertenti per riderci sopra perché stanco di versare lacrime.

"Siamo diventati un gruppo sciatto di persone. Diciamo cose che non intendiamo. Facciamo promesse che non manteniamo. "Ti chiamo." "Usciamo insieme." Sappiamo che non lo faremo. Alla Borsa dell’Interazione Umana le nostre parole hanno perso quasi tutto il loro valore. E la spirale continua, poiché ora non ci aspettiamo nemmeno che le persone mantengano la parola data; in effetti potremmo anche sentirci in imbarazzo nel far notare allo sporco bugiardo che non ha mai fatto quello che aveva detto che avrebbe fatto." Scrive Greg Behrendt[6].

Avevamo davvero bisogno di questa forma di distanziamento anti-sociale? È così difficile parlare apertamente dei termini di un accordo? Dire ad un candidato che potrà avere migliori opportunità in un altro lavoro? Conoscere una persona ed andare a casa senza creare aspettative che non abbiamo intenzione di mantenere? Incontrare un amico e dirgli che anche se le strade si sono divise i bei ricordi del passato non svaniranno mai? Avere il coraggio di dire ad una persona che è finita e salutarsi civilmente in segno di rispetto per ciò che l’altro ha fatto per noi? Dire ad una persona che ci vuole bene che al momento non ce la sentiamo di affrontare una relazione perché non siamo sicuri dei nostri sentimenti?

E forse la cosa peggiore, come sottolinea Greg Behrendt, è proprio il fatto che le parole hanno perso così tanto valore che oramai non ci stupiamo nemmeno che ciò accada. Restiamo delusi, in silenzio, ci sentiamo persino ridicoli nel far notare a qualcuno che poteva essere più sincero nei nostri riguardi.

Dire di no è scomodo: "Un uomo preferirebbe essere calpestato da elefanti in fiamme piuttosto che dirti che non gli piaci abbastanza"[7] e questo, al giorno d’oggi, molto spesso vale anche per le donne. Il silenzio come forma di comunicazione sacra e dignitosa per manifestare rispetto a chi soffre e amore tra gli innamorati che si intendono con un solo sguardo è diventato lo strumento per eccellenza per scappare dalle proprie responsabilità, la via più comoda per fuggire lo sguardo dell’altro che parla, anche quando stiamo zitti. E ci racconta che amare qualcuno è un processo naturale, che rende felici, e che il distacco e la separazione lo sono allo stesso modo, anche se fanno soffrire. Ed è proprio la persona che scappa rifugiandosi nel silenzio quella che non ha ancora integrato dentro di sé una delle tappe cruciali che porta a compimento la maturità di una persona: l’accettazione che nulla è fatto per durare per sempre e che, come scrisse De Lavoisier, "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma."[8] 

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Note:

[1] Nel video 'Quanto Costa Dire di No?' parlo della difficoltà di mettere dei confini di fronte a di richieste indesiderate.

[2] Nel video 'Paura del Rifiuto' ho parlato della paura di manifestare i propri sentimenti e dell’importanza di imparare ad elaborare il rifiuto.

[3] Greg Behrendt, Liz Tuccillo (2004), He’s Just Not That Into You. The No Excuses Truth to Understanding Guys, Simon Spotlight Entertainment. Liz Tuccillo è una delle sceneggiatrici della famosa serie TV Sex and The City. Da questo libro è stato tratto il noto film La Verità è Che Non Gli Piaci Abbastanza (che, personalmente, adoro!)

[4] Il ghosting è un concetto molto ampio e complesso. Ne ho parlato qui: Il Silenzio è l'Ultima Arma del Potere, Il Silenzio come Forma di Manipolazione, Non Risponde ai Miei Messaggi. Cosa Fare?, Lacia Andare Chi Non ti Risponde.

[5] Enrico Maria Secci (2017), Amori Supernova. Psico-Soccorso per Cuori Spezzati Senza un Perché, Youcanprint Self-Publishing, Tricase (LE).

[6] "We have become a sloppy bunch of people. We say things we don't mean. We make promise we don't keep. "I'll call you.""Let's get together." We know we won't. On the Human Interaction Stock Exchange, our words have lost almost all their value. And the spiral continues, as we now don't even expet people to keep their word; in fact we might even be embarrassed to point out to the dirty liar that they never did what said they'd do." Greg Behrendt, Liz Tuccillo (2004), He’s Just Not That Into You. The No Excuses Truth to Understanding Guys, p.34, 2012, HarperCollins Publisher.

[7] "A man would rather be trampled by elephants that are on fire then tell you that He's Just Not That Into You." Greg Behrendt, Liz Tuccillo (2004), He’s Just Not That Into You. The No Excuses Truth to Understanding Guys, p.9, 2012, HarperCollins Publisher.

[8] Legge della conservazione della massa di Antoine-Laurent de Lavoisier (XVIII secolo).

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Mada Alfinito 25/05/2019

Comunicare Fa Rumore

 

"Alla fine di ogni guerra, i guerrieri tornano a casa sperando che quello che hanno visto e fatto non rimanga con loro per sempre. Buddha una volta disse: “è meglio conquistare te stesso che vincere mille battaglie”. Ma altri soldati non riescono a smettere di combattere e pianificano di nascosto la prossima guerra. Il vero guerriero è colui che sa che le guerre non finiscono mai, cambiano e basta.E non potrà mai esserci pace finché le armi sono ancora cariche e ci sono munizioni in abbondanza.” [1]

 

Tempo fa, un mio collaboratore mi disse che comunicare è come una guerra in cui ognuno vuole costantemente vincere sull’altro, influenzarlo con i suoi umori, convincerlo assolutamente che il suo punto di vista sia il migliore, affascinarlo per poi soggiogarlo e che allora bisogna difendersi o, meglio ancora, attaccare per primi appena ci si sente minimamente minacciati da ciò che ci trasmettono le sue parole. Quando mi espose queste considerazioni dissentii su alcuni aspetti, in quanto una comunicazione davvero sana non contempla assolutamente uno scambio di informazioni condite da così tanti veleni. Gli risposi che condividevo la sua opinione in parte e che fosse scorretto assurgerla a regola generale. Una buona comunicazione, infatti, è possibile ma, per essere efficace, necessita di essere priva di ciò che in discipline come la linguistica e la semiotica viene chiamato rumore, cioè qualsiasi fattore disturbi la conversazione in corso ed è generalmente classificabile in quattro diverse categorie:

  • Esterno. Si manifesta quando fattori esterni al mittente e al ricevente intralciano il primo nel veicolare il messaggio e il secondo nel riceverlo in maniera comprensibile. Es. un treno o la sirena di un’ambulanza che passa proprio nel momento in cui avviene lo scambio comunicativo impedendo alle persone coinvolte di trasmettere i messaggio tra di loro in modo chiaro;
  • Fisiologico. Si verifica quando i fattori biologici degli individui ostacolano la reciproca comprensione. È il caso di un particolare disagio fisico come ad esempio la perdita dell’udito, la difficoltà nell’articolare le parole, etc;
  • Psicologico. Qui la difficoltà nel comunicare deriva dalle forze interne che muovono i soggetti coinvolti: emozioni conturbanti, incapacità di riuscire a gestirle, valori di giudizio su se stessi e/o sull’interlocutore, traumi pregressi e tutto ciò che appartiene all’ambito degli stati mentali e genera una confusione tale che la comunicazione sia continuamente disturbata dal non riuscire ad esprimere o comprendere i bisogni emotivi propri e dell’altro;
  • Culturale. Questo tipo di rumore si verifica quando la cultura del mittente è diversa da quella del ricevente. Un tipico esempio è quando i soggetti parlano lingue diverse oppure uno dei due utilizza per esprimersi dei gesti corporei che nella sua cultura hanno un significato specifico mentre in quella del destinatario lo stesso gesto non esiste affatto oppure ha un significato totalmente diverso.

I rumori ostacolano i processi comunicativi con intensità diverse: a volte in maniera lieve, altre volte vengono amplificati al punto che la comunicazione fallisce totalmente e risulta impossibile andare oltre nel dialogo generando negli interlocutori sentimenti di rabbia, delusione e frustrazione. Tuttavia, è possibile porre rimedio a queste difficoltà attraverso due strategie:

  • La ridondanza. Il mittente, accorgendosi spontanemanete che l’altro non ha ben capito ciò che gli sta dicendo, ripete il messaggio cercando di renderlo maggiormente comprensibile, accompagnandolo magari con gesti ed espressioni facciali;
  • Il feedback. Il ricevente dichiara esplicitamente di non aver compreso il messaggio e chiede al mittente di spiegarglielo di nuovo in forma più chiara. Il feedback costituisce una modalità di trasparenza molto importante all’interno dei processi comunicativi in quanto spesso diamo per scontato che sia compito esclusivo del mittente quello di preoccuparsi di veicolare un contenuto pienamente comprensibile per l’altro. Invece, il feedback pone l’ascoltatore in un ruolo non più di semplice destinatario passivo, ma fa sì che diventi pienamente attivo, poiché spetta a lui cooperare con il mittente al fine di rendere il processo comunicativo completo, efficace ed appagante per entrambi.

Sono infatti proprio rumore, ridondanza e feedback che rendono la comunicazione dinamica e che stimolano gli interlocutori ad essere presenti a loro stessi e diventare pienamente protagonisti dello scambio che avviene tra le parti.[2]

Come ha ben notato il mio collega, ci sono momenti in cui la comunicazione viene spinta su binari che non hanno nulla a che vedere con i processi di gestione dei rumori sopra menzionati. Molto spesso, infatti, comunicare è davvero una guerra in quanto i processi psicologici che sono alla base dei nostri approcci relazionali ci impediscono di affrontare serenamente alcune conversazioni. Ad ogni modo, anche in caso di intrusione di rumori psicologici di sfondo, è possibile tornare ad un livello di interazione efficace facendo ricorso alla ridondanza e al feedback.

Il problema è che, il più delle volte, i processi mentali agiscono per vie inconsce e l’incomunicabilità deriva, quindi, da una scarsa consapevolezza dei soggetti di aver attivato delle modalità di espressione che possono condurre al degenerare dei rapporti. Altre volte, invece, le persone decidono volutamente di prendere in ostaggio l’interlocutore per esercitare su di lui potere psicologico al fine di ottenere dei benefici.

È difficile capire perché questo accada ma è qualcosa che si verifica molte, troppe volte all’interno della nostra vita di relazione. Probabilmente, se iniziassimo a vedere l’altro come una risorsa per crescere e non come un nemico da abbattere le cose andrebbero diversamente. Stare con agli altri può essere difficile perché il confronto con qualcuno diverso da noi ci obbliga necessariamente a mettere in discussione il nostro ego, i nostri comportamenti, il modo in cui vediamo noi stessi e giudichiamo il mondo. Parlarsi, se lo vogliamo, è potenzialmente un gesto intimo, pieno di cura e attenzione verso l’altro: permette a lui di sentirsi a suo agio e di aprirsi nei nostri confronti in modo tale che anch’egli, a sua volta, si predisponga benevolmente nei nostri riguardi e possa iniziare uno scambio proficuo e sereno tra le parti.

Ma perché cercare la serenità, la pace? Molti soldati, come scritto nella precedente citazione, "non riescono a smettere di combattere e pianificano di nascosto la guerra" quasi come fosse una pulsione incontrollabile, una vera e propria compulsione. In realtà, forse, l’unica cosa da cui siamo veramente dipendenti è il nostro ego e il timore di perdere il controllo. Avere il controllo della vita degli altri ci rassicura falsamente che l’ordine da noi costituito non verrà messo mai in discussione e mai distrutto. Per molte persone, cambiare, anche davanti alla prospettiva di una cambiamento positivo, equivale a morire.

Chi, invece, vuole migliorare e far emergere il meglio da se stesso deve prepararsi continuamente alla guerra perché non si cresce mai da soli. Per poter progredire e trovare la propria strada ogni individuo ha necessariamente bisogno di incontrare l’altro. Un incontro a volte dolce, altre doloroso ma in ogni caso fondamentale perché è nel contatto quotidiano che diventiamo davvero consapevoli di cosa danneggia la nostra personalità e di cosa invece la nobilita, imparando a conoscere veramente noi stessi. Tutto ciò senza mai dimenticare che la prima forma di ascolto e di comunicazione sana è sempre quella esercitata nell’intimo di noi stessi quale preludio a ciò che saremo in grado di esprimere al resto del mondo.

Di questo argomento ne parlo in maniera approfondita su YouTube: Comunicare fa Rumore

 

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Note:

[1] Gossip Girl , serie TV di Josh Schwartz tratta dall'omonimo libro di Cecily Von Ziegesar (2007-2012);

[2] F. D. Saussure, Cours de Linguistique Générale, 1916.

 

 

 

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Mada Alfinito 20/09/2017

Il Silenzio è l'Ultima Arma del Potere

 

"Le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano."

(Martin Luther King)

 

Ci sono parole che non vorremmo smettere mai di ascoltare. Ci sono discorsi che vorremmo continuare per ore. E poi esistono i silenzi, i quali non sono soltanto il linguaggio di coloro che si amano e si comprendono senza bisogno di spiegazioni. Il silenzio, molte volte, viene usato come strategia per ferire chi ci è vicino e, paradossalmente, sono proprio gli amanti che conoscono bene le due facce di questa medaglia. Il silenzio può diventare la migliore arma dell’indifferenza: può far crollare aspettative e rompere brutalmente le attese alle risposte d’amore. Il silenzio è paura, il silenzio è rabbia, il silenzio è rancore. Il silenzio è anche rassegnazione e senso di inadeguatezza. Il linguaggio umano è davvero potente perché anche quando le parole vanno via sono capaci di parlare nel vuoto che lasciano. Il silenzio parla, insinua, accusa, tradisce e ferisce. Credete che sia esagerato?

Attualmente, psicologi, ricercatori e molti altri esperti del settore riconoscono il silenzio come una forma di abuso mentale a tutti gli effetti. Se ne parla molto negli studi sulle co-dipendenze e dipendenze affettive. Più nello specifico, il silenzio diviene un abuso e una forma di ricatto morale quando viene usato volontariamente al posto delle parole. In che modo? Basta che in un litigio o in una semplice contrarietà una delle due parti in causa rifiuti di dialogare allo scopo di provocare nell'altro una ferita tanto grande da indurlo a cedere alle proprie istanze.

È di certo capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di essere in collera con qualcuno e fargli capire il nostro disappunto decidendo temporaneamente di non rivolgergli la parola. Fare ciò non è sbagliato, a patto che:

1) Questo silenzio abbia termine quanto prima e che venga poi sostituito non da vuote recriminazioni ma dall’esprimere con serenità e chiarezza il proprio disappunto;

2) Sia un modo di agire sporadico e non la costante di ogni interazione.

La reiterazione di questo comportamento conduce inevitabilmente allo scombussolamento del rapporto, il quale cessa di essere paritario e inizia a costruire le sue basi su una gerarchia in cui l’abusante è dominatore e l’abusato è dominato.

Il silenzio come abuso è una forma di ricatto subdola nei confronti dell’interlocutore. Il ricatto consiste nel mettere pressione all’altro facendogli chiaramente intendere, mediante la comunicazione non verbale, che non si tornerà a parlare con lui se non acconsentirà a determinate richieste. L’abusante non solo non rivolgerà la parola all’abusato, ma assumerà chiari atteggiamenti di forte indifferenza.

Qualcuno potrebbe obiettare giustamente che, se una persona ci tratta in questo modo, tanto vale lasciarla andare per la propria strada, eppure non è così facile come sembra. Essere considerati come inesistenti da persone che riteniamo degne di ogni considerazione in qualsiasi campo della vita, può essere qualcosa di profondamente umiliante perché va a minare le basi della nostra autostima e l’opinione che abbiamo di noi stessi. Quando l’altro mi parla non mi sta comunicando soltanto uno stato del suo mondo interiore, ma conferma la mia stessa presenza nella sua vita e nel mondo.

Molte persone hanno così paura di perdere la stima e la fiducia di coloro che amano che farebbero qualsiasi cosa pur di non danneggiare il rapporto. Ci sono persone che alzano mura di silenzio così impenetrabili da far sentire completamente spiazzati quelli da cui sono amati. Il senso di inadeguatezza e di stravolgimento che invade coloro che subiscono il silenzio come punizione fa sì che, nonostante la grande sofferenza provata, cedano al ricatto. Una volta ottenuto ciò che voleva, l’abusante sarà pronto a ricompensare l’abusato riconoscendogli un posto nella sua vita; un posto chiaramente discutibile riguardo a dignità, in quanto la parte manipolatrice della relazione non dimostra alcuna stima nei confronti della vittima.

Se questa strategia manipolativa viene ripetuta frequentemente quasi fino a diventare un’abitudine, chi subisce il silenzio entrerà in un circolo senza fine, un loop mentale fatto di premi e ricompense da parte dell’amato/a (o da una qualsiasi altra persona significativa) per aver assecondato le sue istanze. A questo punto, l’autostima di chi subisce l’abuso sarà così a pezzi che inizierà meccanicamente a credere che si è amati solo se si è disposti a dare sempre qualcosa in cambio, che l'amore non sia generosità reciproca ma una bieca compravendita in cui il più forte nella coppia è quello che impone modelli di relazione e di vita comune insostenibili.

Tutto ciò può sembrare spietato da parte di chi attua questa manipolazione ma non dobbiamo mai dimenticare che chi usa tali giochetti mentali per dominare nelle relazioni interpersonali è sicuramente una persona molto fragile con uno scarso senso del proprio sé e che non riesce a vivere in modo maturo e sereno alcun tipo di relazione.

Il silenzio è un buco nero che inghiotte non solo chi lo subisce ma soprattutto chi lo crea. Può diventare il covo della solitudine dove tutte le delusioni, le aspettative disattese e le frustrazioni vanno sedimentandosi di giorno in giorno alla ricerca di un riscatto. La delusione e l’amarezza di certi individui nei confronti della vita può crescere tanto da estendersi come fosse un tumore dell’anima e l’abuso tramite il silenzio è il sintomo evidente di questo male straziante.

Tuttavia, siamo ancora in tempo, se lo vogliamo. Possiamo ancora vincere il muro del rancore e delle frustrazioni esprimendo liberamente e sinceramente le nostre emozioni senza soccombere. In una buona comunicazione interpersonale è fondamentale sapere quando tacere e quando parlare. Troppe parole possono essere dannose al pari di un’assenza di parole inappropriata. Perciò, se volete essere sicuri di aver fatto il possibile per migliorare le vostre relazioni, imparate a dichiarare esplicitamente i vostri stati d’animo cercando di accantonare il più possibile ogni brama di potere e dominio sull’altro.

Il bravissimo psicologo Enrico Maria Secci ha scritto questi versi: "Lo sai? La tua vita, la gente e il mondo sarebbero generosi con te, se solo dessi loro il modo di dimostrartelo."

E allora, cosa stiamo aspettando? Non è mai troppo tardi per iniziare a dialogare per davvero. Imparate a comunicare servendovi del silenzo in maniera opportuna: scoprirete nella comunicazione non verbale un prezioso alleato che migliorerà la qualità delle vostre relazioni e, di conseguenza, della vostra vita.

Ti sei mai trovat* in questa situazione? Come ti sei sentit* e come hai reagito? Raccontami la tua esperienza: puoi lasciare un commento oppure scrivermi in privato. Per una soluzione specifica ad un tuo caso personale, non esitare e richiedere la mia consulenza mandandomi una mail. Inoltre, se l’articolo ti è piaciuto e pensi che possa essere utile anche ad altri, metti un like e condividilo sui tuoi social preferiti. Con questo piccolo gesto mi aiuterai a far crescere i miei canali e far sì che sempre più persone conoscano questi importanti strumenti di problem solving. La cultura è più bella se condivisa, dai anche tu il tuo contributo.

È vietata la riproduzione totale, parziale e il riassunto di questi contenuti senza citarne la fonte e senza richiedere la mia autorizzazione. Diritti riservati.

NOTE

[1] Il titolo che ho utilizzato è una citazione di Charles De Gaulle

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Mada Alfinito 13/11/2020

Consapevoli dei Propri Errori

Questo che stai per leggere di seguito non è un articolo ma un post che ho pubblicato sulle mie pagine social e che riporto anche qui, sul sito, per agevolare ai lettori la consultazione del materiale che pubblico.

La prospettiva di commettere un errore può metterci ansia al punto da impedirci di compiere un'azione che desideriamo. Gli sbagli, infatti, ci fanno sentire fragili perché ci espongono al giudizio degli altri e al timore di apparire ridicoli.

Quando comunichiamo commettiamo tantissimi errori sia nell'esprimerci, sia nel comprendere gli altri e l'unico modo per evitarli o limitare i danni è esserne consapevoli. Rendersi conto da soli o tramite il parere di un altro di cosa stiamo sbagliando rende più facile la risoluzione del conflitto poiché sappiamo riconoscere ciò che va cambiato. In questi casi, è importante non cedere all'orgoglio e ammettere serenamente cosa non abbiamo saputo cogliere prima. Comunicare all'interlecutore il cambio di prospettiva su una situazione motivando il proprio ragionamento non ci rende ridicoli; al contrario, gli altri ci apprezzeranno per la capacità di autocritica dimostrata.

Molte persone non hanno alcuna consapevolezza dei propri errori e si rifiutano di prenderne atto persino davanti alle evidenze mostrate da persone fidate. In questo caso, i maggiori artefici della nostra infelicità nei rapporti interpersonali siamo noi quando, cocciuti e testardi, chiudiamo ogni possibilità di aprire gli occhi sulla realtà dei fatti.

Comunicare è un impegno non solo con gli altri (vedi post precedenti) ma anche con noi stessi perché per riconoscere gli sbagli e superare situazioni problematiche è necessario che il flusso di scambio tra coscienza e sentimenti non venga ostacolato dai monologhi sterili delle nostre resistenze interne.

E tu, sei consapevole dei tuoi errori nel comunicare e rapportarti con gli altri? Se questo post ti è piaciuto e lo hai trovato utile, condividilo sui tuoi social preferiti. Per una consulenza su come costruire una comunicazione efficace e raggiungere i tuoi obiettivi, contattami.

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